Il favoloso mondo di Amélie, la recensione del film di Jean-Pierre Jeunet

Amélie ha come missione quella di rendere migliori le vite altrui, un giorno però scopre l'amore e deve affrontare la propria timidezza.

recensione Il favoloso mondo di Amélie, la recensione del film di Jean-Pierre Jeunet
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Amélie non è cresciuta come tutte le sue coetanee: da bambina, per via del carattere eccentrico dei suoi genitori, che tra le altre cose non l'hanno mai fatta andare a scuola istruendola per loro conto, ha sviluppato una sorta di timidezza cronica che la affligge ancora oggi nonostante lo scorrere degli anni. Raggiunta la maggiore età la protagonista decide di staccarsi da quel cordone ombelicale, ormai solo paterno (la madre è morta in tragiche circostanze quando era solo seienne), e andare a vivere da sola, trovando lavoro come cameriera in un bar di Montmartre, il Café des 2 Moulins.

In Il favoloso mondo di Amélie la missione della ragazza, solitaria per natura e incapace di creare solidi legami con la gente che la circonda, è quella di aiutare gli altri e rendere la loro vita migliore, anche a discapito dei propri stessi interessi: questa è infatti l'unica cosa che riesce a renderla felice, un impeto altruistico scatenatosi dopo aver sentito la notizia al tg della morte di Lady Diana. Durante le varie incursioni atte a portare beatitudine, amore e nostalgia tra coloro che incrociano la sua strada, Amélie però incrocia Nino Quincampoix, un ragazzo che ha la mania di collezionare fototessere gettate via da individui sconosciuti nelle apposite macchinette delle stazioni: tra i due sarà un reciproco colpo di fulmine, il carattere di lei la porterà a escogitare un folle "percorso a tappe" prima di fare la reale conoscenza dell'innamorato.

Alla ricerca dell'amore

Il cinema di Jean-Pierre Jeunet ha sempre dimostrato una carica visionaria unica, capace anche nei suoi lavori più controversi come il discusso Alien - La clonazione (1997), ultimo capitolo della saga classica con protagonista Ellen Ripley, di emergere dal punto di vista estetico. Ma è solo quattro anni dopo che l'autore di cult grotteschi e dark come Delicatessen (1991) e La città perduta (1995) trova la definitiva consacrazione sul grande schermo, realizzando il titolo più famoso e apprezzato della sua carriera. Parliamo naturalmente de Il favoloso mondo di Amélie, probabilmente la commedia romantica più significativa del nuovo millennio sia per approccio narrativo che di messa in scena, un'opera entrata di diritto tra i grandi classici del cinema recente.

Il regista francese trova infatti un'inedita chiave di lettura nella gestione sentimentale e introspettiva della sua protagonista, una figura dalle mille sfaccettature dietro le quali, filtrati per eccessi, emergono i sintomi di una società sempre più chiusa e incapace a comunicare. Amélie diventa così lo specchio di tante solitudini e la sua personale crociata nel rendere felici le persone dimenticate, al pari delle personali vendette a metafora di una rivalsa contro la nicchie dei "crudeli padroni", si ammanta di significati alti e molteplici che esulano dal semplice genere d'appartenenza.

Amélie nel metrò

Jeunet eleva la leggerezza a poesia in un mix frenetico e incalzante, sempre ricco di soluzioni e magia: a tratti emergono citazioni e influenze da un altro cult transalpino, Zazié nel metrò, diretto nel 1960 da Luis Malle e con al centro lo sguardo disincantato di una bambina.
E la stessa Amélie, pur ormai maggiorenne, ha mantenuto anch'essa una fanciullezza di spirito che le permette di agire come scheggia impazzita all'interno di dinamiche adulte e concede al comparto visivo il modo di trasfigurare il mondo circostante in una sorta di visione fiabesca, dove i pupazzi si animano, il contesto urbano diventa una sorta di folle luna-park dove vivere incredibili avventure e portare l'agognata pace ad anime smarrite (significativa in tal senso la splendida sequenza nella quale accompagna per strada un vagabondo cieco raccontandogli il paesaggio circostante).

La sceneggiatura, curata a quattro mani dal regista insieme al fido collaboratore Guillaume Laurant, ha il merito di tratteggiare un contorno ideale alle peripezie della protagonista, dando vita a comprimari fondamentali nella logica degli eventi e ad elementi chiave nello svolgimento narrativo, sempre presenti nelle varie fasi cruciali caratterizzanti la storyline principale: il bar in cui lavora e l'edificio dove vive in un piccolo appartamentino all'ultimo piano sono ricchi di umanità, positiva o negativa che sia, e aggiungono ulteriori sfumature al tardivo percorso di formazione della ragazza, pronta a scoprire e affrontare per la prima volta nella sua esistenza le gioie e i dolori dell'innamoramento.

All you need is love

Il favoloso mondo di Amélie, oltre al pulsante cuore di una storia tanto atipica quanto appassionante ed emozionante, mostra i muscoli anche nella gestione delle soluzioni stilistiche: dal voice-over che fin dall'inizio ci accompagna alla scoperta dei vari personaggi coinvolti, con descrizioni incisive e rapide che mettono alla mostra manie tanto strane quanto paradossalmente verosimili, allo scoppiettante prologo che nell'arco di pochi minuti introduce con chirurgica lucidità il background di Amélie, dai continui sguardi rivolti in camera in ispirati slanci metacinematografici atti a rompere la quarta parete al "sentiero d'amore" tracciato come mappa da seguire per il prescelto, il film è un concentrato di invenzioni sempre nuove che si coagulano in un raffinato e trascinante amalgamo di toni e modi, per di più accompagnato dalla splendida colonna sonora di pianoforte a firma di Yann Tersen.

Nel tracciamento di questo insolito e catartico gioco identitario, l'impatto non sarebbe stato probabilmente tale senza un'attrice all'altezza di un così istrionico alter-ego: la giovane Audrey Tautou, reduce da parti secondarie, è stata la scelta ideale, a posteriori quella che appare come l'unica possibile. Occhi enormi da cerbiatto, sorriso sbarazzino intriso di malinconia, un look vintage che le calza a pennello la rendono l'eroina perfetta e il resto del cast si adatta armoniosamente alle sue adorabili bizze, da Mathieu Kassovitz nei panni "dell'oggetto del desiderio" quale anima affine al folto stuolo di caratteristi che popolano le due ore di visione, sempre stabili su un'atmosfera disincantata e magica dove tutto, l'amore in primis, sembra veramente possibile.

Il favoloso mondo di Amélie Il terrore della realtà e la fuga in un mondo di fantasia per sfuggire ai limiti di una timidezza congenita dovuta a un'infanzia fuori dai normali canoni. Il percorso compiuto dalla protagonista non è dei più semplici e la ricerca dell'amore, e conseguentemente del proprio posto del mondo, dovrà attraversare vari step prima del definitivo happy ending in questo cult romantico che agli inizio del nuovo millennio ha conquistato il pubblico di ogni latitudine. Il favoloso mondo di Amélie rapisce sia grazie a una narrazione dolce e spumeggiante in egual misura che a una messa in scena raffinata, citazionista e originale al contempo, ricca di soluzioni sempre nuove sia dal punto di vista sonoro che visivo in una totale scoperta della vita da parte del personaggio (interpretato da una deliziosa e irresistibile Audrey Tautou) che coincide in una riscoperta del cinema nel suo animo più eccentrico e primigenio, perfetta rappresentazione di una sfera sentimentale e sociale osservata dagli occhi disincantati di una ragazza dallo sguardo di bambina. Jean-Pierre Jeunet non sbaglia un colpo e realizza un'opera studiata e ragionata al millimetro, capace di trasformare il suo imposto schematismo in una ronda di emozioni che diverte, sorprende e commuove senza limiti di sorta. Il film andrà in onda lunedì 8 ottobre alle 21.15 su CIELO TV.

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