Recensione I Love Shopping

Le frizzanti confessioni di una vittima della shopping compulsivo.

Articolo a cura di

Girl power

Il mercato cinematografico americano può definirsi un’ esperto nella conoscenza dei meccanismi di fascinazione del pubblico femminile. Mese dopo mese Hollywood sforna commedie più o meno brillanti che si avvalgono di alta moda ed accentuato materialismo. Come se, guardando verso le presunte spettatrici, il cinema abbia preso a proprio slogan la celebre frase “ ‘Cause we are living in a material world, and I am a material girl” di Madonna. Ragazze sempre più ambiziose, sempre più indipendenti, sempre più alla ricerca della ricchezza: non è cambiato molto dai tempi dei vecchi romanzi dell’ottocento, solo che adesso non si mira più alla fastosa tenuta di famiglia, ma a raggiungere i camerini di un negozio Gucci.
Reduci di Sex and the City e de Il Diavolo veste Prada non disperate, perché la nuova finestra del cinema sul mondo della moda è stata appena aperta. Chaperon di questo nuovo viaggio è l’ingegno di Sophie Kinsella, che ha consegnato alla sua Becky le chiavi per il fantastico mondo di I love Shopping.

Andiamo a fare shopping!

Rebecca Bloomwood (Isla Fisher) è una giovane giornalista. Il suo sogno è lavorare per la rivista di moda Alette, ma in realtà occupa la scrivania di un periodico sul giardinaggio. Avida spendacciona la si potrebbe tranquillamente considerare una malata dello shopping compulsivo. Nessuna sensazione può essere paragonata a quella del profumo di un nuovo paio di scarpe italiane di cuoio, alla carezza della seta preziosa sul proprio corpo, ai brividi provocati dall’apparire della scritta “saldi” in una vetrina. Fare acquisti per lei è un bisogno essenziale, paragonabile quasi a quelli primari del cibo e del dormire, ma molto più piacevole. Fin da piccola il suo sogno era quello di essere una principessa e possedere la bacchetta magica, capace di aprirle tutte le porte: non una, ma dodici amatissime carte di credito che non si sentono mai troppo inutili. Le nubi sembrano oscurare lo sfavillante mondo di Rebecca quando la rivista di giardinaggio chiude per fallimento, e lei si ritrova a dover fare i conti con un catastrofico debito da saldare e con la prospettiva della completa assenza di entrate economiche. Improvvisamente, grazie al fortunato incontro con Luke Brandon (Huge Dancy), Becky si ritroverà a lavorare per lo stesso editore di Alette, ma per la rivista "Far fortuna risparmiando", dando consigli economici alla gente comune. Sotto lo pseudonimo de “la ragazza con la sciarpa verde” conquista l’ammirazione del mondo circostante che, attraverso i suoi paragoni frizzanti e modaioli, riesce finalmente ad entrare in contatto con tematiche fino ad allora troppo complesse. Ma le ombre si nascondono dietro gli angoli più angusti e la minaccia per la nuova esperta di risparmi si chiama Derek Smeath, impiegato presso una società di riscossione crediti, determinato a venire in possesso, fino all’ultimo centesimo, di quanto gli è dovuto.

Bridget Bloomwood?

Il personaggio di Rebecca Bloomwood si presenta come una rivisitazione della tanto amata Bridget Jones: entrambe giornaliste chiuse in un ufficio non adatto a loro, tormentate dagli estratti conto della carta di credito, ossessionate da qualcosa di malsano. Ambedue terribilmente bisognose d’affetto, ricercano la propria felicità in diversi oggetti del desiderio: una insegue l’amore fino allo sfinimento, inciampando spesso in situazioni ambigue ed imbarazzanti; l’altra corre sui suoi tacchi Pucci alla ricerca del vestito perfetto, della borsa migliore, dell’ennesimo capo d’abbigliamento da dover sistemare in una camera da letto più simile ad un enorme armadio, che ad un ambiente abitabile. Seppur avida, spendacciona, superficiale e vanitosa, Rebecca riesce a farsi amare dal pubblico in sala. Merito della sua aria frizzante, spensierata, dell’entusiasmo che sembra circondarla di continuo o forse delle espressioni, a volte surreali, di Isla Fisher (Due single a nozze e moglie, nella vita, di Sacha Baron Coen), che interpreta alla perfezione lo spirito semplice della protagonista. Pur abbagliati dalle mille buste che si trascina dietro per la città, esplicitamente preoccupati per l’evidente materialismo, non si riesce a non intenerirsi dinanzi ad una protagonista spesso più simile ad una vittima della società ed ad un cucciolo bastonato, che ad una avida compratrice a tutti i costi.
L’interpretazione della Fisher viene completata dalle buone performance dei personaggi che la attorniano, tra cui spicca il dolce volto di John Goodman, nei panni del risparmiatore padre di Becky, sempre pronto a regalare un sorriso comprensivo.

Prodotto da....

I love shopping è l’ennesimo figlio del genio del cinema Jerry Bruckheimer produttore di molti dei maggiori film di successo nati ad Hollywood negli ultimi anni. Il suo "potere decisionale" è già una garanzia di buona riuscita sia a livello di esito economico, che per quanto concerne la realizzazione della pellicola. Non ci sono particolari performance registiche, di montaggio o fotografia, ma tutto è dosato alla perfezione ed in maniera equilibrata. La regia di J.P. Hogan (Il matrimonio del mio migliore amico) cerca di attenersi ai tratti distintivi della protagonista: allegra, spensierata, dinamica ed è piacevolmente agevolata da una fotografia abbagliante: i colori sembrano quasi fosforescenti e sprizzano vita da ogni inquadratura. Come trovarsi al centro di uno sfavillante party, come una ragazza dal soprabito fucsia seduta tra manager in giacca e cravatta durante una convention sull’economia.
Dalla scelta degli attori, alla colonna sonora, ai costumi e le location, nessuna delle quali stona con lo spirito della pellicola, tutto fa di I love shopping un prodotto ineccepibile nel suo genere, capace di far sorridere lo spettatore in più di un momento. Ovviamente la pellicola farà inarcare più di un sopracciglio, in un periodo in cui non si parla altro che di crisi economica in tutto il mondo ed in cui le carte di credito non sono più viste come la salvezza da tutti i mali. Qualcuno potrà giudicarlo fuori luogo, decisamente frivolo e superficiale, e non potremo di certo dissentire con lui. Ma I love shopping non si impone come uno sguardo morale sui problemi consumistica, quanto come la possibilità di godere visivamente di una situazione forse più simile ad una favola che alla realtà.

I Love Shopping Le disavventure modaiole di Rebecca Bloomwood renderanno entusiaste le milioni di lettrice che già si sono affezionate a lei durante la lettura dei romanzi della Kinsella, ma appassioneranno anche nuove adepte di questo mondo colorato e coinvolgente. 100 minuti in cui si dimenticano i problemi reali, si sorride e ci si diverte finendo con la voglia di unirsi ai manichini che applaudono dalle vetrine di Yves Sant Laurent.

7

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