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Il Buco, la recensione del nuovo horror su Netflix

Galder Gaztelu-Urrutia confeziona un'opera di formidabile potenza allegorica, schiavo della sua retorica ma viscerale e disturbante.

recensione Il Buco, la recensione del nuovo horror su Netflix
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È stato Bong Joon-ho a mandare recentemente in cortocircuito il sistema chiuso dell'allegoria, domandandosi nel suo Parasite, attraverso la scholar stone, se la rivelazione della stessa non ne comporti di conseguenza la nullità. Se la figura retorica viene ampiamente dichiarata, ha più senso parlarne come tale? Per il regista Sud Coreano sì, dato che più si esplicita una metafora o appunto un'allegoria e più lo spettatore pone attenzione ai dettagli che la compongono, entrando con più decisione nel film. Nel caso di Parasite c'è però un'eleganza formale e una forza intellettuale che mancano a questo interessante Il Buco, fantasioso horror diretto da Galder Gaztelu-Urrutia e scritto da David Desola e Pedro Rivero ambientato in una prigione verticale composta da un numero non specificato di piani.
In ogni piano sono presenti due ospiti, finiti lì per qualche crimine commesso o persino volontariamente, in cambio di qualche favore o permesso. Goreng (Ivan Massagué) rientra proprio in quest'ultimo caso e si sveglia al quarantottesimo livello, che come suggerisce il suo compagno di clausura Trimagasi (Zorion Eguileur) "è un buon livello perché intermedio". L'intera struttura presenta infatti una larga apertura al centro di ogni piano, dove una volta al giorno, dall'alto verso il basso, scende una piattaforma stracolma di cibo e bevande. I prigionieri possono mangiare a volontà quello che desiderano ma solo per due minuti, e non è inoltre consentito tenersi del cibo, pena una morte per congelamento o per caldo soffocante.

Non importa, inoltre, quanto sia il tempo da scontare lì dentro, perché tutti godono dello stesso trattamento da parte della direzione e una volta al mese gli ospiti cambiano livello. Questo significa che tutti possono essere in alto e mangiare per primi e tanto o ritrovarsi in basso, e non trovare più nulla in tavola. Di conseguenza, ognuno di loro sperimenta fame e ricchezza e decide letteralmente cosa farsene e soprattutto come agire. E l'allegoria è servita.

Solidarietà spontanea

Il regista e gli sceneggiatori mettono subito in chiaro la struttura de Il Buco, in originale The Platform, spiegandone regole e costrutto ed esplicitando direttamente il richiamo alle classi sociali e alla disparità che le contraddistingue. Interessante il cambio del titolo nel passaggio all'italiano, perché una piattaforma - e soprattutto quella del film - è qualcosa di solido, pieno e concreto, mentre il buco nel quale passa è vuoto e freddo. Da una parte ci si riferisce alle ricchezze che possono muoversi liberamente nella società, dall'altra è come dare più attenzione al loro effettivo valore in un sistema consumistico come quello odierno, dove in realtà chi è più in alto sceglie sostanzialmente le sorti di chi è più in basso.
La composizione verticale richiama poi alla mente l'Inferno Dantesco ma senza dargli troppo peso, perché tutti i gironi della prigione in esame sono in particolar modo pieni di avari e golosi, incapaci di donare a chi è meno fortunato di loro e sempre affamati anche quando non ce ne sarebbe davvero bisogno.

Goreng capisce in fretta che si tratta di pura e semplice sopravvivenza, domandandosi e sperimentando sulla sua stessa pelle come si riesca a sopravvivere nei piani più bassi dell'edificio, comprendendo l'impossibilità di costruire rapporti duraturi e che a vigere è purtroppo la legge del più forte: mangi o vieni mangiato. Incontrando nei vari livelli personaggi moralmente opposti, il protagonista rivela lentamente se stesso, mutando al variare della situazione ma mantenendo sempre intatta la sua umanità.

Il Buco è un film viscerale che sa fare pressione sul nostro senso di colpevolezza e disgusto, modificando su necessità le stesse tematiche viste anche in Snowpiercer (lì si parlava di una "prigione" orizzontale) o in Raw (la fame esasperata) e impalcare una storia mattonata con chili di retorica (spesso buona, molte volte inutile) e cementificata nella sua aspra e diretta critica al fallimentare liberismo democratico, dove se ognuno fa ciò che vuole nel rispetto delle regole non vuol dire che non comporti disagio o disastro sociale.

È con il pugno duro e la violenza, invece, che secondo gli sceneggiatori e la visione del regista c'è modo di cambiare le cose, di imporre una singola volontà che agisca per il bene di tutti. E non importa di quale "ceto" sia, perché è il carattere e la forza d'animo a plasmare un condottiero - se poi così vogliamo chiamarlo.
L'evidente problema è che non è possibile in alcun modo avere controllo sulle persone e sui loro istinti. C'è un margine di miglioramento ma alla fine fame chiama violenza e violenza chiama altra violenza.

L'unico vero modo per rompere il cerchio è la solidarietà spontanea, il semplice quanto difficile auto-convincimento a imporsi dei piccoli sacrifici per aiutare il prossimo in difficoltà, rinunciando effettivamente a poco ma dando molto a chi ne ha realmente bisogno. Il messaggio è forte e chiaro, talmente cristallino che "fa il giro" e un po' ristagna lungo l'ora e quaranta de Il Buco, scoperto a qualche lungaggine eccessiva ma a suo modo avvincente e visivamente magnetico, affascinante per tutta la sua durata. La sua limpidezza concettuale rappresenta comunque la sua forza, così come la sua rigorosa costruzione "condominiale", perché invoglia alla scoperta del prossimo compagno e del nuovo confronto etico. È poi la stessa sceneggiatura a osservare l'evidenza dei fatti e a smascherare in bella vista l'allegoria, il che permette - come dicevamo in apertura - di concentrarsi sui dettagli, dato che il resto - come ama ripetere Trimagasi - "è ovvio".

The Platform Il Buco di Galder Gaztelu-Urrutia è un film di chiara ed evidente potenza allegorica, fisiologicamente schiavo della sua retorica ma viscerale e disturbante. Fa perno sul nostro senso di disagio e disgusto, rendendoci tanto colpevoli quanto partecipi, facendoci empatizzare e odiare, riflettere e arrabbiare sulle tante criticità che ancora oggi stringono in una morsa di ferro la società consumistica e civilizzata. È una forma di critica al liberismo democratico ma anche un'attestazione palese di un sistema fortemente dittatoriale, il che apre tematicamente alla solidarietà spontanea, al minimo sacrificio di "chi sta sopra" per sfamare "chi sta sotto". Ed è importante il messaggio. È cristallino. È ovvio.

7

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