Recensione Il Divo

Sorrentino, fra satira e dramma, racconta la straordinaria vita del Divo Giulio

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Una processione di auto blindate della DIGOS che procede a passo d'uomo e cinque agenti armati attraversano via del Corso in un'umida notte romana del 1989; in mezzo a loro, adeso al muro ed ingobbito, cammina un ometto di settant'anni che vuole andare a confessarsi, Giulio Andreotti (Servillio). La lunga agonia della prima Repubblica è appena cominciata e il Divo Giulio si prepara ad entrare per la settima volta a Palazzo Chigi, per presiedere quello che sarà ricordato come il governo dell'immobilismo. Attorno a lui si muovono vari personaggi più o meno pittoreschi, dal ministro delle finanze Cirino Pomicino (Buccirosso), all'imprenditore Giuseppe Ciarrapico (Ralli) che, tutti insieme, formano la corrente Andreottiana della DC. Il film segue la vita dello statista da questo punto fino al processo per mafia di Palermo, dove un pentito lo accusa di essersi incontrato e baciato con il boss dei boss, Totò Riina.

Dopo il trionfo al festival di Cannes, dove ha vinto il premio speciale della giuria, arriva finalmente nelle sale italiane il film di Paolo Sorrentino dedicato, come recita la didascalia che appare ad inizio pellicola, alla straordinaria vita di Giulio Andreotti. Il regista non ci mostra l'Andreotti di stato, anzi, la politica che dovrebbe pervadere tutta la vicenda rimane quasi sullo sfondo, perché a Sorrentino non interessa dare un giudizio storico sul personaggio Andreotti, appare invece molto più interessato alla caratura umana del Divo Giulio, alla sua vita privata, ai suoi amici, ai suoi dubbi. Per questo motivo per la gran parte del film vediamo un protagonista solo, che combatte con le emicranie ed incapace di instaurare il minimo rapporto umano con i suoi colleghi ed "amici". La telecamera di Sorrentino non ha pietà e, muovendosi ossessivamente nei corridoi del potere, ritrae un fantasma che si muove quasi scivolando sui pavimenti a mo' di vampiro, con il suo collo incassato e le mani perennemente incrociate. Anche nei, rari, dialoghi di Andreotti con gli altri personaggi appare questa componente di solitudine quasi teocratica, il Divo infatti risponde sempre con battute o motti di spirito senza mai lasciar trapelare nulla dei suoi pensieri o delle sue sensazioni. Addirittura quando gli viene annunciata la notizia dell'omicidio del suo amico Salvo Lima, non fa altro che, molto semplicemente, continuare la conversazione al telefono che aveva in corso, non mostrando mai un minimo di pietà umana tanto da far esclamare all'amico e collega Cirino Pomicino "Giulio, io e te siamo amici da trent'anni, ma non ti conosco per niente!". In questo generale squallore umano e politico le uniche luci sono rappresentate dalle due donne della vita di Andreotti, la fida moglie Livia e la sua segretaria personale, la signora Enea; entrambe sono le uniche persone che riescono a penetrare la cortina dell'indifferenza andreottiana e a strappare al protagonista qualche risicato cenno di affetto od approvazione.Sorrentino però non rinuncia, pur in questo impianto da tragedia greca, al suo classico stile sarcastico e, perciò, sceglie di ritrarre un Andreotti quasi da caricatura: ogni sua caratteristica viene ingigantita fino ai limiti del verosimile, così come quelle degli altri politici che appaiono sul proscenio. Anche gli ambienti sono volutamente eccessivi, con una splendida fotografia che ritrae la Roma del potere accentuandone la pomposità e la decadenza. Lo stesso palazzo Chigi, pieno di ori, federe di raso e specchi ricorda più una casa arredata da persone di dubbio gusto più che la residenza ufficiale del presidente della consiglio. A completare questo quadro al limite fra il grottesco ed il drammatico, il regista imbastisce poi una colonna sonora pressoché perfetta, usando sonorità dance e pop creando un deciso e riuscito contrasto con le grigie vicende che vengono raccontate a schermo (memorabile da questo punto di vista è tutta la sequenza in cui Andreotti e la moglie si tengono per mano sulle note de I Migliori Anni della Nostra Vita di Renato Zero).

Uno straordinario (ed irriconoscibile) Toni Servillo è il mattatore di tutte le due ore del film, con il viso coperto di cerone e la testa incassata nelle spalle, riesce con pochi sguardi ed ancor meno gesti a tratteggiare perfettamente il personaggio Andreotti, con tutti i suoi cliché, dalla gobba, alla camminata leggera, fino al continuo movimento delle mani. Altra grande intepretazione è quella di Piera degli Espositi, nel ruolo della signora Enea che, pur apparendo per pochissime inquadrature, incarna alla perfezione il ruolo dell'angelo custode dello Statista, curandone gli impegni e riuscendo sempre a mantenere i segreti, anche quelli più terribili. Molto bravi anche tutti i comprimari, alcuni dei quali praticamente indistinguibili dalle controparti reali e perfettamente in grado di far vivere l'atmosfera da fine dell'impero che accompagnò il crollo della Democrazia Cristiana.

Il Divo L’Italia s’è desta. Finalmente il cinema italiano ha riscoperto se stesso e la sua capacità di scavare a fondo nel ventre molle della nostra storia contemporanea. In mezzo alla molte sequenze che entreranno di diritto nella storia del cinema italiano e alla straordinaria performance attoriale di Servillio, troviamo un film che racconta in maniera non banale, e senza mai scadere nella parodia, la vita di un uomo che ha consacrato tutto se stesso allo Stato, intendendo come stato l’esercizio del Potere fine a se stesso. Il Divo è un film da vedere e rivedere, sia per le sue indubbie qualità artistiche che per l’abilità nel raccontare, come forse solo Moretti aveva fatto prima, l’anomalia storica della politica italiana.

8.5

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