I Magnifici 7, Denzel Washington e Chris Pratt cercano vendetta: la recensione

Denzel Washington torna al servizio del regista Antoine Fuqua per i Magnifici 7, remake del mitico film western che prese le mosse da Kurosawa.

recensione I Magnifici 7
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Si chiama Chisolm, preferisce farsi definire 'delegato di giustizia' anziché cacciatore di taglie e possiede il volto del due volte premio Oscar Denzel Washington che, tra l'altro, per il regista Antoine Fuqua aveva preso parte anche ad una delle sue ultime fatiche: The equalizer - Il vendicatore. Chisolm a.k.a Washington - il cui look è fedelissimo a quello di Yul Brinner nell'originale di John Sturges - si trova alla guida del manipolo di individui poco raccomandabili, ingaggiati da una giovane donna (cui è stato appena ucciso il marito) per proteggere la cittadina di Rose Creek dalla tirannia dello spietato industriale Bartholomew Bogue alias Peter Sarsgaard nel corso de I Magnifici 7 che, come il titolo lascia evidentemente intuire, altro non vuole essere che il rifacimento dell'omonimo classico del cinema western diretto nel 1960 da John Sturges. Classico che, a sua volta, già fu il remake de I sette samurai di Akira Kurosawa (saccheggiato alla bene e mglio anche da Sergio Leone in Per un pugno di dollari) e che vanta altri tre lungometraggi e una rivisitazione fantascientifica datata 1980, oltre ad una serie tv in ventidue episodi.


Uomini in Fuqua

Classico che, quindi, ha significato non poco anche per Fuqua, il quale non manca neppure di dichiarare: "Kurosawa ha influenzato la filmografia americana più di quanto la gente se ne sia resa conto, e I Sette Samurai è presente nel nostro film sotto ogni forma, è nel suo DNA; è la madre dei film del genere. Ho visto quel film e subito dopo ho deciso che avrei voluto fare il regista. Kurosawa ha girato quel film con la profondità di campo, grandi primi piani, grandi scene panoramiche ed è stato l'interprete all'ombra dei samurai, non importa se buoni o cattivi. I personaggi di Kurosawa sono ronin, uomini violenti e pericolosi, ma anche servizievoli, che è quello che significa la parola samurai. Tutto ciò è stato utile a Sturges per il suo film e, naturalmente, ancor di più per questo". Infatti, sebbene ci troviamo dinanzi ad oltre due ore e dieci di visione concepite in un millennio cinematografico sempre più tempestato di effetti digitali e rielaborazioni di scenografie su green screen, buona parte della loro riuscita la si deve, senza dubbio, alla scelta - non poco legata alla celluloide del passato - di concepire le sequenze d'azione ricorrendo alle reali acrobazie degli stunt.

Stratagemma che avvicina non poco il risultato finale alla pellicola interpretata da Yul Brinner e Steve McQueen, quest'ultimo in un certo senso sostituito da un Chris Pratt impegnato a vestire i panni del saggio giocatore d'azzardo Josh Faraday; mentre Ethan Hawke, il sud coreano Byung-Hun Lee, Vincent D'Onofrio, il messicano Manuel Garcia-Rulfo e Martin Sensmeier (attore di discendenza Koyukon-Athabascan e Tlingit) completano la agile combriccola dal grilletto facile incarnando il pistolero Goodnight Robicheaux, il suo amico e confidente Billy Rocks, Jack Horne, montanaro sopravvissuto da solo nella natura selvaggia, il fuorilegge in fuga Vasquez e Red Harvest, indiano Comanche.

Agile combriccola presentata progressivamente dopo il prologo con qualche morto sparso e che non manca neppure di regalarci un avvincente scontro a fuoco a circa metà dell'operazione, piuttosto fedele nella struttura narrativa al materiale da cui prende le mosse ed ulteriormente impreziosita da un certo tono darkeggiante conferito dalla bella fotografia di Mauro Fiore. Fino alla spettacolare, attesa resa dei conti conclusiva, posta al servizio di una rilettura fedele ed infedele nella giusta maniera al capostipite, tanto da riuscire a replicarne l'epicità del grande cinema hollywoodiano degli anni Cinquanta e Sessanta, ma guardando in parte, allo stesso tempo, anche alla crudezza tipica dei successivi lavori a base di cowboy e pallottole sfornati da Sam Peckinpah... e con un evidente sapore antirazzista.

I Magnifici 7 Per ascoltare il mitico, trionfante tema musicale di Elmer Bernstein che aprì il capolavoro del cinema western diretto nel 1960 da John Sturges dobbiamo attendere pazientemente i titoli di coda di questo remake de I magnifici 7 che, diretto dall’esperto in action-movie Antoine Fuqua, testimonia immediatamente una visione meno razzista rispetto a quella che affliggeva l’America di allora. Perché, capitanati dal nero Washington, sono stavolta anche un “indiano”, un messicano e un orientale a rientrare nel gruppetto di fuorilegge e cacciatori di taglie pronti a fare la cosa giusta per le persone bisognose di aiuto, indipendentemente dalla loro moralità. E non solo il capostipite viene rispettato in maniera piuttosto fedele per quanto riguarda l’evoluzione della storia, ma, nonostante la spettacolarità consentita dai moderni mezzi tecnici e l’accentuazione di una crudezza che sarebbe stata impossibile ai tempi della sua realizzazione, questo rifacimento riesce a lasciarne emergere lo stesso sapore di grande film a stelle e strisce di tanti anni fa.

7

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