Recensione Ida

Il coronamento del lavoro registico e di scrittura del polacco Pawel Pawlikowski, in cui il personaggio femminile è il fulcro

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In Italia ha fatto il suo esordio al Torino Film Festival diretto da Virzì e ha fatto da subito molto discutere: nello stesso anno in cui Guillaume Nicloux ha presentato a Berlino La religieuse, il noto regista polacco Pawel Pawlikowski si inoltra a sua volta nei rami della vita religiosa, della clausura esistenziale, per tratteggiare il quadro della crescita del personaggio che conferisce il titolo al film: Ida è anzitutto l’attrice che le dà forma, Agata Trzebuchowska, la cui bellezza del viso unita a un’apparente ruvidezza si rivela azzeccatissima per cucirle intorno il combattuto personaggio del film. Pawlikowski, polacco di natali ma con istruzione tutta britannica e una laurea ad Oxford, ha imparato il mestiere cominciando con i documentari, specialmente per la televisione. Dal 2000 ha però virato verso una decisa filmografia di fiction, arrivando a collaborare con nomi celebri (Emily Blunt, Ethan Hawke, Dina Korzun, Kristin Scott Thomas e Natalie Press fra gli altri) e facendo del suo cinema un lavoro essenzialmente attorno ai personaggi femminili. Ida può essere considerato il coronamento del suo lavoro registico e di scrittura, in cui il personaggio femminile è il fulcro dall’inizio alla fine, arrivando a occupare anche lo spazio del titolo.

SOTTO IL VELO ?

Il delicato bianco e nero curato da Ryszard Lenczewski e Lukasz Zal, con quella bassa soglia di contrasto che pare soffocare l’immagine nel grigiore, fa da contrappunto e ingombrante interlocutore dei personaggi del film. Una su tutte, la protagonista: la chiamano Anna, o Sorella Anna (Agata Trzebuchowska), e per quel che si ricorda ha sempre vissuto in convento. Un convento isolato nella campagna polacca dove lei, rimasta orfana, è stata portata molto piccola e in cui ha costruito la propria vita e i propri ricordi. Novizia in attesa degli imminenti voti, una novità inaspettata porterà trambusto nella sua -finora indisturbata - esistenza: una zia, la sua unica parente rimasta, per la prima volta in tanti anni chiede di vederla. Così, fatti i bagagli, Anna arriva per la prima volta a Varsavia. L’incontro con la metropoli e soprattutto con la zia Wanda (Agata Kulesza) la portano a confrontarsi con mondi a lei ignoti, trovandosi a coabitare con una zia opposta nel carattere: famoso magistrato e attiva partigiana dell’antinazismo nel periodo del conflitto (siamo negli anni Sessanta), Wanda è una donna emancipata, nubile e ricca di tormenti, che affoga nell’alcol e in una vita sessuale decisamente intensa. E Wanda è la sola a poter rivelare alla ragazza molte verità sopite sul suo passato: una su tutte, non si chiama Anna ma Ida Lebenstein, è ebrea e i suoi genitori sono misteriosamente scomparsi durante un periodo in cui la famiglia si nascondeva in una fattoria di contadini polacchi.


E Ida, volente o nolente, comincia un viaggio: prima un on the road con la zia, alla ricerca delle sue origini e della verità sui suoi genitori, poi da sola, nella fredda metropoli ingrigita dal regime comunista e ancora sofferente delle ferite di guerra. Forse il fatto che Pawlikowski si sia laureato ad Oxford proprio in lingua germanica spiega la scelta del nome “Ida”, di presunta derivazione dal germanico itha, “guerriera”, o id, “lavoro, operosità”. Ma ciò che importa è il personaggio che il regista e la sua penna, con una collaborazione dell’esordiente Rebecca Lenkiewicz, genera con simile vividezza: Anna-Ida è prima di tutto una giovane ragazza senza alcuna conoscenza del mondo. Deve aspettare di affacciarsi al di fuori delle mura del convento che l’ha cresciuta per guardare al proprio passato ma anche alla consapevolezza di se stessa come donna (scoprendo la propria femminilità e pulsione sessuale), alla Varsavia devastata dalla guerra e dal nazismo, soffocata dal claustrofobico regime comunista. La fotografia ricava un bianco e nero congeniale alla messa in scena e il lavoro sui personaggi femminili principali, Ida e Wanda, è rigoroso e maestro. Un po’ frettolosamente scorrono il resto delle fila, a ricordare (forse) che il film è soprattutto un ritratto femminile e storico, di memoria polacca.

Ida Con Ida si è spesso parlato di come il lavoro di Pawlikowski abbia affinato ulteriormente la capacità di introspezione del personaggio femminile: nei suoi cinque film la donna è diventata sempre più centrale, arrivando lentamente a occupare con più decisione anche il titolo (il penultimo La femme du Vème è stato l’ultimo gradino prima che Ida “sfondasse” la griglia dei precedenti del regista tedesco, come se la lezione e l’esperienza dei film precedenti fossero racchiuse e raccontate con questo lungometraggio). In realtà però il film, ovviamente, non è solo Ida: in altre parole, non è solo “romanzo” di formazione. Appare piuttosto come un film sulla memoria storica polacca, sui dolori e le sofferenze sopite sotto pelle, che tocca i traumi più vividi del paese, passando dal nazismo alle deportazioni fino al comunismo. I personaggi incontrati sembrano essere schiavi di loro stessi, e Ida ha bisogno di un percorso di presa di coscienza per poi arrivare a prendere la decisione: prendere i voti oppure no? La sua crescita diventa la testimonianza di un sentimento storico, Ida diventa immagine di un’intera nazione, sospesa fra la purezza e la castità religiosa e la bellezza sbocciata di una ragazza nel fiore degli anni, tra la serenità di una vita senza troppe aspettative e un mondo che si affretta attorno a lei con l’ansia e i tormenti che porta con sé. Allora forse il nome Ida vuol dire davvero “guerriera”, come il popolo che non ha mai smesso di combattere contro i regimi di oppressione e la mancanza di libertà. Un po’ di on the road, un po’ di romanzo di formazione e un pizzico di condimento drammatico per un film che da una parte si inserisce nel solco del racconto femminile dallo “spioncino” dei conventi (il già citato La religieuse ma soprattutto l’intenso Oltre le colline) e nella più recente filmografia sulla storia polacca (il 2013 è stato anche l’anno di Wales, applauditissimo a Venezia, ultima fatica del maestro Andrzej Wajda).

7.5

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