Netflix

I am Mother, la recensione del film originale Netflix

In un futuro dove l'umanità si è estinta, un robot cresce in un tecnologico bunker una bambina, primo passo verso la ripopolazione del pianeta.

recensione I am Mother, la recensione del film originale Netflix
INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di

Dopo l'estinzione di massa dell'umanità, in un bunker supertecnologico un robot che si fa chiamare Mother cresce un embrione umano: la struttura ha infatti il compito di ripopolare la razza terrestre. In I am Mother, la nuova nata cresce fino a diventare prima bambina e poi adolescente, quando chiede all'automa il motivo per il quale solo lei è stata "generata", ottenendo come risposta da Mother il suo bisogno di imparare a essere un buon genitore per non commettere gravi sbagli.
L'ormai adolescente Daughter (questo il nome con cui le si rivolge il suo elettronico guardiano-creatore) comincia però a soffrire di solitudine e alcuni comportamenti del tutore la rendono ulteriormente infelice, su tutti l'uccisione di un roditore per timore di possibili contaminazioni da parte del mondo esterno.
Mother ha infatti informato la ragazza dei pericoli che vi sono al di fuori della security, con un alto livello di radiazioni che potrebbe ucciderla all'istante; ma quando una sera, nei pressi della camera di compensazione comunicante con l'esterno, Daughter sente la richiesta di aiuto di una donna ferita, le cose sono destinate a cambiare per sempre. L'arrivo di questa figura inaspettata infatti fa comprendere alla giovane come il robot non le abbia detto tutta la verità su quanto realmente accaduto sulla superficie del pianeta.

Ex-human

Nel cinema di fantascienza solitamente sono gli uomini a creare figure robotiche dotate di intelligenza artificiale, dovendo poi fare i conti coi pericoli derivanti da tale risultato; più raro invece che siano proprio gli automi a portare alla luce, tramite avveniristici dispositivi, embrioni umani, come nel caso di questa produzione australiana. I am Mother si inserisce in quel filone a sfondo etico ormai fondamentale nell'intero genere, nel corso delle due ore di visione pone così domande interessanti e spunti di riflessione nella gestione dell'insolito legame tra la ragazza e l'improbabile figura materna del titolo, incrinato dall'arrivo di un elemento esterno che rimette tutto in discussione e apre le porte a una seconda metà ricca di colpi di scena.

Una partita a scacchi giocata tra segreti e bugie in cui la giovane protagonista, cresciuta in cattività, deve capire di chi fidarsi e riscoprire la sua natura, soprattutto dopo l'arrivo di un suo simile. Un menage a trois ricco di tensione emotiva che prepara il campo a un epilogo una volta tanto risolutorio e non aperto a speculazioni.

Gli occhi della madre

Lo scheletro narrativo può ricordare per certi versi quello del thriller pscologico 10 Cloverfield Lane (2016) o dello sci-fi Passengers (2016), con una struttura chiusa nella quale ha luogo un serrato confronto tra i tre personaggi principali e dove la verità ha diverse interpretazioni: questo conduce a una parziale lentezza nello spezzone centrale, ma ogni passaggio si rivela necessario e coerente per quanto avverrà nel proseguo, con tanto di liberatorio cambio di ambientazione a variare ulteriormente le atmosfere del racconto con influenze più affini al filone post-apocalittico. I am Mother (disponibile nel catalogo Netflix come produzione originale) ha qualche febbrile sussulto d'azione nell'intenso finale, ma per buona parte del suo minutaggio si affida a una costruzione introspettiva, ragionata e profonda che scava nei meandri morali della mente umana, propedeutica a quel "bigger picture" che si offre quale illuminante rivelazione e segue un percorso tipico dell'intero genere, sia in forma letteraria che cinematografica.

L'impatto spettacolare, per quanto secondario rispetto ai cardini portanti del racconto, può contare su buoni effetti speciali e sull'ispirato design del robot genitoriale, doppiato nella versione originale con una piacevole e avvolgente freddezza da Rose Byrne, vera e propria co-protagonista insieme alla giovane attrice danese Clara Rugaard e a un'arcigna Hilary Swank (il cui personaggio, per pose e carattere, pare ricalcato sull'iconica Sarah Connor di Terminator) quale spigoloso terzo incomodo. La colonna sonora di Dan Luscombe ricorda poi in più occasioni, per ritmiche e sonorità, quella curata da Hans Zimmer per un classico recente come Interstellar (2014), similitudine che si rivela un altro punto a favore per il valore complessivo dell'operazione.

I am Mother Introspettivo e minimalista (per quanto sporadici sussulti action e buoni effetti speciali siano in grado di speziare la relativa messa in scena), I am Mother è un'interessante e riflessiva opera sci-fi che ci trasporta in un prossimo futuro in cui l'umanità è stata vittima di un'estinzione di massa e in laboratorio un robot si trova a crescere una bambina quale moderna Eva di un possibile ripopolamento della superficie terrestre. Viene dall'Australia quest'affascinante viaggio nell'animo umano che segna il debutto per il grande schermo del regista Grant Sputore, che si affida all'ottimo trio di protagoniste (Rose Byrne, in veste di doppiatrice nella versione originale, lo è a pieno diritto per come infonde le inquiete e rassicuranti tonalità all'automa) alle prese con una partita a scacchi tensiva e ricca di colpi di scena, tra rimandi ad atmosfere vagamente horror e ad altri classici del filone fantascientifico inerenti i rapporti tra gli umani e le macchine - dalla saga di Terminator fino al più recente Ex Machina (2015). Le due ore di visione propongono gradevoli spunti di riflessione e, seppur con una certa lentezza in alcuni passaggi, la cura psicologica delle figure coinvolte, in particolare della giovane cresciuta in cattività, e i relativi sviluppi interpersonali riescono a mantenere sempre alta l'attenzione fino all'avvincente resa dei conti finale.

7

Che voto dai a: I am Mother

Media Voto Utenti
Voti: 6
6.8
nd