Recensione Il Debito

Un ottimo cast e un reparto tecnico eccellente non salvano Il debito dalla monotonia

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Autore del blasonato - e altamente sopravvalutato - Shakespeare in Love e di ammorbanti polpettoni quali Il mandolino del capitano Corelli e Proof - La prova, John Madden porta sullo schermo il remake a stelle e strisce della pellicola israeliana Ha-Hov diretta nel 2007 da Assaf Bernstein, dalla quale il regista britannico non eredita praticamente nulla decidendo invece di adagiarsi su toni volutamente spettacolarizzati e tipici delle mega-produzioni d’oltreoceano.
A prendere parte all’operazione vi è un cast di prim’ordine ove spiccano nomi del calibro di Helen Mirren (premio Oscar per The Queen - La regina, oltre che pluripremiata col Golden Globe) , Sam Worthington (popolare protagonista di Avatar e Terminator Salvation), Tom Wilkinson (Full Monty - Squattrinati organizzati, La ragazza con l'orecchino di perla), Jessica Chastain (splendida musa di Al Pacino per Wilde Salome) e il Marton Csokas già visto nell’action-movie xXx e che ricordiamo per aver interpretato il ruolo di Lord Celeborn nel primo e terzo capitolo della trilogia de Il Signore degli Anelli.

DEBITO DI QUALITA'

Berlino Est, 1966.
Rachel, David e Stephan, tre giovani agenti del Mossad, sono incaricati di catturare il criminale nazista Vogel, soprannominato “il chirurgo di Birkenau”, e di portarlo in Israele al fine di poterlo processare. Le cose, però, non vanno come previsto: Rachel si vede infatti costretta a uccidere il criminale per impedirne la fuga, ma giustizia è comunque fatta. Tornati in patria, lei e i suoi compagni vengono celebrati come eroi, fino al momento in cui, trent’anni dopo, viene appurato che il criminale nazista è ancora vivo. Spetta dunque alla stessa Rachel il compito di ristabilire l’ordine delle cose e saldare il debito con la giustizia e con la propria coscienza.
Ora, non che quello di Madden possa essere definito un brutto film, tutt’altro, ma la prima sensazione che sorge alla mente dello spettatore sin dai primissimi minuti di visione è quella di una pellicola totalmente omologata alla recente - ma non solo - produzione di genere action statunitense, con tutti gli stereotipi - più che gli archetipi - ad essa appartenenti, utilizzati in questa specifica occasione in modo sicuramente onesto ma davvero poco coraggioso.
Il che dispiace se pensiamo che le premesse - dando anche solo una rapida occhiata alla trama e ai nomi altisonanti presenti nel cast - erano ben più che una semplice formalità. Ma purtroppo il ritmo cala spesso di intensità e la regia di Madden si dimostra non sempre all’altezza di gestire la tensione e il livello di pathos presente nella sceneggiatura, a firma del Matthew Vaughn regista di Kick-Ass in collaborazione con Jane Goldman e Peter Straughan, che ha sceneggiato anche il recente La talpa di Tomas Alfredson.
A ovviare alla poca efficacia dell’impianto narrativo, oltre alle buone prestazioni degli interpreti - il cui livello di fama è stato probabilmente visto come una buona scusa per accontentare il pubblico e sminuire l’importanza della storia - subentra un buon reparto tecnico che si avvale di una fotografia (Ben Davis) egregiamente curata e una validissima colonna sonora ad opera del veterano Thomas Newman.
Non bastano però questi pur notevoli pregi a risollevare un prodotto potenzialmente interessantissimo ma che ha purtroppo gettato alle ortiche la possibilità anche solo di apparire diverso rispetto a tutte le altre opere dello stesso genere che quotidianamente affollano sia il piccolo che il grande schermo, per di più con il rischio di risultare null’altro che un’operazione meramente commerciale e senza alcuna velleità.

Il Debito Il nuovo film di John Madden non è disprezzabile ma la poca originalità dal punto di vista narrativo lo “condanna” a essere null’altro che un comune action/spy-movie senza particolari motivi di interesse. Il buon cast tenta di colmare le lacune dell’impianto narrativo riuscendoci però solo in parte. Buono il reparto tecnico, che comunque non consente alla pellicola di raggiungere la piena sufficienza.

5.5

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