Recensione Il Drago Invisibile

Con Il drago invisibile Disney propone il remake di Elliott il drago invisibile, forte di un cast guidato da Bryce Dallas Howard e Robert Redford.

recensione Il Drago Invisibile
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Da Alice in Wonderland (e il recente, poco fortunato sequel) a Maleficent, da Cenerentola a Il libro della giungla, aspettando La bella e la bestia con Emma Watson e probabilmente La sirenetta, nell'ultimo lustro la Walt Disney ha riempito le sale e raccolto miliardi di dollari grazie a una sequela di rifacimenti, in versione live action, di alcuni dei più celebri classici d'animazione del suo illustre canone: un itinerario in cui l'appeal dell'effetto nostalgia si fonde con la sicurezza di far leva su un immaginario già consolidato e amatissimo, al punto che perfino lo scarso apprezzamento di critica e spettatori garantisce comunque, sull'onda della curiosità iniziale, introiti altissimi (si pensi al discusso Maleficent). Se i casi appena citati sono basati però sul passaggio dall'animazione più classica alla presenza di attori in carne e ossa, la Disney sembra ora voler applicare una formula analoga addirittura ai suoi film live action del passato: e mentre annuncia in pompa magna il Mary Poppins Returns con Emily Blunt a raccogliere il testimone di Julie Andrews, nelle sale ecco arrivare Il drago invisibile...

Il ritorno di Elliott

Ma mentre con il remake di Mary Poppins il pericolo (enorme) sarà quello di rivisitare un caposaldo intramontabile del catalogo disneyano e del cinema per l'infanzia, con Il drago invisibile la "Casa di Topolino" si assume rischi senz'altro minori: alla base di questo nuovo progetto vi è infatti un'opera in proporzione meno nota della produzione disneyana, Elliott il drago invisibile di Don Chaffey, commedia musicale del 1977 in cui gli attori interagivano con il drago animato del titolo. A quasi quattro decenni di distanza il regista e sceneggiatore David Lowery, proveniente dal cinema indie (e autore nel 2013 di Senza santi in paradiso), riporta in vita Elliott, cancella l'elemento prettamente musicale, sposta l'ambientazione nel Nord-Ovest rurale degli Stati Uniti (con location però in Nuova Zelanda), si avvale del 3D e dell'ausilio di ottimi effetti speciali ed accentua certi aspetti drammatici del racconto, pur senza perdere di vista il principale target di riferimento: il pubblico infantile. Il drago invisibile si rivela infatti un film all'insegna della semplificazione, tematica e narrativa: il che non sarebbe necessariamente un difetto, benché tale approccio determini una trama basilare e priva di sorprese ed uno sviluppo fin troppo schematico dei conflitti al cuore del racconto.

Il drago dal cuore tenero

Se dunque Il drago invisibile difficilmente potrà far presa su spettatori adulti, il remake di Lowery può contare comunque su qualche asso nella manica: primo fra tutti proprio lui, Elliott. Sarà per i progressi della computer graphica, sarà per il suo aspetto da affettuoso ‘cucciolone', ma Elliott è la vera arma vincente del film: non solo per le sue convincenti interazioni, sul piano dell'immagine, con gli altri personaggi, ma anche per il senso di simpatia e di tenerezza che questa creatura riesce a sprigionare da subito nel suo rapporto con il piccolo orfano Pete (Oakes Fegley), esempio di "ragazzo selvaggio" che troverà una nuova famiglia presso la ranger forestale Grace Meacham (Bryce Dallas Howard) e il suo compagno Jack (Wes Bentley). È grazie ad Elliott se, di tanto in tanto, Il drago invisibile riesce a spiccare il volo (in tutti i sensi), mentre purtroppo i suoi comprimari ‘umani' rimangono figurine piuttosto stereotipate e prive di spessore, sebbene strappi qualche sorriso la presenza del saggio Mr. Meacham, che ha il volto, lo sguardo e il sorriso benevolo del grande Robert Redford.

Il Drago Invisibile Nella sua apologia della capacità di adottare uno sguardo innocente per poter cogliere la meraviglia del mondo attorno a noi, Il drago invisibile si propone come un film spielberghiano fin nel midollo, senza però mai raggiungere i livelli di emozione e di empatia dei cult del regista statunitense. E per quanto la pellicola di Lowery assolva la sua funzione primaria e ci regali un draghetto che si fa amare dal primo istante, la colonna sonora fastidiosamente enfatica di Daniel Hart e gli eccessi di sentimentalismo del finale compromettono in parte l'esito complessivo.

6.5

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