Recensione I Mercenari

Recensione dell'ottavo lungometraggio diretto da Sylvester Stallone

recensione I Mercenari
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"Expendable" è il termine con cui viene identificato un soggetto pronto ad essere sacrificato allo scopo di portare a termine un obiettivo militare.
Non a caso, in patria s'intitola proprio The expendables l'ottavo lungometraggio cinematografico diretto da Sylvester Stallone, per concepire il quale l'acclamato Rocky del grande schermo - per gli amici Sly - si è ispirato ai film d'azione della vecchia scuola, come Quella sporca dozzina (1967) di Robert Aldrich e I mastini della guerra (1980) di John Irvin, in cui gli uomini erano veri, i combattimenti erano dei testa a testa e la storia era estremamente credibile.
"Volevo scrivere una storia che parlasse di uomini non in sincronia con il mondo" spiega Stallone, "che vivessero la loro vita secondo un codice ben preciso. Non hanno una famiglia, le loro vite personali sono un disastro totale, l'unica cosa che hanno è la loro amicizia. Volevo offrire agli spettatori la possibilità di vedere nei cuori di questi uomini".

Quel dannato pugno di uomini

E, a due anni dal riuscito John Rambo (2008), è lo stesso Sly a vestire i panni del coraggioso e saggio Barney Ross, uomo che non ha niente da perdere, privo di emozioni, nonché capo di una banda di individui uniti da un forte legame e che vivono ai margini della società, ai quali il misterioso Church, con le fattezze di un non accreditato Bruce Willis, offre un lavoro che nessuno accetterebbe: deporre il generale Gaza, interpretato dal David Zayas de La famiglia Savage (2008), dittatore assassino dell'isola di Vilena, per porre una volta per tutte fine all'apparentemente interminabile periodo di morte e distruzione inflitto sul suo popolo.
Lavoro che prende effettivamente il via solo dopo che Barney, fallita insieme all'ex SAS (Special Air Service) Lee Christmas alias Jason"Crank"Statham una missione di ricognizione nell'isola che li ha visti costretti a scappare dopo aver incontrato il loro contatto Sandra, con il volto della televisiva Giselle Itiè, decide di tornarvi affiancato dagli altri per chiudere la faccenda e salvare la donna, ormai divenuta ostaggio dei cattivi.
Altri rappresentati dal maestro di Close Quarter Combat Yin Yang, dallo specialista di armi a canna lunga Hale Caesar e dal grande esperto di demolizioni Toll Road, rispettivamente incarnati dall'idolo delle arti marziali Jet"Danny the dog"Li, dal roccioso attore di colore Terry Crews, visto in commedie come L'altra sporca ultima meta (2005) e Idiocracy (2006), e dal wrestler Randy Couture, attivo nel cinema da quando ricoprì un piccolissimo ruolo in Amici x la morte (2003) di Andrzej Bartkowiak.

I nuovi vecchi eroi

Ma, nella parte del folle veterano del combattimento ed esperto cecchino Gunnar Jensen, troviamo anche il Dolph Lundgren che tutti ricordiamo per aver concesso anima e corpo al pugile russo Ivan Drago in Rocky IV (1985), il quale, insieme al Gary Daniels di Fist of the north star (1995), pellicola live action derivata dal cartoon Ken il guerriero, e ad Eric"I migliori"Roberts, fratello ingiustamente sottovalutato della Julia di Pretty woman (1990), completa un ricco cast di icone del vecchio e nuovo cinema d'azione comprendente, inoltre, Mickey Rourke e Steve Austin, proveniente dal wrestling come il già citato Couture.
D'altra parte, fin dalla movimentata sequenza d'apertura, non priva dell'esagerato splatter già sfruttato da Stallone nel succitato quarto film di Rambo, è chiaro che l'intento principale del lungometraggio - co-sceneggiato dallo stesso attore-regista insieme al David Callaham cui dobbiamo gli script di Doom (2005) e The horsemen (2009) - sia quello di riportare all'attenzione del grande pubblico la figura del massiccio eroe d'azione che, elemento cardine del cosiddetto machismo reaganiano in voga negli anni Ottanta, è stata col tempo sostituita da quella delle tante agili eroine dell'intrattenimento su celluloide d'inizio XXI secolo (basterebbe citare la Uma Thurman di Kill Bill e la Milla Jovovich di Resident evil).
Con una colonna sonora che include, tra le altre, Keep on cooghlin e Born on the Bayou dei Creedence Clearwater Revival e The boys are back in town di Thin Lizzy, quindi, come c'era da aspettarsi si sguazza in un campionario macho fatto di motociclette, muscoli e tatuaggi, ancor prima che di (poca) computer grafica, in quanto, come Sly precisa: "Volevo che questo film venisse girato con la testa e i muscoli, non per mezzo della moderna tecnologia".
E, ovviamente, tra fughe a bordo di un idrovolante Albatross degli anni Cinquanta e coattissimi momenti come quello in cui Terry Crews elimina una serie di avversari sparandogli con il fucile d'assalto automatico AA-12, considerato da molti come l'arma più potente del mondo, le sequenze che maggiormente coinvolgono lo spettatore sono quelle d'azione, distribuite in maniera discreta nel corso dei 103 minuti di visione e per girare le quali, con il supporto del direttore della fotografia Jeffrey"Paycheck"Kimball, si sono usate fino a cinque macchine da presa e una steady-cam.
Sequenze d'azione memorabili e ulteriormente impreziosite dall'apporto del supervising stunt coordinator Chad"Ninja assassin"Stahelski, le quali, come vuole la tradizione della tipologia di spettacolo action post-Commando (1985), lasciano comunque spazio ad indispensabili e tutt'altro che fastidiose spruzzate d'ironia (da antologia la breve apparizione di Arnold Schwarzenegger, anch'egli non accreditato come Willis).
Mentre assistiamo anche a scontri corpo a corpo che vedono coinvolto l'agilissimo Li e Statham sfoggia il pugnale Arkansas toothpick; fino alla pioggia di effetti pirotecnici volti a tempestare i minuti finali di quello che, pur senza eccellere, ma divertendo a sufficienza, non si presenta altro che nelle vesti di prodotto atto a riportare davanti ai nostri occhi i vecchi eroi con i quali siamo cresciuti dinanzi allo schermo, dispensatori di "sana" giustizia liberatoria e senza i quali, soprattutto dopo l'11 settembre 2001, ci siamo sentiti molto più soli e abbandonati.
Anche se l'impressione (comunque non negativa) è quella che il tutto sia molto più vicino ai tanti b-movie anni Ottanta di derivazione rambiana che ai prototipi hollywoodiani che avevano per protagonisti proprio Sly e Schwarzy.

I Mercenari - The Expendables Per il suo ottavo lungometraggio da regista, Sylvester Stallone riunisce sia vecchie che nuove conoscenze del cinema d’azione a stelle e strisce al fine di rivendicare il machismo da grande schermo che, a partire dall’inizio del terzo millennio, sembrava essere stato sostituito da una certa rivalsa femminista su celluloide rappresentata da un’infinità di agili eroine dall’arma facile. Il risultato finale sono circa 103 minuti di visione che, grazie alle coinvolgenti sequenze d’azione discretamente distribuite, divertono a sufficienza, pur senza raggiungere le vette del precedente, riuscito John Rambo, ma centrando in pieno gli intenti dell’attore-regista, così sintetizzati dallo stesso: “Mi sono impegnato a fare un film come se ne vedono pochi, prendendo una vecchia formula e rendendola contemporanea”.

6.5

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