Il figlio del diavolo, la recensione dell'horror su Prime Video

Pearry Reginald Teo scrive e dirige un horror derivativo, nel quale il filone esorcistico viene sviscerato in maniera confusionaria e improbabile.

Il figlio del diavolo, la recensione dell'horror su Prime Video
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Joel, padre vedovo, lavora come meccanico in una piccola cittadina per mantenere il figlioletto Mason, che trascorre gran parte delle sue giornate insieme alla babysitter.
L'uomo è in cura per la schizofrenia ed è vittima di violente allucinazioni/flashback, con immagini spaventose che rischiano in più occasioni di far vacillare la sua sanità mentale: una situazione che nell'ultimo periodo pare essersi aggravata e che neanche le consulenze dalla psichiatra, la dottoressa Maya, sembrano riuscire a rallentare.
In più lo stesso Mason inizia a parlare nel vuoto con presunte figure che si nasconderebbero nell'ombra e Joel teme che possa aver ereditato la sua stessa patologia.
Il caso - o meglio delle forzate coincidenze - vorrà che un giorno si presenti alla porta una coppia di preti, tra i quali l'anziano Padre Lambert, da poco uscito di prigione dove ha scontato una lunga condanna per aver praticato esorcismi non consentiti dalla Chiesa e aver causato la morte di una donna. Sarà proprio lui a informare Joel di come la sua famiglia sia stata marchiata dal diavolo in persona.

Promesse non mantenute

Almeno sulla carta Il figlio del diavolo cerca, fin dallo spiegone nel prologo, di offrire un approccio più completo e tecnico della media alla tematica esorcistica, con il discorso sull'assenso da parte del posseduto che si rivelerà poi fondamentale nelle fasi finali del racconto.
Peccato che lo spunto di partenza, in grado ipoteticamente di dare vita a una storia ricca di sfumature e bivi psicologici, si perda in una narrazione e relativa messa in scena confusionarie e prive di un reale senso logico, pur considerando l'orrorifico contesto, e che il richiamo agli stereotipi diventi ben presto una sorta di obbligo per riprendere in mano una sceneggiatura che stava deragliando verso territori ignoti.
La presenza di creature mostruose, reali o immaginarie, che infestano la casa del protagonista e che inizialmente si mostrano soltanto al flash di una moderna Polaroid, appare infatti come una trovata inutile e gratuita, al fine di tentare un'improbabile commistione di influenze e variare le dinamiche base di una vicenda che cede progressivamente spazio alla monotonia.

Poco da salvare

Un paio di spunti, epilogo in primis, risultano parzialmente riusciti ma nel film scritto e diretto nel 2019 da Pearry Reginald Teo manca un'idea precisa e l'ora e mezza di visione pecca di coesione, tra evidenti e irricevibili forzature e personaggi ricalcati su banali stereotipi, a cominciare proprio dalla coppia di religiosi.
Il regista di Singapore, attivo da anni nel campo dei direct-to-video, mostra a tratti soluzioni originali a livello stilistico e le particolari opere d'arte create dal protagonista sono morbosamente affascinanti, ma non basta qualche sequenza riuscita a livello di resa estetica a rimediare alle imprecisioni di scrittura e alla superba fallacia con la quale Il figlio del diavolo si pone allo spettatore.
Infatti finisce per tradirne le aspettative in un calderone inconcludente, dove i soli e sporadici sussulti non possono sorreggere delle fondamenta scricchiolanti fin dalle premesse.

L'eccessiva verbosità appesantisce ulteriormente l'insieme, con diversi tempi morti a far capolino in un minutaggio già di per sé limitato, e le potenziali dinamiche psicologiche e introspettive nel legame padre-figlio finiscono in secondo piano senza un reale perché, lasciando una sensazione di spaesamento e di un orrore mancato.

Il figlio del diavolo Nelle fasi di possessione demoniaca, il momento dell'assenso è quello decisivo affinché la malcapitata vittima conceda definitivamente anima e corpo allo spirito malvagio. Questo è almeno ciò che sostiene Il figlio del diavolo, horror scritto e diretto dal regista singaporiano Pearry Reginald Teo. La storia mette molta carne al fuoco, apre sottotrame qua e là e cerca una bizzarra contaminazione tra i generi, ma il risultato è un confuso luna-park degli orrori dove a dominare la scena è sempre e comunque il versante esorcistico, pur qui limitato nell'esposizione delle relative pratiche ad hoc. I potenziali spunti psicologici nella gestione dei personaggi, che risultano spente macchiette, finiscono per perdersi nell'inutile contorcersi di una trama che, alla resa dei conti, non racconta nulla di nuovo. Una manciata di discrete trovate a livello estetico/stilistico e un epilogo accettabile sono soltanto sporadici sussulti nella mediocrità generale.

4.5

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