Howard, la recensione del documentario sulla vita di Ashman su Disney+

Howard Ashman tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 segnò quel cambiamento che è noto oggi come Rinascimento Disney.

recensione Howard, la recensione del documentario sulla vita di Ashman su Disney+
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Aveva vinto due Oscar, di cui uno postumo, e aveva messo in fila le parole che innumerevoli volte ci siamo ritrovati a cantare, soprattutto se tra i Classici Disney che preferiamo ci sono quelli del Rinascimento Disney. Parliamo di Howard Ashman, il paroliere che, insieme con Alan Menken, venne chiamato da Jeffrey Katzenberg a dare un nuovo corso alla Walt Disney Pictures, che negli anni Ottanta aveva pesantemente rischiato di cadere in un baratro.
La vita di Ashman, scomparso prematuramente a causa dell'AIDS, è passata in sordina in tutti questi anni, ma ha lasciato un segno indelebile nel cuore di chi ha potuto lavorare con lui e affiancarlo in un percorso complesso, ma ben indirizzato verso una volontà precisa: scrivere e raccontare storie.
A mettere insieme tutti i pezzi ci ha pensato Don Hahn, produttore de La Bella e La Bestia, il Classico che venne candidato persino all'Oscar per il miglior film e che portò la coppia Ashman-Menken sul tetto di Hollywood, più di quanto fatto con La Sirenetta pochi anni prima. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto raccontare chi era Howard.

L'intuizione per far rinascere la Disney

Le difficoltà che visse la Disney negli anni Ottanta troppo spesso passano in sordina, ma guardando il novero dei Classici pubblicati prima del Rinascimento è facile intuire quanto ostica sia stata la vita di quella che oggi è una delle più importanti case di produzione e di distribuzione cinematografica.
L'intuizione che si affida a Jeffrey Katzenberg, poi fondatore della DreamWorks, fu quella di andare a raccogliere il successo dei musical di Broadway e portarlo nei propri film, partendo da La Sirenetta.
Il film di John Musker e Ron Clements, che negli anni avrebbero poi firmato Aladdin, Il Pianeta del Tesoro, La principessa e il ranocchio e Oceania, si basava sull'importante apporto musicale fornito da due autori che avevano iniziato a lavorare insieme da qualche anno, esordendo con un musical intitolato La piccola bottega degli orrori.
Parliamo di Alan Menken e Howard Ashman, rispettivamente compositore e paroliere. Del primo si parla tanto, si conoscono meriti e successi, nonché tutti gli Oscar vinti nel corso della sua florida e immensa carriera, mentre del secondo, complice un percorso durato poco e la prematura morte nel 1991, troppo spesso non si parla abbastanza.

L'addio ad Ashman, trent'anni dopo

Don Hahn mette insieme un documentario dal sapore agrodolce, raccontato con una vena sempre molto malinconica, andando a puntare forte su quel modo di essere di una persona che sin da bambino ha desiderato narrare storie.
Attraverso le persone che più gli sono state vicine, a partire dalla sorella, si scopre quel lato da narratore che ha sempre accompagnato Ashman, un artista che, sebbene avesse la Disney nel proprio destino, non era scontato sarebbe finito a scrivere canzoni per i cartoni animati.
Il suo stile molto satirico e l'attenzione per la quotidianità lo avevano portato ad avvicinarsi al teatro, a un mondo completamente diverso, persino all'editoria, che per un periodo della sua vita è stato il piano B.

Howard Ashman non sfociò mai nel manifesto politico, nonostante ne potesse avere sia le competenze che i temi, ma i suoi sentimenti vennero comunque ben trasposti nella musica.
D'altronde è facile immaginare come, quando Ashman si scoprì malato, tutta l'energia del momento venne riversata nella propria arte, dal disagio nel rapportarsi con il mondo fino a quella malattia che lo stava lentamente spogliando di tutte le proprie forze ed energie.
Howard era omosessuale e contrasse l'AIDS, finendo inevitabilmente in quella cerchia di persone che alla fine degli anni Ottanta era costretta a nascondere la propria indole per sfuggire alla possibile demonizzazione.

Se ne andò nel 1991, come racconta la voce tremante di Alan Menken, che gli è stato accanto fino alla fine e che ha provato a tenere vive gran parte delle canzoni del collega in Aladdin.
Morì nello stesso anno di Freddie Mercury, che allo stesso modo di Ashman mise davanti alla propria salute l'obbligo morale dell'artista dinanzi al proprio pubblico.

Una carezza sul volto di Ashman

Con delicatezza, Hahn racconta quel momento in cui lo stesso Howard fu costretto a comunicare a tutti quanti la sua malattia: iniziò con Menken, qualche giorno dopo aver ricevuto l'Oscar per La Sirenetta, per poi passare a Katzenberg, del quale aveva sicuramente più timore, spaventato dalla possibilità di perdere il proprio lavoro in Disney.
Un'azienda che aveva sempre professato determinati concetti e che non poteva sicuramente accostarsi a un omosessuale malato di AIDS, un capro espiatorio dinanzi a una malattia ignota e sconosciuta.

Katzenberg, invece, si preoccupò dell'artista e dell'uomo, non del malato: permise ad Ashman di continuare a lavorare e dopo La Sirenetta toccò a La Bella e la Bestia, il più grande successo della rivoluzione di Katzenberg, che riuscì a portare un Classico alla candidatura come Miglior film.

La penna di Howard si ritrova nella Canzone della folla cantata da Gaston, un momento in cui l'intero villaggio viene aizzato contro un pericolo che non esiste, ma che va necessariamente annientato, per estirpare il male dal mondo.
Un parallelismo forte per raccontare il modo in cui un malato di AIDS in quegli anni si poteva sentire e come poteva essere additato dal pubblico.

Attraverso una narrazione sempre molto appassionata, Don Hahn ci riporta a compiere questo viaggio catartico nella vita di un autore immortale, anche se - come lo stesso Menken sottolinea - non può saperlo.
La sua musica rimarrà per sempre: da Aladdin, per il quale scrisse Le Notti d'Oriente e Principe Alì (Il mondo è mio è firmata da Tim Rice, che sostituì Ashman dal 1991 in poi), fino a La Bella e la Bestia, che ha vissuto delle sue canzoni, e La Sirenetta, che ci condurrà alla scoperta di quel meraviglioso genere chiamato "I want song" che lo stesso Ashman aveva massificato.

Un corso musicale che spingeva il protagonista a raccontare i propri sogni e desideri, spesso di fuga e di evasione da una condizione stringente e ingabbiata, attraverso una canzone che esaltava la musica quasi come un urlo liberatorio.
Se d'altronde prima di lui qualche tentativo era stato fatto già in Robin Hood, è con Part of Your World che Ashman indica gli stilemi di questo genere, esaltandone la potenza e la carica emotiva, inevitabilmente figlia di quel periodo che stava vivendo.

Hahn va quindi ad alternare fotografie di repertorio a voice-over di tutti i personaggi coinvolti, senza mai avere delle riprese effettive di chi sta parlando e fornendoci degli elementi di backstage che non avremmo avuto mai occasione di poter ammirare: dal making of di Aladdin, fino a La Bella e la Bestia, passando per i primi tentativi di canto di Ariel, ne La Sirenetta.

Howard: la vita, le parole Il documentario su Howard Ashman non riesce mai ad affondare pesantemente il colpo sulla vita dell'artista: Don Hahn si concentra sull'offrire una caritatevole carezza sul volto del paroliere scomparso nel 1991, raccontandone i disagi, i sogni e il modo in cui tutte le emozioni vennero travasate nella sua arte. Una sorta di secondo addio, a distanza di trent'anni, per celebrare un artista che aveva già raggiunto l'immortalità, e continua a farlo in questi anni di ritorno dei live action Disney. La sua importanza all'interno del panorama musicale di Burbank resta incalcolabile, così come quella di Alan Menken. Il documentario perde però un po' della forza narrativa, privato della propria vena indagatoria e di quella possibile sensazione di scoperta di un uomo che avrebbe voluto abbracciare la satira, soprattutto andando ad analizzare la situazione sociale che si era ritrovato a vivere all'inizio degli anni Novanta.

6.5

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