If Beale Street Could Talk, la recensione del nuovo film di Barry Jenkins

Il regista premio Oscar per Moonlight torna in sala con un adattamento intimo e struggente, dallo sguardo profondo e dalla regia immacolata.

recensione If Beale Street Could Talk, la recensione del nuovo film di Barry Jenkins
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Il cinema di Barry Jenkins vive di raffinatezza e tatto, di luce propria. Con il suo Moonlight (miglior film agli Oscar 2016) abbiamo conosciuto un autore elegante e talentuoso capace di dipingere con delicatezza il tema della scoperta sessuale, immergendo la storia in una forma stilistica virtuosamente controllata, calda e avvolgente. Peccando forse per una certa superficialità nell'esplicitare un flusso di coscienza artistica tanto forte, il film non ha però convinto in pieno una buona fetta di cinefili, affrettatisi nel descrivere il titolo come un'operazione sentimentalmente pretestuosa e stilisticamente meccanica di un regista comunque capace, ma non così totalizzante.
A distanza di due anni da quell'Oscar per molti immeritato - causa il La La Land di Damien Chazelle come rivale principale -, Jenkins torna adesso in sala con l'adattamento cinematografico di quello che è considerato un capolavoro della letteratura americana, If Beale Street Could Talk di James Baldwin. Un'opera davvero importante con la quale confrontarsi, specie per un afroamericano come il regista, che ha però saputo trasporre in un adattamento ricco di tanta classe e conoscenza del mezzo cinematografico, riempiendo un racconto già di per sé intimo e struggente con una carica autoriale incantevole, che conserva intatta l'anima del romanzo facendola al contempo propria.

Crescere e innamorarsi

Le coordinate temporali della trasposizione non vengono rivelate, ma è abbastanza evidente lo stesso identico setting del romanzo, quindi verso metà degli anni '70, ad Harlem. Lo si intuisce innanzitutto dalla ricostruzione del South Bronx dell'epoca, dalle macchine parcheggiate ai lati della strada, dal look dei protagonisti. Poi viene esplicitato attraverso la citazione degli incendi che avevano interessato proprio in quegli anni la zona, specie nei quartieri poveri abitati soprattutto da afroamericani. Ed è proprio qui che è ambientata la storia di Clementine "Tish" Rivers (una magnetica KiKi Layne) e di Alonzo "Fonny" Hunt (Stephan James), lei 19 lui 22 anni, ragazzi giovani e innamorati.
Si conosco da tutta una vita, Tish e Fonny. Sono cresciuti insieme, fianco a fianco. Con il passare degli anni è però maturato nel cuore dei due un sentimento forte e sincero, germogliato insieme ai loro corpi. Guardarsi negli occhi adesso è difficile. Sostenere lo sguardo dell'altro senza sentire il caldo gemito dell'amore è praticamente impossibile. E così la scintilla diventa incendio, bruciando i due di passione, fino a quando la passione non genera nuova vita. Tish rimane infatti incinta e i due dovrebbero sposarsi: sono in cerca di una nuova casa - compito difficile per un afroamericano negli anni '70 - e soprattutto Fonny vorrebbe sfondare come artista, essendo un abile artigiano con il legno. Questo piccolo idillio viene però infranto da un'accusa di stupro mossa da una donna portoricana ai danni di Fonny, che a quanto pare viene riconosciuto e incarcerato in attesa di processo, il tutto mentre il bambino dentro Tish comincia a formarsi.

Intenzionati ad aiutare con ogni mezzo possibile il ragazzo, la futura moglie e le famiglie di lei e di lui uniscono le forze per dimostrare l'innocenza di Fonny.
Tratteggiando con fare morbido e fiabesco l'intera storia, Jenkins dimostra ancora una volta di essere un abilissimo costruttore di atmosfere, dall'occhio impeccabile. L'uso che fa dei colori e dei movimenti di macchina insieme a James Laxton ha un che di magico, sporcato quasi di noir e investito da un torrenziale romanticismo che permea l'anima del racconto. Il regista si sposta così con mano leggera e soffice tra le strade in cui l'amore di Tish e Fonny è nato, tra le mura della casa dove è sbocciato sommessamente, nei luoghi dove poi la carnalità dell'atto sessuale è esplosa con delicatezza, come il fiorire di una rosa sotto la pioggia battente.

Se le strade potessero parlare

If Beale Street Could Talk è prima di tutto una sofferta, intima e intesa storia d'amore ambientata in un mondo che "tiene per le palle" quelli come Clementine e Alonzo - citando il Daniel Carty di Brian Tyree Henry. Eppure, andando oltre il romanticismo e il dramma, guardando al di là della barricata melò sapientemente innalzata, il film di Jenkins è anche una riflessione estremamente - ma giustamente - di parte sul tema dell'odio razziale in America, ancora oggi molto attuale. Proprio come Baldwin nel romanzo, anche l'autore si sofferma infatti sul rapporto a lungo disallineato tra uomo bianco e uomo nero, sulla mancata parità di diritti, sugli abusi dei primi sui secondi, sui preconcetti reciproci, sul male sociale che vegeta ancora nel mondo. Lo fa incanalando concettualmente anche una certa rabbia di fondo, che governa però egregiamente persino nei dialoghi più duri, grazie a una scrittura che mai vuole calcare la mano e imporsi sul racconto originale, sugli spunti sociologici e mirati di Baldwin, sull'energica forza della storia.
Ne viene fuori un quadro non completo ma esaustivo dell'epoca, in una visione che non si risparmia - in secondo piano - nel colpire decisa allo stomaco la coscienza collettiva senza però peccare troppo di ferocità intellettuale, mostrando anche il lato buono delle persone, quello onesto, candido.
Se le strade potessero allora parlare, urlerebbero con rabbia. Si soffermerebbero sulle ingiustizie di un paese lacerato a lungo dall'odio razziale, che ancora oggi rappresenta un fardello morale non indifferente per l'America. Se le strade potessero parlare, racconterebbero con emozione anche di un amore giovane e sincero, nato tra le mura della periferia urbana dove corrono come arterie quelle vie in realtà silenti, popolate da esseri umani che come globuli rossi abitano e percorrono quegli spazi.

Potessero parlare, queste strade, si dilungherebbero sul rapporto contrastante tra bianchi e neri, tentando di giungere alla conclusione più ovvia: che dovremmo riconoscerci come simili a dispetto del nostro colore della pelle, e che la vera differenza la fa ciò che ci portiamo dentro. Riderebbero felici, le strade, osservando la gioia che solo una nuova vita che sta per venire al mondo può portare. Piangerebbero di fronte al tormento di un uomo innocente accusato immeritatamente di un crimine carnale e tremendo. Consolerebbero la donna che lo ama.
Invece non hanno voce, le strade. Sono cemento e terra, calpestabili come i diritti umani nella storia del '900, cammini da percorrere per andare avanti, per tornare indietro, dove guardarsi attorno. Vicoli dove piangere, vie dove innamorarsi, tragitti da affrontare tra gioie e dolori, giorno dopo giorno, di anno in anno. Con la speranza che questa vita serva in fondo a qualcosa.

If Beale Street Could Talk Barry Jenkins torna in sala con un'opera intima, quasi lirica e struggente con questo Se la strada potesse parlare, adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di James Baldwin. Ne viene fuori una trasposizione delicata e toccante, dai toni quasi fiabeschi, un po' melò e un po' noir (nell'atmosfera). È un racconto, quello di Trish e Fonny, che accarezza il cuore dello spettatore anche attraverso una riflessione ponderata ed esaustiva sull'odio razziale nell'America degli anni '70, trasportabile perfettamente fino ai nostri giorni. L'autore si muove con mano morbida attraverso i passaggi di questa straziante ma onesta storia d'amore, soffermandosi sui dettagli e soprattutto sui volti dei protagonisti, tra insistiti primi e primissimi piani. È un cinema, quello di Jenkins, che resta incollato all'espressività degli interpreti, che gioca con i piani di distanza e con i gradi di distacco, emozionale e umano. Mai troppo intellettuale nella scrittura e puntualmente incantevole nella forma. Lo stile di un grande autore.

8

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