I soliti sospetti, la recensione del film di Bryan Singer

Una banda di criminali formatasi dietro le sbarre si trova ad agire sotto ricatto per il misterioso e temuto Keyser Söze.

recensione I soliti sospetti, la recensione del film di Bryan Singer
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Ne I soliti sospetti cinque uomini dalla fedina penale sporca vengono prelevati e interrogati per il sospetto che almeno uno di loro sia coinvolto nel furto di un carico di fucili: nessuna prova certa però gli viene imputata, e dopo alcune ore in cella vengono rilasciati. Nella loro congiunta permanenza dietro le sbarre però i pregiudicati (il truffatore invalido Verbal Kint, lo scassinatore Todd Hockney, i ricettatori McManus e Fenster e l'ex-poliziotto Dean Keaton) hanno modo di ordire un piano che potrebbe garantire loro un grosso guadagno. Quando anche Keaton, l'unico reticente inizialmente sia per questioni di cuore che per il tentativo di cambiare realmente vita, accetta la proposta i Nostri rapinano un trafficante di pietre preziose avente contatti con le forze dell'ordine. Con il colpo andato a buon fine la neonata banda è pronta ad una nuova missione durante la quale però le cose non vanno come previsto, con la morte di tre guardie del corpo custodenti la merce da rubare. Sarà solo l'inizio dei guai, che diventeranno sempre più pericolosi con l'entrata in scena del misterioso personaggio di Keyser Söze...

Il diavolo si nasconde nei dettagli

Una struttura ad incastro imbastita su una sceneggiatura ad orologeria, oliata in ogni suo minimo ingranaggio al fine di regalare un coinvolgimento mystery di assoluto livello all'interno di una vicenda gialla / poliziesca in cui colpi di scena e inaspettati tradimenti sono dietro l'angolo in ogni momento, rivelatorio epilogo incluso. Proprio il finale spinge ad una seconda visione del film per cercare di scorgere i dettagli instradanti sulla reale successione degli eventi e sulla fantomatica identità di Keyser Söze, vero e proprio bau-bau incarnante la figura di un diavolo terreno che giostra a suo piacimento il destino dei personaggi. Bryan Singer sfrutta con lucida coesione l'illuminante script del fido Christopher McQuarrie (non a caso vincitore del relativo Oscar così come Kevin Spacey quello per miglior attore non protagonista) e dà vita ad una messa in scena organica giocata sui dettagli e sulle false piste, citante nelle parole dello stesso regista lo schema inaugurato da Rashomon (1950) qui adattato ad un contesto noir in cui sfruttare le peculiarità dei diversi protagonisti. In un racconto che si muove attraverso il resoconto di Verbal Kint, unico sopravvissuto della banda che sin dai primi minuti inizia a raccontare la propria versione dei fatti durante un interrogatorio informale, alternando presente filmico e flashback in una raffinata ed equilibrata dicotomia narrativa in cui l'inganno è perpetrato attraverso un realismo affabulatorio che spreme l'acume dello spettatore attraverso fitti dialoghi nei quali tentare di distinguere la realtà dalla menzogna.

Lucidità d'insieme

Ma I soliti sospetti non è solo un'intelligente pellicola enigma in quanto gli istinti di genere sono ben supportati da un onnipresente senso di suspense esplodente in acuti action ottimamente imbastiti dal punto di vista delle inquadrature, anch'esse continuanti nel tendere tranelli all'occhio del pubblico in maniera intelligente e celante ciò che è da celare per garantire l'effetto sorpresa alla definitiva esposizione dei fatti. Con una colonna sonora ad hoc in grado di avvolgere ermeticamente le spesso fitte atmosfere inerenti il destino dell'improvvisata banda, un sottile umorismo che fa più volta capolino nell'alchemica intensità relazionale tra l'affiatato cast e quel senso di opprimente violenza schivata ma presente fuori campo nelle diaboliche minacce dell'insondabile villain, il film può contare su un raffinato equilibrio tecnico / artistico facente crescere la storia con il giusto ritmo evitando momenti di stanca. L'operazione può dirsi pienamente riuscita grazie anche all'efficace scelta degli interpreti, e se Kevin Spacey e Gabriel Byrne brillano di complementare carisma in alter-ego calzanti loro a pennello, è notevole anche il roster di figure secondarie fondamentali ai fini degli eventi come il Kobayashi di Pete Postlethwaite o il poliziotto doganale di Chazz Palminteri, perfetti elementi di contorno aggiungenti ulteriore forza all'insieme del racconto.

I soliti sospetti "La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste": in questa frase pronunciata durante l'interrogatorio dal personaggio di un magistrale Kevin Spacey (premiato con l'Oscar) si nasconde il significato più profondo di questo cult firmato nel 1995 da un allora ancora semisconosciuto Bryan Singer. Un poliziesco-enigma che ammanta di mystery le coordinate chiave del filone in un racconto a ritroso avvenente nei numerosi flashback ripercorrenti la nascita e la caduta dell'improvvisata banda di criminali avente ben presto a che fare con i ricatti di un villain sconosciuto ma la cui nomea di crudeltà terrorizza chiunque al solo pronunciare del nome. I soliti sospetti inganna come il satanasso stesso in un'irrefrenabile montagna russa di colpi di scena e false piste che si sciolgono al sole nel sorprendente epilogo, vera e propria ciliegina sulla torta di un'opera tanto beffarda quanto raffinata capace di adempiere anche ai migliori canoni di genere, con l'aggiunta inoltre di un cast d'eccezione pienamente in parte. Il film andrà in onda stasera, giovedì 8 febbraio, alle 21.10 su ITALIA1.

9

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