Recensione Il diritto di uccidere

Helen Mirren, Aaron Paul e Alan Rickman protagonisti di un dramma incentrato sulle responsabilità politiche e morali nella 'guerra dei droni'

recensione Il diritto di uccidere
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Katherine Powell (Helen Mirren), Colonnello dell'esercito britannico di stanza a Eastbury, si prepara a dirigere una delicatissima operazione anti-terrorismo: a Nairobi, infatti, è stato individuato un gruppo di militanti sunniti di Al-Shabaab, e il Colonnello ha finalmente l'occasione di colpire tre fra i più pericolosi ricercati dell'Africa Orientale, riuniti in una safe house assieme a due nuove reclute. Mentre Katherine osserva le immagini provenienti dal Kenya in attesa del momento propizio per agire, in una base militare in Nevada il pilota americano Steve Watts (Aaron Paul) gestisce il controllo di un drone insieme alla giovane Carrie Gershon (Phoebe Fox). A supervisionare la missione è il Generale Frank Benson (Alan Rickman, nella sua ultima interpretazione), in un meeting presieduto dal Ministro inglese Brian Woodale (Jeremy Northam). E nell'arco di qualche ora, lo svilupparsi degli eventi comporterà per tutti la necessità di prendere decisioni estremamente difficili...

I am the eye in the sky

Il diritto di uccidere (esplicita rititolazione italiana del più vago Eye in the Sky), produzione britannica presentata al Toronto International Film Festival 2015 e accolta da un positivo responso di critica e di pubblico su entrambe le sponde dell'Atlantico, si inserisce in quel solco, sempre più ampio, di narrazioni cinematografiche e televisive volte non solo a raccontare la contemporanea guerra al terrorismo, ma soprattutto le inedite modalità di questi conflitti e le problematiche che ne derivano in termini etici ed umani. Se l'esempio più alto, in tal senso, rimane il capolavoro di Kathryn Bigelow Zero Dark Thirty del 2012, in seguito l'attenzione si è focalizzata maggiormente sul concetto di "conflitto a distanza" e sull'utilizzo di droni come duplice strumento di osservazione e di distruzione: elementi al cuore del sottovalutato Good Kill di Andrew Niccol, in concorso al Festival di Venezia 2014, ma anche della quarta stagione della serie televisiva Homeland. Il diritto di uccidere, nuova regia del cineasta sudafricano Gavin Hood dopo un cospicuo numero di passi falsi (Rendition, X-Men le origini - Wolverine, Ender's Game), riparte proprio da lì: da quell'"occhio nel cielo" mediante il quale, in diverse parti del mondo, i protagonisti seguono i movimenti di un gruppo terroristico di stanza in Kenya, in attesa del momento propizio per agire. Ma la dimensione da thriller a sfondo bellico, capace fra l'altro di mantenere ottimi livelli di tensione giocando appunto con le attese dello spettatore, è declinata in direzione di un dramma psicologico tutto costruito sulla parola e il confronto.

L'occhio che uccide

In un'unità di azione e di tempo - l'intera vicenda si svolge quasi in real time - a cui non corrisponde un'analoga unità di luogo, ecco dunque i vari personaggi dibattere sulle responsabilità di un attacco che potrebbe provocare anche i famigerati "danni collaterali": responsabilità legali, responsabilità politiche ma ancora di più responsabilità morali, quelle che pesano come macigni sulle scelte di chi è seduto ai tavoli del potere, così come di chi si trova a dover semplicemente "premere il grilletto". E la sceneggiatura di Guy Hibbert trae forza e pathos proprio da tale aspetto, non privo di contraddizioni e di paradossi: sia nel mettere in scena il farraginoso iter burocratico che potrebbe portare allo sgancio del missile, con tanto di linguaggio ad hoc e di rassicuranti acronimi; sia mostrando politici, militari e consulenti legali mentre tentano di soppesare il valore delle vite umane - quelle che si potrebbero spezzare, quelle che si potrebbero salvare - secondo percentuali di probabilità ed equazioni matematiche. Sono le componenti di principale interesse, nonché le più riuscite, all'interno di una pellicola intrigante per quanto imperfetta, forse troppo preoccupata di illustrare le ragioni di tutti (senza distinzioni manichee) per risultare incisiva fino in fondo, e che non mette appieno a frutto il potenziale di alcuni dei suoi comprimari (specie quelli interpretati da Aaron Paul e Phoebe Fox).

Il diritto di uccidere Decisamente affascinante nella propria disamina delle ambiguità e delle piccole e grandi assurdità di un “conflitto a distanza” dalle sfumature etiche tutt’altro che definite, e servito da un cast inappuntabile, Il diritto di uccidere si dimostra nel complesso un’opera solida e coinvolgente: un film di cui si apprezza senz’altro l’approccio problematizzante rispetto ai dilemmi morali delle contemporanee guerre al terrorismo, ma a cui avrebbe giovato un pizzico di coraggio in più nel riservare una durezza ancora maggiore tanto ai protagonisti, quanto agli spettatori.

7.5

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