Honey Boy, la recensione del biopic di, con e su Shia LaBeouf

Shia LaBeouf scrive e interpreta il film sulla sua vita, dedicato al complesso rapporto con il padre e alla sua lotta contro rabbia e stress.

recensione Honey Boy, la recensione del biopic di, con e su Shia LaBeouf
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Dopo il toccante The Farewell di Lulu Wang, ecco sbarcare alla 14° Edizione della Festa del Cinema di Roma un altro interessante racconto dedicato alla famiglia, seppur completamente agli antipodi rispetto al ritratto caloroso e divertito visto nella dramedy con protagonista Awakafina. Quella raccontata in Honey Boy è infatti la storia autobiografica di Shia LaBeouf, della sua infanzia e di un importante segmento della sua adolescenza, il tutto mediato attraverso il racconto del rapporto disfunzionale e doloroso con il padre alcolista, tossicodipendente e passivo-aggressivo.
Al suo debutto come sceneggiatore in un lungometraggio, l'interprete sceglie di adattare per il grande schermo la storia della sua vita trattandola più come ispirazione che vera e propria trasposizione, scegliendo nomi differenti per i protagonisti, senza mai citare direttamente luoghi o eventi del vissuto personale.

LaBeouf diventa quindi Otis Lort e comincia a raccontarsi candidamente e con pochi filtri, partendo dalla sua rabbia e la sua irruenza, da un diagnosticato Disturbo Post Traumatico da Stress. Lo fa iniziando dal 2005, quando ebbe un crollo psicologico dopo un forte abuso di droghe e alcool ed entrò per la prima volta in riabilitazione, cominciando questo percorso di catartica liberazione dall'influsso negativo della figura paterna, responsabile (lo dice chiaramente) del suo dolore, celato nella genetica di quel ramo familiare e nella relazione anomala tra i due.

Diventare padre

Honey Boy era il nome con cui il padre di LaBeouf era solito chiamarlo quando era più piccolo. Jeffrey LaBeouf - nel film James Lort - lo utilizzava al contempo con scopi affettuosi e dispregiativi, per sottolineare la fragilità e la debolezza del figlio, in cui vedeva soprattutto l'influenza della figura materna, tanto da arrivarne a criticare persino il modo in cui orinava, "da ebreo". La lunga convivenza, i bei (ma forse finti) momenti vissuti con il padre e le molteplici tensioni hanno permesso a LaBeouf di vestirne i panni in modo preciso e ricercato, mai caricaturale ma naturale, come se in qualche modo si rispecchiasse in alcuni atteggiamenti "del suo vecchio" - direbbero gli americani. Mentre a interpretare il se stesso dodicenne troviamo un ottimo Noah Jupe (Le Mans '66) e in quello adolescente un potente Lucas Hedge, l'interprete e sceneggiatore sceglie invece di trascurare la parte ormai più stabile e serena della sua carriera e della sua esistenza per concentrarsi sul momento della scoperta dello stress causato da un'infanzia infelice e repressa. Volendo agire con fini catartici, dunque, la scelta più ovvia era proprio quella di svestire i panni del figlio e provare a vestire quelli del padre, mettendo in moto un processo di identificazione e infine liberazione da tutta una serie di comportamenti paterni che hanno segnato a lungo la sua vita.

Il suo James è un padre imperfetto, rabbioso e forte con i deboli, che cerca di sottrarsi agli errori del passato, di rifuggirli scappando dal confronto. Vive quasi come un redneck e vede nel figlio l'unica opportunità di salvezza, non curante delle sue emozioni o delle sue necessità, agendo più come un militare che come un padre. Studio, disciplina e lavoro sono le uniche costanti dei suoi insegnamenti, che Otis segue perché spera sempre che James cominci a comportarsi da genitore, pagandolo in sostanza per essere suo manager.

L'insofferenza e la rabbia provenienti dall'infanzia, così come le pessime abitudini prese dal padre, rendono comunque Otis un adolescente problematico, al netto di una carriera di successo costantemente annegata nell'abuso di alcool e droghe. Tanto Jupe quanto Hedge sanno percorrere un preciso tracciato emotivo e passionale del protagonista: il primo portando su schermo il potere dell'ingenuità tipica della fanciullezza, insieme anche alla necessaria virtù di una crescita personale più veloce del previsto; il secondo tramutando invece tutto in rabbia e stress, cercando una valvola di sfogo per tutto il dolore a lungo accumulato.

Un gancio attaccato alla schiena

Di base, Honey Boy è la trascrizione cinematografica del processo di psicanalisi vissuto da LaBeouf, tanto che proprio la stesura di un diario dedicato alla sua relazione con il padre era proprio parte integrante della riabilitazione dal PTSD. Ogni evento che si vede nel film è un momento essenziale ormai cristallizzato nella mente dello sceneggiatore, che sceglie di consegnare alla visione dell'amica regista Alma Har'el, fidandosi del suo modello espositivo, delicato, fisso sui personaggi. Alternando i piani temporali, lasciandoci vivere il presente come il vero percorso di crescita e superamento e il passato come ricordo da rielaborare - a volte quasi fosse un brutto sogno -, la Her'el confeziona una direzione che fa del rapporto padre-figlio, della potenza dei sentimenti e della cruda e nuda bellezza dei personaggi (tanto reali e ammaccati) le sue grandi chiavi di lettura artistica dell'opera, che vuole soprattutto mostrare senza troppi compromessi stilistici l'intensità di questa strana relazione, aiutando LaBeouf nel difficile compito di non voler indicare nessuna vittima e nessun carnefice.

Honey Boy affronta e stigmatizza inoltre a suo modo la malattia mentale, sottolineando l'estremo valore del confronto e dell'aiuto, nel caso di Otis - e dunque di LaBeouf - per togliersi questo metaforico gancio attaccato alla schiena e programmato per strattonarlo all'indietro con violenza, quasi le sue paure o il suo lucido rifiuto a non cadere negli errori del padre (ma anche le sue richieste, il suo voler essere ascoltato) non contassero nulla. L'attore e la regista ce lo mostrano perfettamente proprio all'inizio e chiudono all'interno di due brevi ma intense sequenze l'intero senso del film e addirittura della vita, che è un lento rimettersi in posizione tra una brusca scossa e l'altra, quasi fossimo stuntman su di un set cinematografico, venuti al mondo per rischiare.

Honey Boy Honey Boy è la trascrizione cinematografica del processo psicanalitico di Shia LaBeouf, che adattando a racconto per immagini la storia della sua vita mette in moto un percorso di catarsi delicato ma intenso, vestendo i panni di un padre (suo padre) tossico e passivo-aggressivo, così da esorcizzare i propri demoni e metterli in mostra una volta per tutte, ordinati dalla visione e dal talento dell'amica e regista Alma Har'el. L'ingenuità della sua infanzia la consegna in mano al piccolo ma talentuoso Noah Jupe, mentre la rabbia, la furia e i disturbi di una movimentata e stressante adolescenza li affida a Lucas Hedge, confezionando insieme alla cineasta un prodotto autobiografico potente e liberatorio, atto a suo modo anche a stigmatizzare la malattia mentale a valorizzare l'importanza del confronto. Non si vittimizza ma si analizza, lasciando agli occhi del pubblico il giudizio su di un rapporto tanto disfunzionale da segnare nel profondo la vita di una delle star più controverse della sua generazione.

7.5

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