Il Labirinto del Fauno, recensione dell'opera dark di Guillermo del Toro

Un fauno, una principessa e il regime franchista nella nuova opera dark e visionaria di Guillermo del Toro.

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Tanto, tanto tempo fa, quando ancora le nostre inquietudini potevano essere sedate grazie a poche parole e qualche gesto d’affetto, qualcuno ci leggeva le favole. Tipicamente, un valoroso principe svegliava la bella principessa da un lungo sonno, quando non le rendeva la libertà sottraendola alla torre inaccessibile in cui era confinata o non la salvava dalle grinfie di un crudele orco assetato di sangue innocente. Poi siamo diventati grandi, e abbiamo scoperto che parecchie di quelle edificanti vicende in realtà trascendevano di molto la semplicistica morale dell’ “e vissero tutti felici e contenti”, prevedendo per la matrigna/strega di turno un’efficacissima pena a base di bollitura in un calderone fumante o, in alternativa, di ripetuti morsi di serpenti velenosi. Meno idilliaco, sicuramente più rispondente all’antico e un po’ sadico senso di giustizia. Nella nostra favola, per di più, c’è un fauno. Un essere mitologico che, se si ripensa alla tradizione romana (o anche solamente al titolo della versione americana della pellicola), non può che ricordare il dio Pan, signore delle foreste e delle selve e indissolubilmente legato all’oscurità, all’abisso, alle pulsioni più selvagge dell’uomo. Innegabilmente, non era un vero e proprio cattivo, quanto piuttosto un individuo visceralmente collerico e burlone, con un modo tutto particolare di dimostrare la propria generosità. Certo è che il fatto che la parola “panico” tragga origine proprio dal suo nome non è esattamente confortante...

E’ noto che sono proprio i ragazzini ad essere non solo più sensibili al fascino e al mistero racchiusi anche nei più quotidiani tra gli oggetti e tra gli avvenimenti, ma anche meno vittime della visione della realtà uniformata e uniformante che ci offre il sentire comune. E così, la protagonista della storia (anzi, delle storie) è la giovane Ofelia, costretta a ritirarsi, per sfuggire alla guerriglia tra l’esercito franchista e l’ultima, ostinata resistenza, in una fattoria isolata, opportunamente trasformata in avamposto militare per accogliere gli uomini del capitano Vidal, secondo marito della madre e futuro padre del fratellino. E proprio durante una pausa dal viaggio Ofelia ha la prima occasione di entrare in contatto con un mondo nascosto e magico a cui sembra, in qualche modo, già appartenere: farà infatti la conoscenza di uno strano ed intraprendente insetto, che in men che non si dica assocerà ad una fata, suscitando una certa insofferenza nella madre evidentemente avvezza a questo genere di fantasticherie. Ma non si potrà biasimare alla nostra protagonista un simile atteggiamento quando, giunta a destinazione, dovrà affrontare non solo le responsabilità nei confronti della madre, seriamente provata dalla gravidanza, ma soprattutto l’aperta ostilità del capitano Vidal, un uomo tanto crudele nei confronti dei combattenti che è chiamato a stanare quanto freddo e inflessibile con la moglie e i propri commilitoni. Ci penserà la fata di qualche ora prima (una volta smessi i panni dell’insetto e indossati quelli più canonici della creaturina antropomorfa) a spostare l’attenzione di Ofelia su ben altre problematiche: sarà proprio lei a guidarla nei meandri dell’arboreo labirinto situato nelle vicinanze della fattoria, all’interno del quale farà la sua apparizione un misterioso essere, dalle zampe caprine, le corna ricurve e il tipico atteggiamento tra l’accomodante e lo sfuggente di chi sa molte cose ma non è intenzionato a rivelarne che una parte. Si capisce che si sta parlando del fantomatico Fauno, che rivelerà ad Ofelia di essere nientemeno che la principessa di un reame incantato, confinata nel mondo reale da un tempo immemorabile. Ma ritornare al posto che le spetta non è impossibile: basterà infatti superare tre prove, seguendo attentamente le istruzioni impartitele dal Fauno, e una nuova, diversa esistenza le si dischiuderà davanti agli occhi; una vita in cui nessuno potrà mai farle del male e nella quale tutte le sue fantasie altro non saranno che una splendida realtà.

Una prospettiva del genere, diciamolo, alletterebbe chiunque. Considerando la propria quotidianità, e tutte le sue problematiche, dalle più spicciole alle più annose, anche l’uomo più sereno e soddisfatto del mondo farebbe un pensierino ad una vita da sovrano in un regno di magia. Figuriamoci Ofelia. Ma Ofelia non è una bambina come tutte le altre, e neanche Guillermo Del Toro è un regista come tutti gli altri. Perché sarebbe facile ridurre un film simile ad una mera contrapposizione tra la dimensione onirica e consolatoria offerta dall’immaginazione e la durezza della realtà, nella quale gli adulti protagonisti hanno abbandonato, posto che ne abbiano mai avute, tutte le alternative ad una vita di sterile rassegnazione. Ma nessuno ci assicura che il Fauno, le piccole fate amiche, l’inquietante mostro divoratore di bambini che Ofelia si troverà ad affrontare durante una delle sue prove siano solo ed unicamente il frutto della fantasia di una mente giovane e aperta. Forse fanno semplicemente parte di quella fetta di realtà che non siamo più abituati a vedere e che, anzi, spesso rifiutiamo con assurda violenza (la madre di Ofelia ne sarà l’esempio più emblematico), condannando in questo modo i suoi abitanti, come afferma il Fauno stesso non senza una certa preoccupazione, ad essere impietosamente dimenticati, e quindi a scomparire per sempre. Certo è che per allargare i propri orizzonti spesso bisogna rinunciare a qualcosa che ai più sembra di vitale importanza (come Ofelia che, per il bene di un albero e di un rospo, rovinerà irrimediabilmente il vestito confezionato per lei dalla madre), e questo è valido non soltanto in presenza di strani esseri dai piedi caprini, ma anche e soprattutto per gli uomini della resistenza che, spalleggiati dalla coraggiosa governante di Vidal, Mercedes, non perdono la propria determinazione nemmeno di fronte alle orrende torture messe in atto dai franchisti, accettando di mettere in gioco la propria stessa vita per un comune ideale. Un plauso doveroso, quindi, a Guillermo Del Toro che, ancora una volta senza un budget stratosferico (che comunque sarebbe ampiamente meritato), è riuscito a mettere in scena una vicenda toccante e coinvolgente, che all’atmosfera eterea e sognante della favola affianca tutta una serie di problematiche sociali, che coinvolgono il singolo nucleo familiare come l’intera collettività, riuscendo ad essere efficace in entrambe le situazioni. Merito senza dubbio anche di una realizzazione tecnica impeccabile, che se da un lato ci offre una mimica facciale ed un’espressività senza precedenti da parte del Fauno, come un uso magistrale della fotografia, pronta ad abbandonare repentinamente le dominanti fredde e oscure del labirinto per proporci uno scorcio surreale e sorprendente, in un trionfo di rosso e oro, sulla dimora del mostro infanticida, dall’altro non ci risparmia scene di cruda violenza, a dimostrazione di come l’insensatezza di un regime e l’intransigenza di una società esageratamente gerarchizzata possano privare l’essere umano di qualunque forma di compassione e comprensione, quando non della stessa coscienza.

Il Labirinto del Fauno Se il Fauno vive in un labirinto è forse perché solo in pochi possano raggiungerlo. Come per la rosa della favola che Ofelia racconta alla madre e al fratellino, le cose più preziose sono anche le più difficili da ottenere, e non è raro che si preferisca rinunciare ad inerpicarsi su per un sentiero irto di spine, spaventati dalla pericolosità dell’impresa. E così ogni giorno si lascia morire una rosa pronta per essere colta. Ma forse, facendo il giusto sacrificio, quella rosa la si potrà cogliere domani. Il Labirinto del Fauno è un film dal fascino visionario, che sa rapire lo spettatore con le sue immagini fantastiche ma inquietanti, e che non ha paura di riportarlo con prepotenza alla difficile quotidianità. Se vi è piaciuto, e confidiamo che sia così, andate a recuperarvi La Spina del Diavolo, ancora di Del Toro, e non ve ne pentirete.

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