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Hold the Dark, la recensione del film originale Netflix di Jeremy Saulnier

Il regista di Blue Ruin e Green Room torna con un thriller d'atmosfera glaciale e spietato, tratto dall'omonimo romanzo di William Giraldi.

recensione Hold the Dark, la recensione del film originale Netflix di Jeremy Saulnier
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Uno dei più grandi regali che il cinema indipendente americano abbia fatto al mondo è senza ombra di dubbio Jeremy Saulnier. Classe '76, debutta alla regia di un lungometraggio nel 2007 con Murder Party, di cui è anche sceneggiatore, esordendo quindi già come autore. Il film è un concentrato di violenza e tensione che segna in parte lo stile di Sualnier e la prima collaborazione con Macon Blair, attore, sceneggiatore, regista e amico del filmmaker.
A sdoganare però l'enorme talento del cineasta e il suo particolare stile narrativo è Blue Ruin, un revenge movie che fa dell'aberrazione umana nata dalla violenza la sua grande chiave di lettura, che è poi anche nel successivo e ben più divertito Green Room parte integrante del racconto.
Sono titoli che giocano con l'animo umano e le sue innumerevoli sfaccettature e contraddizioni, sfruttando personaggi normali e mettendoli in situazioni pericolose o assurde, costringendoli in questo modo a una reazione spropositata, che li cambia radicalmente, che ne resetta l'etica e ne modifica lo spirito.
Sia Blue Ruin che Green Room sono film curati nella sceneggiatura dallo stesso Saulnier, il che li rende narrativamente identificabili, con un loro preciso ritmo e topoi specifici. Per il suo ritorno sulle scene con il nuovo e sorprendente Hold the Dark, però, il cineasta sceglie di abbandonare la via autoriale tout court per dedicarsi solo alla regia, lasciando la scrittura in mano al fedele Macon Blair, che adatta così l'omonimo romanzo di William Giraldi in un film spietato e dalle atmosfere gelide e mortali.

Libera il lupo che hai dentro

Blair trasla con un linguaggio consono allo stile di Saulnier la storia del naturalista in pensione Russell Core (Jeffrey Wright), permettendo così al collega di lavorare perfettamente sui tempi e sull'atmosfera. Questo riduce di molto i dialoghi tra i protagonisti rispetto all'opera originale, lasciando che siano l'estetica dell'immagine e i volti segnati dalle emozioni dei personaggi a veicolare l'intimità del racconto e la sua intrinseca brutalità.
Hold the Dark è nella sua essenza primaria un film di frontiera, esattamente come il Wind River di Taylor Sheridan, con il quale condivide un'ambientazione glaciale e un input narrativo molto simile.
Il resto, poi, cambia radicalmente, lasciando che il film di Saulnier si trasformi in una Caccia all'Uomo tra le infinite distese di neve dell'Alaska. Ci troviamo in uno sperduto villaggio chiamato Keelut, immerso nella natura selvaggia, lontano un'ora di macchina dal primo centro abitato e completamente circondato dalla foresta.
Qui i lupi hanno rapito un bambino, Baily Slone, portando la madre, Medora (un'atarassica Riley Keough), a contattare Russell Core, naturalista in pensione specializzato nel comportamento del branco. Arrivato a Keelut, Core scopre un insediamento piccolo e quasi abbandonato a se stesso, dove la vita sembra molto severa.
Il suo compito - come richiesto da Medora - è quello di rintracciare il lupo che ha rapito il figlio e ucciderlo, solo perché non ricapiti più quanto successo a lei e ad altri due membri della minuscola comunità.
Core si rende però ben presto conto che i lupi che circondano l'insediamento sono l'ultimo dei problemi, questo anche quando torna dalla Guerra in Iraq il marito della donna, Vernon, interpretato da un mastodontico e cattivissimo Alexander Skarsgard, funereo in volto, corrotto dentro.
Hold the Dark è un'opera feroce e di grande pathos, che esattamente come i due precedenti film di Saulnier si sofferma sull'aberrazione umana nata dalla violenza.

È un film crudele e impietoso che non risparmia interrogativi intimi sull'essere padri, sulla vendetta e sulla solitudine, inframezzando carneficine che non centellinano dettagli cruenti e non hanno paura di sacrificare vite.
Centrali sono le atmosfere, calde nella loro asettica naturalità, profonde e ricercate nella volontà di trasformare ambienti come un focolare domestico o una centrale di polizia in dei veri e propri luoghi di terrore psicologico, nei quali non si può mai prevedere cosa stia per accadere.
Macon Blair e il regista tentano di radicare nel racconto anche una riflessione profonda e sofisticata sull'oscurità che si annida nel cuore delle persone, soprattutto se abbandonate in una landa bianca e tenebrosa nel bel mezzo del nulla.
Un'oscurità che rompe gli argini della sanità mentale e non conosce contenimento, che fuori dal cuore si impadronisce anche della mente dell'ospite, prendendo il controllo e lasciando che l'uomo ormai corrotto dal suo freddo e terrificante tocco abbracci per sempre le tenebre che albergano in lui.

Hold the Dark Hold the Dark segna un ritorno solido e potente per Jeremy Saulnier. È un thriller in prima essenza di frontiera, intimo e spietato, forte di atmosfere magnifiche, calde nella loro asettica naturalità. C'è poi molto contenuto, specie nelle riflessioni sull'essere padri o sull'oscurità che alberga nel cuore delle persone. Sono anzi approfondimenti primari, che si alternano con potenza narrativa alle varie carneficine del film, brutali ma mai del tutto gratuite. Un titolo impietoso e crudele che racconta come Blue Ruin e Green Room l'aberrazione dell'animo umano quando sopraffatto dalla violenza e dalle tenebre, senza possibilità di ritorno o redenzione.

7.5

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