Berlinale 65

Recensione Il Club

Pablo Larraín confeziona un film crudo, scuro e potentissimo che si candida all'Orso d'Oro al 65° festival di Berlino.

recensione Il Club
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Fondo nero e un verso della Genesi a riempire lo schermo: "E Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre". Un messaggio che è quasi una profezia, a riecheggiare nella mente dello spettatore mentre le tenebre inghiottono le immagini successive: non c'è mai luce infatti nel lavoro di Pablo Larraìn, il suo El Club raramente vede il sole ed altrettanto raramente trova la pace, nonostante sia proprio quello lo scopo principale della casa d'accoglienza che vede come inquilini quattro sacerdoti ed una suora, tutti protetti dalla Madre Chiesa e lì obbligati al ritiro per espiare i loro peccati. Un'esistenza precaria, che disegna vite perdute ormai alla ricerca di una mera sopravvivenza dalla speranza ormai lontana, fatto di passatempi e di sfoghi attraverso gli allenamenti dei cani da corsa in spiaggia, al tramonto.
Nella mediocrità della loro ormai rassegnata realtà ed in una ripetitiva agenda giornaliera scandita da preghiere, pasti e regole ferree, i quattro sacerdoti sembrano aver trovato uno strano equilibrio: il loro cane vince, sui loro volti si affacciano timidi sorrisi che sembrano solo ombre di un tempo più lieto - se mai quel tempo sia esistito. Ad interrompere il tutto l'arrivo di un nuovo sacerdote tra loro, l'ombra di uno scandalo attraverso le parole di un ragazzo ubriaco che millanta di aver subito abusi sessuali ed un dolore che si esaurisce in un colpo di pistola, gesto estremo che mette fine ad un rimpianto troppo grande per essere affrontato. Pablo Larraìn scoperchia così il vaso di Pandora, ed ogni male in esso contenuto sembra avere il volto di quei sacerdoti che, dopo quell'improvviso suicidio, confessano ad un ministro della chiesa arrivato con l'intenzione di chiudere la casa il motivo della loro permanenza forzata in quei luoghi.

E la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso

Le parole di Sandokan, ragazzotto ubriaco dal viso buono che in realtà prova solo amore, non lasciano spazio a fraintendimenti: nel descrivere in ogni dettaglio gli abusi che da ragazzino ha subito dal sacerdote scuote le coscienze degli altri inquilini e quelle dello spettatore, proiettato all'interno di un mondo putrido e spietato in cui la luce non sembra riuscire a penetrare; eppure nemmeno nel più efferato dei crimini Pablo Larraìn si permette un giudizio, tanto da lasciare fuori fuoco l'inquadratura sui volti dei sacerdoti che, uno ad uno, raccontano la loro storia all'uomo venuto per decidere se chiudere o meno quella struttura di recupero. L'inquisitore fa luce, lentamente, su ogni dettaglio della vicenda e proprio come una Dextera Dei impone il suo volere, esercitando un potere violento sulla piccola comunità senza possibilità di appello né di spiegazione e dando una nuova, ennesima voce alla paura e all'omertà. In questa quasi perpetua notte lo spettatore si trova aggrovigliato dalle immagini del regista, che con un linguaggio molto personale delinea i diversi caratteri dei protagonisti e non manca di graffiarlo con uno humor gelido, che sempre di più con l'avanzare della pellicola crea amare risate dissonanti.

Sia fatta la volontà degli uomini

L'agghiacciante condizione degli ecclesiastici raccontati da Pablo Larraìn potrebbe essere facilmente riconducibile ad una critica al sistema-Chiesa, ma significherebbe limitare il senso stesso del film: scavando nemmeno troppo più a fondo all'interno di questo immortale crepuscolo si scopre una condizione più generale e comune all'essere umano, che i personaggi del regista cileno non fanno altro che esasperare all'estremo. I gesti violenti dei sacerdoti in una notte diabolicamente orchestrata mettono in luce le conseguenze di una vita di repressione e la forte influenza del volere di un potere carismatico: il disagio è palpabile, la paura una costante ed una possibilità di redenzione sempre più lontana. La mano di quel Dio costantemente sulle labbra di tutti sembra essere più assente che mai.

Il Club Scegliendo di raccontare la faccia più sporca di una religione che fa della purezza il suo baluardo, Pablo Larraìn esprime una dicotomia che si risolve all’interno della pellicola nel peggiore dei modi, e che tuttavia dimostra una enorme maturità stilistica e comunicativa già confermata con i precedenti Post Mortem e No - I giorni dell’arcobaleno. Regalando al suo ultimo lavoro solo un vago allegorico sentore di quello che fino ad oggi è stato il tema portante della sua filmografia (la dittatura cilena di Pinochet) Larraìn consente a The Club un respiro più ampio, rendendolo un film potente, unico e dalla fortissima personalità, che si candida con forza al riconoscimento più alto del 65° Festival di Berlino.

8.5

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