Recensione Il condominio dei cuori infranti

Sei storie, tre coppie: sei cuori solitari, tre modi per ritrovarsi e condividere le proprie esperienze con qualcun altro. Senza vincoli di linguaggio, senza vincoli di classe: tutti col bisogno di non essere più 'infranti'.

recensione Il condominio dei cuori infranti
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C'è una quantomai sorprendente abitudine nel cinema italiano di questi anni nel riproporre soggetti che sono propri del cinema francese. Uno dei più grandi successi comici dell'ultimo periodo, Benvenuti al Sud, risponde esattamente a tale caratteristica e all'etichetta di emulo, ma non da meno è stato anche l'altrettanto recente Il nome del figlio di Francesca Archibugi, che ha riunito attorno a un tavolo, in una sola grande ed evocativa location, una famiglia allargata composta da cinque equidistanti elementi e caratteri. Un segnale che all'Italia il cinema francese piace e soddisfa, tanto da volerlo riproporre, ma non per questo la commedia dei transalpini dev'essere sempre sinonimo di certezza e di ottima riuscita, scontata soprattutto. Quanto offerto, però, da Samuel Benchetrit è soddisfacente e non lascia spazio a dubbi sulla commedia francese, perché riesce, a modo suo, a discostarsene.

SEI PERSONAGGI IN CERCA D'AMORE

Non ci troviamo dinanzi a un film di Dany Boon, bensì sembra di trovarsi più in una surreale commedia scritta da Jaco van Dormael, che pur essendo belga è pur sempre francofono, o anche da Roy Andersson. Il condominio dei cuori infranti, che in originale si presenta al cinema come Asphalte, vive su attimi blandi, su una narrazione lenta, ma che si sposa perfettamente con i tempi richiesti. Sui tempi che un qualsiasi condominio abbisogna anche per aggiustare l'ascensore guasto. Proprio qui, in questo palazzo nella periferia di Parigi, Sterkowitz, nome che con la sua assonanza può sicuramente strappare un sorriso al pubblico italiano, tanto da credere effettivamente nella locuzione nomen omen, è l'unico condomino contrario alla sostituzione dell'ascensore: d'altronde lui abita al primo piano, non ne ha bisogno. L'accordo sarà che l'ascensore verrà pagata da tutti gli altri, ma lui non potrà utilizzarlo, nemmeno nel giorno in cui, costretto sulla sedia a rotelle per un surreale incidente, si troverà bloccato per salire la prima rampa di scale. Chiamato a un grande sforzo di ingegno, Sterkowitz dovrà memorizzare e catalogare tutti gli spostamenti dei suoi dirimpettai per scoprire a che ora potrà usufruire dell'ascensore senza essere scoperto: in piena notte. Il surrealismo di Benchetrit riesce a strappare quei sorrisi amari, a denti stretti, figli di un'esperienza che pur partendo da situazioni irreali, come l'astronauta americano McKenzie che precipita dallo spazio sul tetto del condominio parigino, sfocia in qualcosa che ci risulta molto vicina, molto prossima alla nostra quotidianità. Tutte le storie che prendono forma in Asphalte mettono insieme un microcosmo di solitudine, di storie di persone che pur di trovare la coesistenza con qualcuno sono disposte a fingersi qualcos'altro, a lasciarsi coinvolgere persino da una telenovela già vista, fino a capire che la costrizione è soltanto superficiale: il bisogno della compagnia prevale sempre.

I sei personaggi, divisi in tre geniali coppie, che vedono l'astronauta condividere l'appartamento con Hamida, un'anziana donna araba che come unico impegno ha quello di far visita al figlio rinchiuso in carcere, Charly, un giovane abbandonato dalla madre troppo presa dal lavoro, porgere la propria spalla a Jeanne Meyer, un'attrice decaduta, e il già citato Sterkowitz fissare improbabili appuntamenti con una infermiera in pausa durante la notte. I mondi delle rispettive parti sono incredibilmente equidistanti, agli antipodi, dall'americano che non capisce il francese alla povera Hamida, che in quel pallido anglofono rivede il figlio che è trattenuto lontano da casa, desiderosa di accudirlo nonostante l'immensa distanza linguistica: i siparietti che ne nascono sono tra i più riusciti dell'intero film, premiando la vena comica del quinto lungometraggio di Benchetrit. Un'ironia illuminante, che viene dipinta e realizzata sotto un cielo plumbeo che porta con sé un incredibile silenzio tra le strade di quella periferia abbandonata a se stessa. Perché anche la scenografia riesce a fare la sua parte in Asphalte, costruendo un condominio disastrato, tanto quanto i cuori infranti dei protagonisti: non è errata, almeno non del tutto, la localizzazione del film in Italia, che nel parlare di cuori infranti indovina il fil rouge dell'intera produzione, pur vestendo il film di un abito che più si avvicina al romantico che alla commedia surreale.

Il condominio dei cuori infranti Il condominio dei cuori infranti è un'esplosione poetica realizzata con un piccolo, per non dire misero, budget: divertente, ma malinconico allo stesso momento, capace di far nascere risate smorzate dalla spinta emotiva e dell'empatia che ne scaturisce, nonostante l'essere totalmente lontano da cliché narrativi e situazioni facilmente immaginabili. Samuel Benchetrit trova il suo film migliore fino a ora: insolito, affascinante, familiare, eccentrico, poetico.

7

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