Il castello di vetro, recensione: le occasioni perdute

Terzo lungometraggio per Destin Daniel Cretton. Dopo i discreti esordi nel cinema indie, un deciso passo indietro.

recensione Il castello di vetro, recensione: le occasioni perdute
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ll circuito del cinema indie americano si dimostra sempre una valida rampa di lancio per i giovani filmmaker che si affacciano al mondo dello spettacolo, palcoscenico stimolante per una buona dose di sperimentazione, nonostante diversi progetti si rivelino poi molto simili fra loro.
Da questo enorme bacino è emerso negli scorsi anni Destin Daniel Cretton. Nato a Maui, nelle Hawaii, ma cresciuto in California, Cretton si è distinto soprattutto per la sua opera seconda, ispirata a un suo stesso cortometraggio, Short Term 12. In principio il debutto fu I am not a hipster, interessante ma acerba dramedy nel mondo della musica indie-rock.
Short Term 12 portava con sé una discreta dose di approfondimento sulle dinamiche tra i protagonisti. Un'attenzione particolare ai dettagli che, seppur limitata da scelte piuttosto scontate, lasciava presagire una crescita interessante, grazie anche al coinvolgimento di attori quali Brie Larson e John Gallagher Jr. Un progresso che attendeva al varco Cretton con questo terzo lavoro per il cinema, Il castello di vetro, basato sull'autobiografia della giornalista Jeanette Wallis, dal titolo The Glass Castle.
Un racconto di formazione doloroso, intimo e legato a un contesto familiare difficile da sopportare, dal quale pare - almeno inizialmente - complicato uscirne. Una base di partenza di ben altro livello rispetto ai lavori del passato per Destin Daniel Cretton.

Il castello... fragile

Jeanette (Brie Larson) è figlia di due genitori eccentrici (Woody Harrelson e Naomi Watts) e dalla vita sregolata, totalmente concentrata sulle proprie passioni e ai vizi connessi, così come mal calibrata sul nucleo familiare.
Insieme alle sorelle e al fratello, Jeanette cresce e più si avvicina all'età adulta, più prende consapevolezza dell'influenza negativa della famiglia: un padre alcolizzato, Rex (Woody Harrelson), e una madre, Rose (Naomi Watts), assuefatta soltanto dalla pittura. I racconti e le favole che il padre propina ai figli sin dall'infanzia, le promesse che rimangono lì, incompiute come un castello di vetro, conducono la storia dei Wallis verso l'inevitabile divisione, fra litigi e un cinico legame che diventa sempre più freddo con il passare degli anni.
Cretton imposta il film su due piani temporali, ponendo in parallelo le complessità di una Jeanette adulta e in procinto di sposarsi e le difficoltà di un'infanzia costantemente passata in viaggio, vittima del continuo vagare senza meta dei due genitori. La disfunzionalità della famiglia è al centro della trama, intorno alla quale si muovono le emozioni e le aspettative di un futuro migliore dei piccoli Wallis, costretti a crescere in fretta, tra bruciature pericolose e fughe clandestine.

Il salto di qualità mancato

Il talento di Destin Daniel Cretton non trova quella maturità che ci si aspettava con un prodotto dal potenziale importante: l'autobiografia di Jeanette Wallis è una base affascinante e solida, ricca di spunti interessanti, soprattutto riguardo alle dinamiche di una famiglia dove i ruoli paiono, in più occasioni, invertiti - con i figli a dover ricordare ai genitori un senso di responsabilità che manca dall'inizio. Sequenze emblematiche, come un violento litigio tra i due coniugi che si trasforma nel giro di pochi minuti in una parentesi goliardica e surreale, mentre Jeanette e le sorelle osservano terrorizzati la scena. Tutte le interessanti premesse di Il castello di vetro si perdono ben presto in lungaggini superflue e - nonostante le ottime performance del cast - le emozioni reali latitano, facendo posto a escamotage posticci e intrisi di una retorica a tratti insostenibile.
La mancata verosimiglianza della trasposizione di Cretton penalizza un racconto che nasce come tortuosa e drammatica avventura di formazione, che avrebbe potuto trovare una versione cinematografica maggiormente efficace. Un passo falso che non rappresenta affatto quel salto di qualità che ci si poteva aspettare dal giovane regista.

Piani temporali

A convincere poco de Il castello di vetro è anche la scelta di slegare in due piani temporali la trama del film, che mostra da un lato gli eventi principali, quelli dell'infanzia e della vita errante della famiglia Wallis; dall'altra il risultato di un passato che ha finito per dividere in due il nucleo familiare, lasciando strascichi e opportunismi sullo sfondo di un rapporto logoro e diffidente.
Pregevole l'apporto del cast, in particolare Naomi Watts e Woody Harrelson, perfetto nei panni di un padre vittima di promesse mai mantenute e dell'alcol, che nasconde un sentimento di spontaneo amore nei confronti dei propri figli, incapace di trovare nelle azioni il senso e la misura di discorsi ricchi di speranze - puntualmente disattese però.
Questa divisione formale della sceneggiatura risulta troppo meccanica e spezza il film, impedendone l'evoluzione e lasciando ben presto che lo spettatore perda interesse. E considerando il materiale alla base dell'opera, è evidente come Il castello di vetro sia soltanto un'altra occasione perduta.

Il Castello di Vetro Il castello di vetro parte da una premessa interessante, sia dal punto di vista della trama che del cast, con il trittico protagonista composto da Brie Larson, Woody Harrelson e Naomi Watts. Purtroppo la trasposizione cinematografica di Destin Daniel Cretton non è efficace, vittima di una retorica a tratti insostenibile. Il risultato disperde le potenzialità di una storia che avrebbe meritato qualcosa di diverso, su tutti i fronti della produzione - salvo le performance degli interpreti.

5

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