Recensione Il Grande Silenzio

Il western che ha ispirato The Hateful Eight di Quentin Tarantino. Un setting innevato, violenza cruda e spietata, una nemesi affascinante che sembra quasi un anti-eroe: Sergio Corbucci nel 1968 anticipa molti elementi dei futuri western crepuscolari...

recensione Il Grande Silenzio
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In questi giorni anche in Italia sarà distribuito The Hateful Eight, la nuova pellicola di Quentin Tarantino, che è a tutti gli effetti un western proprio come lo è stato Django Unchained del 2013. Ma se allora il regista americano si era avvalso di un gran numero di citazioni sia dalla tradizione spaghetti western che da quella a stelle e strisce per costruire un film alquanto classico, in The Hateful Eight sembra operare una selezione maggiore delle sue fonti andando a pescare un setting innevato ed ambientano il grosso della pellicola in una baita isolata, un po' cinema "da camera" un po' cabin in the woods.
Un western ambientato nei territori coperti di neve dove sferza un vento pungente sembra una novità e per certi versi lo è, specie al cinema. Perchè molti western su pellicola o a fumetti sono ambientati in Canada ma nessuno ha mai pensato di valorizzarla estraendo la neve dal fondale, perchè il cinema ha sempre pensato più a canyon e deserti e le eccezioni si sono contate sulle dita di una mano (Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! è quello più conosciuto).
Ci voleva il genio italiano ed in particolare l'estro di Sergio Corbucci (Totò, Peppino e... la dolce vita, Django, Il mercenario) per elevare la neve a protagonista assoluta de Il grande silenzio, western del 1968 che molti definirebbero crepuscolare in un'annata in cui si celebravano ancora i pistoleri e gli indiani erano i cattivi. La neve è protagonista per esigenza economica anziché artistica: trasportare cast e troupe in aereo dall'Europa agli Stati Uniti centrali costava non poco, mentre girare in location lontane da città richiedeva uno sforzo logistico non indifferente (la questione si è riproposta durante le riprese di Mad Max: Fury Road). L'idea: girare un western a Cortina d'Ampezzo fingendo che sia Snow Hill sui monti al confine con il Messico; far giungere lì maestranze da Roma ed attori dalla Germania, potendo approfittare degli impianti turistici; e poi così si occupavano i mesi invernali dove il tempo meteorologico era rigido e le ore di luce erano poche.

L'ultima diligenza per... Snow Hill

Lo spunto narrativo è assolutamente veritiero. Nel 1898 la neve cadde abbondantemente al confine tra Messico e USA, in quello che le cronache ricordano come "Il grande freddo"; l'eccezionalità meteorologica costringe molti banditi che fino ad allora si erano riparati fra le montagne a scendere a valle, per l'appetito dei cacciatori di taglie che in un clima di (falsa) legalità perpetravano massacri ed ingrossavano col sangue altrui i propri portafogli.
Corbucci ricama su questo fatto storico una rivalità tra due pistoleri, un cacciatore di taglie, Tigrero (Klaus Kinski) e Silenzio (Jean Louis Trintignant): il primo è uno spietato sanguinario, va in giro con un cappello da prete ed una sciarpa da donna, mentre il secondo è l'onesto difensore dei deboli così soprannominato sia perchè è muto (in gioventù gli sono state recise le corde vocali) sia perchè dopo che è passato lui resta appunto soltanto il silenzio dei cadaveri ancora caldi.
Sembra una rivalità classica con contorno innevato, ma in realtà tutto assume toni differenti sin dalle prime sequenze dove non ci viene presentato il buono, bensì il cattivo Tigrero. Solo con il secondo atto entra in scena Silenzio, il quale viene ingaggiato da una vedova di Snow Hill per vendicare il marito ucciso dal cacciatore di taglie: tuttavia il suo mutismo impedisce agli sceneggiatori di tratteggiare un ritratto psicologico che vada oltre le apparenze, richiedendo una sequenza flashback per raccontarne il passato. Di contro Tigrero ha tutto il tempo per raccontare di sé, della vita che si è scelto, dei compromessi che si trova ad affrontare come cacciatore di taglie, si ritaglia anche il tempo per ridacchiare alle spalle dello sceriffo locale (Frank Wolff): inizialmente si crea addirittura il paradosso che costui sia davvero il protagonista della vicenda, una sorta di antieroe romantico che sarebbe a proprio agio nell'epoca dei Frank Underwood.
Il ritmo del film si mantiene elevato per buona parte del film, merito dei repentini cambi di fronte che vedono le diverse parti guadagnare vantaggi e perderli un attimo dopo. Il finale... beh lo trattiamo in un box a parte nemico dello spoiler.

In fin dei conti il terzo western di Sergio Corbucci, dopo il successo del classico ma violento Django, centra il bersaglio. In un'epoca in cui il genere dominava al cinematografo e bastava un primissimo piano alla Leone, dei bianchi lesti ad estrarre la pistola e qualche indiano/messicano come guastafeste per affittare la sala per mesi interi, Corbucci gioca con le percezioni degli spettatori a cominciare dal setting innevato che gli scenografi interpretano alla perfezione imbiancando, ovattando e gelando ogni baracca inquadrata dalla telecamera. Una cura maniacale che non può essere passata inosservata a Tarantino...
Kinski è perfetto nella parte, quella di un cacciatore di taglie multi

SPOILER "Un uomo solo non può vincere la violenza"

Visti i tanti anni che ci separano dall'uscita originaria si può anche discutere del finale della pellicola, che spiazza qualunque appassionato di western. Di solito ci si aspetta che il buono nonostante tutti i torti e violenze subite sia in grado di impugnare la pistola e sparare un colpo in fronte al cattivo della situazione, ma non è il caso de Il Grane Silenzio dove in pochi istanti vengono fatti fuori sceriffo, Silenzio, la sua amante Pauline e tutti i banditi che erano scesi a valle con l'inganno. Ci si aspetta che da un momento all'altro la situazione si risolva a favore di Silenzio, ma i minuti scorrono inesorabili verso la fine del film ed alla fine è proprio Tigrero e i suoi che la spuntano. Il silenzio cade infine su Snow Hill, ma è tutto a vantaggio dei cacciatori di taglie. Una didascalia finale ricorda come, storicamente, dopo quei massacri del 1898 i bounty hunter furono dichiarati fuorilegge, ma ciò non toglie come il finale spiazzi e stupisca per la sua negatività. In effetti fu girato anche un finale positivo, con lo sceriffo (deus ex machina) che non affogava e ritornava per ammazzare tutti i cattivi: ma qualitativamente è abbastanza osceno, girato in fretta e furia, montato pure peggio; leggenda vuole che lo chiesero i produttori, ma in cuor suo Corbucci aveva scelto di far prevalere il male. Svariati anni prima del filone crepuscolare e realista, i toni di grigio si prendevano la loro rivincita sul bianco e nero...

sfaccettato che agisce al limite della legalità, capace di una violenza inaudita ma astuto nel crearsi un network di delazione che gli denuncia nome, luogo e sopratutto ricompensa per i banditi. Morti o vivi, ma lui li riporta sempre morti perchè vivi oppongono resistenza e si dimenano: è una questione di efficienza e rapporto costi-opportunità, lascia intendere... tutto il contrario del "boia" interpretato da Kurt Russell, insomma.
Trintignant è l'opposto del "cialtrone" Clint Eastwood. Non parla e fa roteare la pistola sempre per secondo, giusto per riaffermare che lui è dalla parte dei buoni sempre e comunque. Una interpretazione limitata e limitante, che si perdona all'attore francese solo perchè è il primo e unico western della sua carriera.
Come non citare infine la colonna sonora di Ennio Morricone, compositore lungamente corteggiato da Tarantino per The Hateful Eight (per la cui colonna sonora si è già aggiudicato un Golden Globe). I temi che ascoltiamo per il western ora nelle sale sono ovattati per via della neve, ma spietati per via del sangue copioso; è una lezione di accostamenti musicali (percussioni e chitarre elettriche) che Il Grande Silenzio ci aveva già proposto a suo tempo e che merita senz'altro un ascolto post-visione.

Il Grande Silenzio Visto il successo di The Hateful Eight è probabile che vi verrà voglia di riscoprire quei western che hanno ispirato Tarantino nella sua più recente fatica cinematografica. Il Grande Silenzio di Sergio Corbucci, lo stesso del primo Django, rientra di diritto nella short-list delle fonti d'ispirazione, e al primo posto ci sentiamo di aggiungere: l'atipicità della neve nei film western sembra il punto di contatto tra le due pellicole, ma solo ad un primo sguardo, perché è stato proprio Il Grande Silenzio a giocare con i topos del western, dando più spazio sullo schermo al cattivo (il cacciatore di taglie Tigrero) rispetto al buono (il pistolero muto Silenzio). In secondo luogo l'estrema efferatezza delle scene di combattimento, il crudo realismo del "duello finale" ed il finale tutto da scoprire rendono grande questo western di Corbucci, capace senza dubbio di affascinare il gusto poliedrico e complicato del cinema di Quentin Tarantino.

7.5

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