Recensione Il Petroliere

Sangue, denaro e petrolio si mischiano con la fede nell'America del primo '900

Recensione Il Petroliere
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Daniel Plainview (Day-Lewis) è uno squattrinato cercatore d'argento. Dopo l'ennesimo fallimento ed aver rischiato di morire per un'esplosione della miniera in cui lavorava, decide di cambiare attività e si reinventa come cercatore di petrolio. Siamo ai primi del '900 e le trivellazioni in America sono il nuovo, grande affare. Grazie al suo cinismo, Daniel riesce a comprare dai pionieri i loro terreni per un tozzo di pane, usando il suo figlioletto H.W. (Freasier da bambino, Harvard da adulto) per commuovere i venditori. Tutto pare andare bene finché non si presenta da lui un misterioso ragazzo, Paul (Dano), che sostiene di aver scoperto un enorme giacimento nei terreni di proprietà della sua famiglia.Daniel, spinto dalla sete di denaro gli darà ascolto ma, per poter trivellare, dovrà scendere a patti con Eli (sempre Dano), carismatico predicatore e leader della chiesa della "terza rivelazione". Quando però H.W. diventerà sordo dopo un incidente occorso nel pozzo, Daniel si chiuderà sempre più in se stesso e comincerà a perdere il contatto con la realtà.

Paul Thomas Anderson torna alla regia cinque anni dopo Ubriaco d'amore, adattando il romanzo Petrolio! di Upton Sinclair, regalandoci un film di rara bellezza. Lungi dal limitarsi ad uno sterile e pedissequo racconto della vicenda di Daniel, Anderson costruisce un'opera monumentale, per molti versi epica, mischiando in un turbinio di carne, sangue e petrolio suggestioni che non vedevamo sul grande schermo dai tempi di Kubrick. Con stile eclettico la macchina da presa segue le vicende dei protagonisti senza lesinare alcun dettaglio, ogni particolare è visibile e la natura stessa diventa una co-protagonista silenziosa; l'America di Daniel è polverosa, aspra e dannatamente povera ed il petrolio è un personaggio vivo e presente, i corpi si rotolano nel bitume e ci affogano. Non c'è nulla di grandioso nel lavoro manuale e Anderson ce lo fa vedere in maniera cruda ed assolutamente splendida. La cinepresa non abbandona quasi mai Day-Lewis ed il regista dimostra, come se ce ne fosse ancora bisogno, una padronanza quasi perfetta dei mezzi cinematografici, raccontando la propria storia senza salti né particolari artifici retorici (fatto salvo per le varie date in sovraimpressione che contestualizzano la vicenda); da questo punto di vista la sceneggiatura (scritta dallo stesso regista) aiuta molto, con alcuni monologhi (soprattutto nella parte iniziale) e lo scontro finale fra Daniel ed Eli, destinati a far la storia delle citazioni cinematografiche.
Anche l’ottima fotografia curata da Bob Elswit contribuisce alla costruzione dell’atmosfera, desaturando ogni colore (tranne il nero del petrolio) e dando al film quel look sporco e ruvido che non si vedeva sullo schermo dai tempi del grande cinema Western.
Menzione d’onore, infine, per la colonna sonora curata dal frontman dei Radiohead, che accosta scelte assolutamente d’avanguardia (come accade per le prime scene) ad altri brani più classici, quasi a voler sottolineare il crescente barocchismo della vicenda del nostro petroliere.
Nella parabola discendente di Daniel è impossibile non ravvisare echi di altri grandi personaggi, ma uno su tutti torna alla mente: il Charles Foster Kane di Quarto Potere, film cui Anderson dedica più di una citazione, soprattutto sul finale, quando Daniel si rinchiude in un'enorme magione, del tutto simile castello di Candalù. Welles è presente in questo film, inutile nasconderlo, ma gli omaggi non sono mai banali od ingenui ed anzi, portano il petroliere ad un livello d'arte tale che è difficile anche fare paragoni di più basso tenore.Anderson si spinge ai limiti dell'arte cinematografica, e, come Welles prima di lui, usa tutti i mezzi filmici a sua disposizione. L'ambizione di Daniel è speculare all'ambizione di un cineasta che in vent'anni di carriera ha girato solo cinque film perché mette tutto se stesso in ogni progetto che comincia e succhia il senso più profondo di ogni vicenda che narra non risparmiandosi. Mai.

Il cast, così come il resto della troupe, si dimostra in stato di grazia, a partire dal geniale Daniel Day-Lewis, che interpreta il protagonista con tale passione ed abilità da scolpire il suo nome nell'olimpo, insieme al don Corleone di Brando e al già citato Kane di Welles. Day-Lewis, come Anderson, mette tutto se stesso nel personaggio costruendolo perennemente al limite, sudato, piegato, zoppo ma sempre con un terribile guizzo negli occhi; non si lesina poi neppure nelle scene più sporche e difficili, senza remore l'attore Londinese si tuffa nel petrolio, lavora di piccone e, per davvero, diventa Daniel Plainview.Anche i comprimari sono all'altezza a partire dal giovane Paul Dano (già visto in Little Miss Sunshine) che interpreta con grande maestria il reverendo Eli e non mostra alcun timore nel confrontarsi con un gigante come Day-Lewis, anche nelle scene più fisiche.Menzione d'onore anche per il piccolo Dillon Freasier che, pur esprimendosi sempre a gesti, dimostra un'abilità che molti attori, anche più maturi, si sognano.

Il petroliere Il petroliere è un capolavoro. Recupera, ed al tempo stesso supera, la lezione di Welles e Kubrick andando ad affiancare le opere dei due massimi geni della settima arte nel novero di quelle poche pellicole che davvero faranno la storia. Interpretazioni fenomenali, regia di classe ed una vicenda assolutamente affascinante si fondono in un unicum perfetto e coerente. Vedetelo e rivedetelo, fra vent’anni potrete dire ai vostri figli: "io quel film lo vidi al cinema!".

9.5

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