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Il banchiere della resistenza, la recensione del film originale Netflix

Nell'Olanda occupata dai nazisti, due fratelli banchieri decidono di organizzare una frode milionaria per finanziare la resistenza.

recensione Il banchiere della resistenza, la recensione del film originale Netflix
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Nell'Olanda occupata durante la seconda guerra mondiale, al banchiere Walraven van Hall viene chiesto - da un membro della resistenza - di usare i suoi contatti finanziari per aiutare economicamente gli oppositori delle forze naziste.
Con l'aiuto del fratello maggiore Gijs, l'uomo organizza un rischioso piano con il quale entrare in possesso di ingenti prestiti da girare poi ai combattenti sul campo, ma con il procedere delle operazioni e del conflitto le richieste di denaro si fanno sempre più alte.
I consanguinei decidono allora di tentare un'impresa mai pensata prima, quella di commettere in maniera apparentemente legale la più grande frode bancaria della storia del Paese, rubando decine di milioni direttamente dalla Banca Centrale Tedesca sotto gli occhi dell'esercito di Hitler.
In Il banchiere della resistenza, l'operazione finisce per coinvolgere sempre più persone e, col passare dei giorni, il pericolo di essere scoperti aumenta notevolmente.

Questione di scelte

Una storia vera è al centro di questa produzione olandese i cui diritti sono stati acquistati in esclusiva da Netflix, che lo propone nel suo catalogo come originale. Candidato senza successo all'ultima edizione degli Oscar quale miglior film straniero, e vincitore in patria di ben 11 Golden Calf (le statuette della cinematografia nazionale), Il banchiere della resistenza ha forse ricevuto troppi elogi rispetto alla sua reale qualità. Questa, considerando anche un budget limitato, si affida a un didascalismo troppo marcato nel fitto susseguirsi di eventi, che si preoccupano più di raccontare la reale vicenda anziché dar vita a un sano thriller a tema.
Le due ore di visione rimangono formalmente ineccepibili, con una buona ricostruzione d'epoca tra ambientazioni e costumi, con un discreto sguardo introspettivo nei confronti dei personaggi principali, ma l'impressione è che molta della benevolenza di critica e di pubblico sia dovuta all'edificante storia di coraggio e sacrificio messa in scena, non agli effettivi meriti cinematografici.
Non è un caso che la regia si affidi a soluzioni classiche, di facile presa sul pubblico, a cominciare da tutti gli elementi tecnici di contorno, con una colonna sonora particolarmente enfatica a sottolineare le sequenze più drammatiche e la tipica scelta di edulcorare la pura violenza in un vedo/non vedo, sicuramente necessaria ad ampliare il range di pubblico ma poco coraggiosa.

Lo stesso si può dire della gestione stereotipata dei dialoghi, con uscite assolutiste e involontariamente ridicole quali "In questo Paese solo il sole sorge gratuitamente". L'intera scrittura della frode risulta parzialmente spaesante per i non addetti ai lavori, il crescendo tensivo nella parte finale però, capace questo sì di suscitare una discreta suspense di genere, riconsegna degli efficaci istinti che riportano l'insieme a un'anima più genuina e malinconica, ispirata ai capisaldi del filone.
La guerra, nella sua accezione più pura, è qui soltanto in sottofondo e lascia che siano i connotati da thriller da camera a dominare gran parte del minutaggio. Una scelta ponderata in fase di sceneggiatura che causa un forte senso di monotonia, che esplode soprattutto prima del giungere della mezz'ora finale, chiusa dai tipici testi informativi, in anticipo sui titoli di coda, inerenti il destino dei reali protagonisti di questa pagina di ribellione sconosciuta ai più.

Il banchiere della resistenza Quando il protagonista sostiene di essere molto più furbo dei tedeschi, i campanelli d'allarme fanno già capolino nella mente dello spettatore... Il banchiere della resistenza non ha paura di mostrarsi nei suoi luoghi comuni e ripercorrere una storia di sacrificio ed eroismo che ha coinvolto due banchieri nell'Olanda occupata dai nazisti. Un film di produzione autoctona che ha i maggior meriti nel riconsegnare al pubblico internazionale una vicenda sconosciuta ai più, ma che è stato eccessivamente osannato in patria rispetto ai suoi reali meriti. Se le performance del cast e la solida ricostruzione d'epoca riescono a mantenere un certo interesse per le due, eccessive, ore di visione, il ricorso a stereotipi e a soluzioni tecniche e registiche ispirate ai classici del filone scadono in una certa prevedibilità di fondo, facendo venir meno lo slancio emotivo verso gli astuti (ma forse non così tanto) personaggi principali.

6

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