I Mitchell contro le Macchine, la recensione del film animato su Netflix

Dalle fucine creative di Sony Pictures Animation esce un secondo e innovativo capolavoro tecnico ricco di emozione e divertimento.

I Mitchell contro le Macchine, la recensione del film animato su Netflix
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Dopo Klaus di Sergio Pablos e Dov'è il mio corpo? di Jeremy Clapin, arriva su Netflix un altro grande capolavoro d'animazione. Spesso l'aggettivo è usato impropriamente ma vi assicuriamo: non è il caso de I Mitchell contro le Macchine, lungometraggio diretto da Mike Rianda e Jeff Rowe per Sony Pictures Animation e distribuito dal colosso dello streaming di Reed Hastings. Lo stesso Rianda ha dichiarato che produrre il film è stato come "dirigere dieci film d'animazione insieme", e questo a causa della volontà d'innovazione connaturata nel progetto e nelle intenzioni dell'autore e di Rowe, che oltre a voler sviluppare "un anti-Incredibili", data l'enfasi sui difetti e le debolezze umane della famiglia protagonista, desideravano seguire e persino superare la grande impronta di rinnovamento lasciata da Spider-Man: Un nuovo universo. Ispirandosi allora alla propria famiglia, Rianda ha ideato una storia che attraverso la disconnessione dall'etere vuole arrivare alla riconnessione dei sentimenti e dei rapporti interpersonali.

In definitiva lo fa mettendo al centro del racconto una famiglia normale e forse un po' amorfa, quella dei Mitchell, composta dal padre Rick, dalla madre Linda, dalla figlia maggiore Katie, dal piccolo Aaron e dall'adorabile e paffuto carlino Monchi. Quando Rick decide di intraprendere un ultimo viaggio di famiglia per accompagnare l'adolescente Katie al college contro la sua volontà, destino vuole che nello stesso momento scoppi un'apocalisse robot causata dal lavoro di un fin troppo entusiasta innovatore tecnologico, costringendo dopo molto tempo i Mitchell a collaborare insieme e a mettere da parte divergenze pensate insanabili.

Animazione ai massimi livelli

Essendo per Rianda un film profondamente personale perché ispirato direttamente alla sua famiglia, ne I Mitchell contro le Macchine l'autore ha voluto che gli artisti avessero grande voce in capitolo. L'idea alla base del look così vivido, ricco e colorato Rianda l'ha avuto guardando alle illustrazione ad acquerello della scenografa Lindsey Olivares, combinando insieme le sua fascinazioni infantili, i cartoni del sabato mattina e tutto un discorso sulla tecnologia con trame dipinte a mano su CGI, un lavoro "d'ingegneria" davvero superlativo che restituisce un colpo d'occhio unico e straordinario.
Sempre Rianda ha dichiarato che il supervisore degli effetti visivi del film, Michael Lasker, che già aveva contribuito a Un nuovo universo, a un certo punto della pre-produzione gli ha confessato "che quello che stavano cercando di fare era stranamente più complesso di Spider-Man". A lavoro ultimato e in azione, questo risulta effettivamente evidente: le linee sono più arrotondate e organiche rispetto a quelle del film di Bob Persichetti, le maglie di rivestimento molto più sgualcite. È un qualcosa che pur apparendo più semplice in termini di impatto estetico è molto più articolato da raggiungere, e questo perché la CGI ha dei limiti che vanno spostati e riadattati per farlo.

E infatti rispetto al magnifico film d'animazione sull'Arrampica-Muri Marvel, descritto come "un fumetto in movimento", i Mitchell contro le Macchine è invece un libro illustrato in movimento, differenza concettuale sottile ma sostanziale. In questo mix di stili e contaminazioni, inoltre, esplodono spesso su schermo dei pop-up 2D prodigiosi che danno appoggio e costrutto visivo soprattutto alle sensazioni e alle elucubrazioni di Katie, che è la protagonista tra i protagonisti.

È come se un adolescente avesse disegnato l'intero film nella sua stanza, inserendo qui e lì citazioni meta-culturali e assurdità animate per divertimento, rendendo tutto più home made, fresco e piacevole. C'è inoltre un evidente contrasto tra le linee più storte e sporche del mondo umano e quelle pulite e calcolate dei robot, impressionanti nella loro precisione all'interno di un mix di stili e stupefacenti tool tecnologici messi in campo da Sony.

Anche qui, gli strumenti utilizzati in Spider-Man: Un nuovo universo sono stati propedeutici alla realizzazione dei Mitchell, che andando oltre le tavole a fumetti (più facili da ricreare su schermo) hanno dovuto giustappore acquerelli pittorici su disegni a mano e CGI, motivo per cui c'è stato bisogno di sviluppare un nuovo tool che riuscisse ad adattare le trame dell'acquerello al contesto d'animazione scelto. Un paradosso curioso, perché si è trattato di un difficile processo di semplificazione al computer; l'idea era quella di eliminare molti dettagli (lavoro contro-intuitivo per una macchina).

Anche il gioco di luci vuole imitare il più possibile quella reale, risultato ottenuto attraverso ulteriori complicazioni, perché era anche necessario sistemare a dovere ogni elemento nel film affinché questa filtrasse nel modo giusto, dagli alberi al più piccolo particolare su schermo. In senso tecnico, comunque, il film è un'esplosione di giochi, colori e invenzioni che porta ai massimi livelli l'innovazione nel genere, risultando un appagante ed eccellente melting pot di stili e intuizioni difficilmente paragonabile ad altro, crasi praticamente perfetta tra animazione tradizionale e in computer grafica, il tutto mediato dal genio dell'autore.

Un'alce di legno

La tecnica non basta però a sancire in solitaria il capolavoro, perché senza contenuto né emozione non può esistere acme autoriale. Merito dei Mitchell è dunque quello di essere sì un titolo che porta nel futuro l'animazione mista, ma anche un film profondamente sincero, commovente e concreto nel suo mix di ironia e cinismo ben ragionato sul contrasto tra cosiddetti boomer e generazione Z, ventricoli dello stesso cuore separati da una sottile membrana di diffidenza inspessitasi nel tempo che non permette all'organismo di lavorare correttamente.

Si parla di comunicazione diretta e comprensione reciproca in un mondo più "separato" e umanamente disconnesso, dove i social e la rete giocano un ruolo fondamentale nei rapporti personali dei più giovani, sempre più assuefatti alla tecnologia. La cosa interessante è che in linea di massima per Rianda e Rowe si tratta più di uno spunto da inserire nella trama che della base della stessa, perché in verità dietro ai Mitchell c'è tutto un universo familiare in cui si affrontano diversi punti di vista e si scontrano molte personalità.

Emergono ovviamente le più forti e agli antipodi, che nel caso specifico sono quella del padre Rick, uomo tutto d'un pezzo, integro, dolce e pacatamente integerrimo, e quella di Katie, ragazza introversa senza amici e appassionata di cinema con il solo desiderio di allontanarsi il più possibile da casa per iniziare una nuova vita dedicata alle sue passioni e circondata da gente capace di comprenderla senza ostracizzarla. È infatti così che pensa al padre: un ostacolo sul suo percorso perché "troppo legato al vecchio mondo", incapace di capire davvero qualcosa che per limiti d'interesse ed età non riesce a concepire e ad apprezzare, nemmeno per amore della figlia.

Eppure da piccola lui era il suo più grande eroe e lei il suo più grande miracolo. Cos'è successo nel mezzo? La vita, le scelte, i conflitti generazionali?
Fa commuovere e pensare, i Mitchell contro le Macchine, e lo fa nel modo più semplice, candido e onesto possibile, senza scorciatoie o amplificazioni retoriche ma scegliendo una storia di riscoperta e riavvicinamento, come dicevamo di riconnessione col prossimo, in grado di armonizzare con chiunque, grandi e piccoli.
Fa anche molto ridere, a dire il vero, e questo grazie ad alcune trovate sottili e ingegnose ben sintonizzate e integrate nel lato più riflessivo e drammatico della storia. Lavora molto sulle ossessioni personali, per esempio, e questo senza salvare nessuno: per Rick è il lavoro a mano, per la moglie è l'ideale stesso di famiglia, per Katie è il cinema (i suoi corti su Cop-Dog sono esilaranti anche grazie al simpaticissimo Mochie) e per Aaron sono i Dinosauri. Passioni uniche come le rispettive idiosincrasie: la tecnologia, la paura del distacco, la comprensione delle difficoltà di apprendimento altrui, la normalità. I Mitchell sono una famiglia stramba e confusionaria che fa proprio delle loro stranezze e delle proprie debolezze il punto di forza maggiore, quello d'attacco che servirà poi per sfuggire e forse fermare l'apocalisse Robot. Non è un caso che il grido di battaglia sia "let's get weird!" e che il consiglio più importante di Katie ad Aaron sia "non lasciare che il mondo ci normalizzi".

Il messaggio è chiaro e puro: siate fieri delle vostre singolarità caratteriali ma non lasciate che queste vi impediscano di vedere il prossimo, di avvicinarlo o semplicemente di comprenderlo. La missione più grande di Rick nel film è proprio quella di tornare a essere l'eroe di Katie, "il sergente pronto a mandargli rinforzi nel momento del bisogno", mentre quello di Katie è solo quello di accettarli e capire che quei rinforzi saranno sempre pronti lì per lei.

E nonostante i Mitchell contro le Macchine riesca a sviluppare questo confronto-scontro-riavvicinamento in modo superbo in appena due ore di durata, in quel contesto tecnico che già abbiamo blasonato nel precedente paragrafo, tutto credevamo possibile tranne il folgorante intuito emotivo di riuscire a sintetizzare il cuore del racconto in una modesta alce di legno che è insieme casa, speranza, regalo, futuro e amore. Guardando stupefatti, felici e riempiti di tante emozioni diverse il film di Rianda e Rowe non possiamo allora che essere pienamente d'accordo con Katie quando dice che "alcuni film sono sempre lì per noi", perché i Mitchell è uno di questi.

I Mitchell contro le Macchine I Mitchell contro le Macchine di Mike Rianda e Jeff Rowe è insieme a Spider-man: Un nuovo universo l'acme tecnico dell'animazione ibrida: un capolavoro energico e innovativo che lega acquerelli, disegni a mano e CGI a strumenti e intuizioni privi di molti paragoni. Oltre all'estetica sublime, ricca e colorata da "libro illustrato in movimento", il film distribuito su Netflix è anche un concentrato attivo di emozioni e divertimento, riflessivo e brillante nel riuscire a raccontare conflitti e status quo di una famiglia normale nel mentre di un'apocalisse Robot, mettendo in risalto i contrasti tra boomer e generazione Z e il percorso di scontro, confronto e riavvicinamento tra le due personalità più esplosive del film, quelle del padre Rick e della figlia Katie. I Mitchell contro le Macchine è uno di quei titoli profondamente consapevoli delle proprie potenzialità e capace di rendere insicurezze e debolezze l'arma migliore con cui salvare se stessi e forse il mondo, lo stesso da cui non farsi mai normalizzare. "Let's get weird!" è il grido di battaglia della famiglia protagonista, e in tutto questo ci insegna ad accettarci e comprenderci per accettare e comprendere il prossimo, l'antiquato, il nuovo, il diverso.

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