Recensione Il Mio Amico Eric

Ken Loach fa goal grazie all'assist di Eric Cantona

recensione Il Mio Amico Eric
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Eric Daniel Pierre Cantona, da tutti conosciuto come Eric Cantona, o semplicemente “Le Roi”. Uno dei calciatori-simbolo degli anni '90, noto principalmente per tre cose: il talento sportivo che lo ha portato a vincere, tra l'altro, quattro scudetti inglesi; il brutto episodio che lo ha visto aggredire, quindici anni fa, un tifoso di una squadra avversaria che lo insultava; e il grande carisma, che gli ha aperto le porte del cinema una volta conclusasi la carriera sui campi di calcio.
Tutte e tre le cose sono, in qualche modo, rappresentate nel nuovo film dell'impegnato Ken Loach, che grazie alla sceneggiatura del fido Paul Laverty e al supporto (economico e attoriale) del calciatore francese, presenta ora al pubblico
Il mio amico Eric.

"Quando è stata l'ultima volta in cui ti sei sentito felice?"

Dura la vita per un semplice postino inglese di mezz'età. Soprattutto se, come il povero Eric Bishop, hai degli irrequieti figliastri adolescenti col vizio di cacciarsi nei guai proprio mentre affronti una devastante crisi depressiva. Il lavoro non va, gli amici ti stanno vicino ma i loro risultati sono risibili, e nuovi problemi si profilano all'orizzonte quando tua figlia maggiore ti chiede di accudire, facendo a turno con la tua ex moglie, sua figlia appena nata.
Eric (interpretato dal bravo Steve Evets) non si è mai perdonato l'aver abbandonato l'amatissima moglie Lily (Stephanie Bishop) trent'anni prima, spaventato a morte dalle responsabilità della vita coniugale. Il dover 'affrontarla' ora, senza sapere che dire o fare, gli procura nuovi attacchi di panico. Le uniche scappatoia da questa realtà opprimente sono le serate al pub con gli amici a parlare di calcio, e uno spinello ogni tanto, rubato al figliastro. Una sera, in preda all'hashish, Eric si ritrova in camera nientemeno che il suo idolo, lo storico attaccante del Manchester United Eric Cantona. E' l'inizio di un percorso inconscio di auto-aiuto: tramite il rapporto instaurato col suo nuovo amico immaginario, Eric comincerà ad affrontare, uno ad uno, i problemi che assillano la sua vita.

"A volte bisogna avere il coraggio di rischiare"

Panem et circenses. Questo era il modo di “tener buono” il popolo ai tempi degli antichi romani, secondo il poeta latino Giovenale. Per certi versi, è una massima che in larga misura detiene ancora oggi il suo significato e la sua valenza, anche se rapportata alla classe media inglese, protagonista del nuovo film del pluripremiato Ken Loach. Anche se, a quanto pare, ai giorni dei romani si stava meglio, in quanto oggigiorno il panem scarseggia ed il circenses, fosse anche solo una partita di calcio via cavo o allo stadio, è diventata un lusso per molti.
In verità le tematiche sociali, punto cardine della filmografia di Loach, in questo film passano quasi in secondo piano rispetto alla storia dell' “uomo qualunque” Eric, eppure rimangono costantemente in sottofondo, come un silente monito. Un povero postino che ha lavorato tutta la vita spesso non si ritrova neanche i soldi per potersi concedere una trasferta per poter seguire la propria squadra del cuore, mentre i 'nuovi boss' della malavita hanno, a vent'anni, ville e macchinoni.
Ma quello che incuriosisce, diverte, ma al contempo angoscia, è il percorso di Eric il postino, “Little Eric” come lo definisce Loach, che ritroviamo, ad inizio film, al culmine di un esaurimento nervoso mentre guida all'impazzata la sua utilitaria, scena davvero ben congegnata che ci guida alla scoperta del come e del perché della condizione dello sfortunato postino. Sconfitto dalla vita, soggetto a continue crisi di panico, Eric riesce, a poco a poco, grazie ai consigli del “Cantona immaginario” a tirar fuori la grinta e la forza di superare le avversità. La scelta di rappresentare il campione come un amico immaginario e non come la persona reale è significativa: regista e sceneggiatore vogliono infatti far notare che, al di là del grande e fondamentale supporto e consolazione che Eric trova negli amici -da cui bisogna sempre lasciarsi aiutare- la soluzione è dentro di sé, e va solo canalizzata, foss'anche tramite il proprio mito personale, in questo caso rappresentato dal “Big Eric” che dispensa consigli e aforismi, suona la tromba ed è assolutamente autoironico quando parla della propria vita privata. Il titolo originale, (“Alla ricerca di Eric”) in questo senso è altamente indicativo del percorso di cui parlavamo prima.
Il film prosegue spedito, alternando i sempre più drammatici problemi di Eric alle sedute di “terapia” in compagnia degli amici/colleghi e del Re, che hanno spesso risvolti esilaranti ma che nascondono, neanche troppo velatamente, grandi verità.
Interessante poi la passione sportiva e tifosa che trasuda dalla pellicola, testimonianza vivida di quello che può voler dire l'attaccamento ai colori della propria squadra del cuore per un tifoso, e il cameratismo che nasce sotto la stessa bandiera, ultimo baluardo di 'patriottismo' per molti.
Ottimi gli interpreti del film, decisamente in parte, soprattutto i due protagonisti. Evets, al primo ruolo importante nella sua carriera, si rivela duttile e adattissimo al suo ruolo. Ma quello che stupisce è Cantona. Aveva già dato prova di notevole carisma in Elisabeth e Le Deuxieme souffle, nonché nei tanti e indimenticabili spot in cui è stato protagonista per una nota marca di abbigliamento sportivo: qui però riesce ad essere al contempo attore, personalità e uomo comune. «Alle volte ci dimentichiamo che sei un uomo anche tu» gli dice a un certo punto Little Eric. «Non sono un uomo, sono Cantona...» è la risposta divertita del campione.

Il Mio Amico Eric Il mio amico Eric è un film estremamente ben fatto e che non perde mai la bussola, anche nei momenti d'improvvisazione, quasi teatrale, di molti passaggi. Soprattutto quelle più surreali, quali gli imperdibili dialoghi a base di aforismi in francese tra perdente e campione, o la messa in scena dell' ”Operazione Cantona” che sarà il culmine del film. Un'opera che mescola sapientemente umorismo british, tematiche sociali e nevrosi personali, senza farsi mai mancare sane manciate di autoironia.

8

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