Recensione Il Destino di un Guerriero

Un uomo, un mercenario, un eroe

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Un eroe dal sangue caldo

Ormai i più sono pronti a ricordarlo come il prode Aragorn della trilogia del Signore degli Anelli. Ma Viggo Mortensen è, prima di tutto, un artista a tutto tondo. Fotografo, poeta, pittore, musicista, nonchè capace interprete di moltissime lingue. Tra queste lo spagnolo e l'italiano. E così non ha avuto problemi, quando gli è stato proposto dalla Spagna il ruolo del capitano Alatriste, recitato rigorosamente in lingua originale. Negli ultimi anni comunque sulla breccia, basti ricordare la sua ottima prova nel duro A History of Violence di Cronenberg, passando per il ruolo da novello Indiana Jones di serie B in una pellicola per teenager come Hidalgo. Ma la maggior parte dei suoi fans ormai non riesce a staccargli di dosso l'immagine del condottiero valoroso, un po' il destino che toccò a John Wayne con la figura del cowboy tutto di un pezzo. E chi sperava in una storia epica non rimarrà di certo deluso. Senza atmosfere da blockbuster, con una regia sobria e semplice il regista Agustín Díaz Yanes (già autore del discreto Nessuna Notizia da Dio) regala una bella avventura, favorito anche dal soggetto consistente nei libri scritti da Perez-Reverte. Il cast di contorno è più che decoroso, con nuove promesse del cinema iberico, mentre, e dispiace dirlo, stona un po' il nostro Enrico Lo Verso nei panni di Gualtiero Malatesta.

Ideali per cui vivere, ideali per cui morire

Qualcuno ha detto Dumas? Forse è un po' esagerato il confronto tra i grandi romanzi dello scrittore francese e questa pellicola. I tre moschettieri sono un classico imprediscindibile, sia dal punto di vista letterario che cinematografico, sebbene la maggior parte delle versioni non sia mai riuscita a trasmettere lo spirito originario dello scrittore. E' certo però il fatto che da anni non si vedesse una storia di cappa e spada così intrigante, dove i sotterfugi si mescolano ai duelli, l'amore alla violenza, la vita alla morte. Gran parte del merito va di sicuro alla caratterizzazione del personaggio interpretato da Mortensen, un antieroe dallo spirito romantico, che non lesina atti di onore, pur essendo ormai stato temprato e forzato dalla vita a commettere le più truci violenze. Così come per lo stesso onore citato, non si farà scrupoli ad uccidere dei suoi compagni. La storia inizia nel XVII secolo, quando l'impero spagnolo era all'apice del suo potere in Europa. Siamo nelle Fiandre, vero inferno per i combattenti, costretti a lottare per la vita in putride paludi. Al suo ritorno Diego Alatriste dovrà badare al figlio di suo amico perito in battaglia. Intorno a lui intanto si muovono i fili di un contorto intrigo politico che vede in mezzo la Chiesa, e che metterà nei guai più di una volta il nostro eroe. Nell'arco di dieci anni si dipana così un'avventura dal sapore epico, che culminerà in un finale dove il pathos raggiunge livelli alti e che tiene aperte le porte per uno o pù seguiti.

Un'epica cupa e bisbigliata

Probabilmente chi si aspetta un film di sola azione rimarrà deluso. Non ci troviamo infatti di fronte a un classico kolossal hollywoodiano, per fortuna. Niente acrobazie impossibili stile Pirati dei Caraibi, e nemmeno battaglie campali dal sapore glorioso in stile Braveheart (che rimane comunque un gran film). Non serve sempre urlare e incitare per raggiungere il cuore dell'epica pura. Molte volte un semplice duello uno contro uno, in grado di decidere la vita o la morte dei contendenti, ha più sentimento di qualsiasi assalto di cavalleria. E qui i combattimente con la spada raggiungono più che bene il loro scopo. Centellinati ovviamente, perchè sarebbe stato troppo facile ricorrere a un susseguirsi di scontri all'arma bianca capaci di infiammare i cuori dei più giovani. Il vero motivo portante alla fine risulta essere l'amore: l'amore per la propria donna, ma soprattutto l'amore per il proprio Paese. Su questi due obiettivi si fonda il cardine centrale della pellicola. Se sia Alatriste che Inigo (il giovane di cui deve prendersi cura) sono pronti inizialmente a lasciare tutto per la rispettiva amante, in seguito capiranno che nell'amore mai niente è semplice, e troveranno sfogo solo nella furia della battaglia. Qualcuno potrà accusare il film di lentezza, ma cosa c'è di male a priori nell'andare lenti? Se tutto risulta funzionale all'obiettivo, allora anche i dieci minuti apparentemente più noiosi avranno il loro senso di esistere. Un film emozionante e difficile, questo si, ma se preso nel verso giusto in grado di regalare diverse soddisfazioni.

Epoca di tirannia e povertà

C'è un grande contrasto tra la ricchezza sfarzosa dei principi e dei vescovi e la povertà della gente comune. Lo stesso Alatriste, mercenario al soldo dei potenti, non ha i soldi per potersi comprare degli stivali nuovi. E' impossibile realizzare i propri sogni senza denaro, e quelli del protagonista verranno infranti proprio a un passo dalla loro riuscita. Se questo film riesce a colpire anche dal punto di vista visivo, merito è sicuramente della scenografia, della fotografia e dei costumi. Ritornano più volte alla mente alcuni grandi pittori decadenti del passato, primo fra tutti Velasquez, tanto che alcuni personaggi paiono rappresentazioni specchiate di alcune sue opere. Ma anche il gioco di luci e ombre riesce ad aumentare ancora di più il contrasto economico, i cupi vicoli dei quartieri popolari sfigurano di fronte alla ricchezza dei gioielli dei nobili. Ed è ancora più facile capire la caratterizzazione dei personaggi: niente bianchi e neri, ma solo grigi più o meno accentuati. Scordatevi eroi senza macchia, perchè quelli ahimè sono solo invenzioni made in Hollywood. Qua c'è la vita, uomini veri fatti di sangue e dolore. L'unica pecca che ci si sente di riscontrare, comunque veniale, è una certa "invulnerabilità" del protagonista, più volte ferito e di fronte alla morte, ma sempre capace di sopravvivere. Ma è di ben poco conto, in quest'opera corale che risolleva il cinema spagnolo, ormai da troppo tempo ancorato ai soli guizzi di Almodòvar, ma che finalmente dà segnali di risveglio in un blockbuster che non ha niente da invidiare a pellicole ben più blasonate.

Il Destino di un Guerriero Una bella storia di cappa e spada, niente di più, niente di meno. Ma in una latitanza enorme di questo genere, per lo più abusato da Hollywood in pellicole che del genere stesso possiedono ben poco spirito, è un piacere vedere un prodotto come questo. Asciutto, sobrio, a tratti quasi elementare. Ma l'epica viene ancora più accentuata da questa semplicità, e il personaggio di Alatriste, un eroe non senza macchia, è una figura destinata a rimanere nel cinema di questo tipo. Avvincente, con un sapore antico che mancava da troppo tempo.

7.5

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