Recensione Il mondo dei replicanti

Un thriller futuristico per Bruce Willis

recensione Il mondo dei replicanti
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Con ritardo rispetto al resto del mondo, l'uscita italiana di Surrogates è slitatta a Gennaio 2010. Difficilmente traducibile per un pubblico medio, il titolo è cambiato in Il mondo dei replicanti. Il nuovo film di John Mostow, regista di Breakdown, U-571 e Terminator 3, è tratto dall'omonima graphic novel di Robert Venditti e Brett Weldele. I diritti sono stati acquistati nel 2007 dalla Walt Disney, con inizio delle riprese nell'anno successivo. Grande attenzione è stata data al casting, che oltre a vedere il sempreverde Bruce Willis nei panni del protagonista, vanta attori del calibro di Rhanda Mitchell (Silent Hill, Neverland), Ving Rhames (Mission impossible II-III), Rosamund Pike (007 - La morte può attendere) e James Crownell (Io, robot). La paura per un classico (nell'accezione più negativa del termine) film di fantascienza made in Usa era tanta, tanto per la facile spettacolarizzazione di una trama più profonda dell'apparenza, quanto per la mediocre qualità media dei prodotti di genere provenienti da Oltreoceano negli ultimi anni. Va però detto che l'hype generale intorno al progetto ha scaldato molto gli internauti, soprattutto grazie alla furbesca, e ormai abusata, tattica del viral marketing. Il sito Choose Your Surrogate permette infatti di costruire il proprio surrogato 2-d, ben lontano da velleità realistiche e che può essere esportato solo su alcuni siti di social network. Le stesse frasi pubblicitarie della immaginaria VSI (Virtual Self Industries), stupiscono per la loro banale ingenuità, cui un pubblico navigato darà ben poco conto. Ma siccome qui ci piace parlare di cinema, e non di quello che lo circonda se non per mero scopo informativo, andiamo ora ad analizzare se la pellicola è degna di tale nome o si rivela un anonimo surrogato anch'essa.

Futuro senz'anima

Nel 2054 la tecnologia ha fatto passi da gigante, e gli uomini vivono in una sorta di isolamento lasciando che siano i loro surrogati a vivere la loro vita. Queste copie robot, connesse neuralmente al proprietario, possono migliorare l'aspetto dell'individuo, sono pressochè indistruttibili e in grado di compiere praticamente ogni cosa. Il crimine è quasi completamente scomparso, lasciando milioni di persone a tralasciare completamente la propria reale esistenza in favore di quella immaginaria. In questo mondo ormai privo di anima, solo un fantomatico predicatore soprannominato il Profeta (Vingh Rhames) invoca una rivoluzione atta alla distruzione di tutti i surrogati. Quando due di questi vengono uccisi, provocando in contemporanea la morte delle persone che li usavano, vengono mandati a indagare gli agenti Greer (Bruce Willis) e Peters (Rhanda Mitchell). Una delle giovani vittime risulta essere il figlio di uno dei creatori del progetto Surrogates, il dottor Canter (James Crownell), e questo porta la coppia ad indagare nei segreti più nascosti della VSI, l'industria produttrice della nuova tecnologia. Inoltre Greer ha una rapporto contrastato con la moglie Maggie (Rosamund Pike), ormai totalmente dipendente della sua copia robotica, e quando il suo surrogato viene distrutto da un "terrorista", in possesso della devastante arma del delitto, torna a fare i conti con la sua umanità, cercando le risposte e mettendo a rischio la sua vita pur di scoprire la verità, unico superstite in un mondo di maschere.

Dov'è la verità in un mondo di maschere?

Il rischio di banalizzare tematiche sociali è stato fortunatamente scongiurato, pur ovviamente incentrando la maggior parte del minutaggio sull'azione più pura. Resta il fatto che Surrogates è un prodotto fresco e avvincente, come difficilmente si vede provenire da Hollywood in tempi recenti. Ci troviamo infatti di fronte a un thriller di fantascienza ambizioso e che non eccede in effetti speciali, mantenendoli limitatamente accessori alla trama, puntando invece di più sulla componente emotiva, affidando a un personaggio tenace e insoddisfatto come quello di Greer le sorti dell'intera umanità. L'agente infatti finisce per ritrovarsi cercatore di Verità in un mondo di menzogna, i cui valori sono ormai decaduti e ogni situazione viene gestita dalla propria controparte robotica. Gli intrighi cui si trova davanti il buon Bruce sono in parte prevedibili, con un colpo di scena telefonato e che stupirà ben pochi (e il personaggio di Crownell ricorda non poco quello da lui interpretato in Io,robot) , ma nonostante ciò il plot coinvolge e si arriva alla fine (per alcuni troppo presto, 82 minuti non sono molti, ma invece di perdersi in inutili riempibuchi Mostow ha scelto di puntare sulla qualità) soddisfatti in quanto le promesse sono state ampiamente mantenute. Le sequenze d'azione si fanno apprezzare per uno stile sobrio, mai esasperato e privo delle tecniche registiche di ultima generazione, che dona al film un gustoso fascino retrò, in pieno stile anni' 90. Tanta concretezza, poca evanescenza per una pellicola che va dritto al sodo, e racconta ciò che deve raccontare nel più diretto dei modi. L'intero cast si comporta egregiamente, e anche gli attori di supporto riescono a dare il giusto anonimato agli "androidi". Willis sforna una delle migliori prove degli ultimi tempi, e riesce a infondere il giusto alone di inquetudine e incertezza al suo personaggio. La ricerca della libertà è il motore che muove i protagonisti. Libertà dal proprio passato, dai rimorsi che attanagliano alcuni, libertà da un presente anonimo e asettico, i cui unici rapporti umani si limitano a flebili incontri domestici, libertà per un futuro in cui l'uomo torni a essere protagonista del proprio camino. Le vie per analizzare il percorso morale di queste figure debole, instabili, logorate da 14 anni di "non-vita" sono molteplici, ma il significato è ben chiaro, ritrovare la propria anima. Mostow tratteggia finemente questo nuovo mondo, pur scegliendo, saggiamente in questo caso, di fornircene un ritratto superficiale. Questo non significa un'imperfezione, bensì trasforma il tutto in un apologo sulla condizione umana piuttosto che sfornare un trattato di improbabile società neo-robotica. La stessa scelta di rendere i surrogati semplici macchine, prive di qualsivoglia istinto umano e/o della capacità di scegliere, evita complicazioni di carattere etico, laddove in passato si è vista fin troppo spesso la presenza di robot "emotivi". Qui il merito va diviso tra gli autori del fumetto e gli sceneggiatori Michael Ferris e John D. Brancato, capace di sviluppare una fonte complessa e non facile senza renderla saccente.Surrogates seppur appartenga al mondo dei film di "intrattenimento" è più arguto dei suoi simili, adempiendo al suo compito senza troppi fronzoli. E, oggi, è un merito non indifferente.

Il mondo dei replicanti Tra azione e morale senza batter ciglio, amalgamando al meglio le due componenti per sfornare un prodotto di buona qualità, Surrogates è un film che non si vergogna di essere ciò che è: un thriller d'azione con spunti noir e balletti emotivi di sicuro interesse. Willis è perfettamente a suo agio in un tipo di personaggio cui è ben abituato, e si ritrova ancora una volta a fare i conti con la "salvezza" dell'umanità. Mostow, dopo il passo falso di Terminator 3 sembra tornato a quel cinema sobrio e diretto che l'aveva caratterizzato in Breakdown e U-571, con una vicenda avvincente che tiene incollati alla sedia per tutta la sua, breve, durata.

7

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