High Flying Bird, recensione del nuovo film Netflix di Steven Soderbergh

Steven Soderbergh ci porta dietro un Lockout NBA, un periodo di sciopero fatto di accordi, menzogne e giocatori mandati al macello.

recensione High Flying Bird, recensione del nuovo film Netflix di Steven Soderbergh
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La storia dello sport è piena di successi, sconfitte, larghi sorrisi, lacrime e sudore, ai livelli di professionismo più alto però bisogna fare i conti anche con gli affari, con gli stipendi dei giocatori, dei procuratori, con i diritti televisivi, d'immagine, di esclusiva e quant'altro. Una moltitudine di ingranaggi da oliare a dovere, un meccanismo che può funzionare soltanto alla perfezione, un ecosistema all'interno del quale tutti siano d'accordo.
Quando le diverse pedine della scacchiera non riescono a trovare alcun accordo, anzi giocano una guerra sottobanco fatta di inganni, sotterfugi, incastri ambigui, nel mondo dell'NBA si incappa nel famigerato Lockout. Un periodo di sciopero a oltranza senza limiti di tempo, che continua finché tutti non si stringono finalmente la mano, determinando finalmente la ripartenza del campionato.
Nella storia della National Basketball Association sono stati quattro i lockout, il primo avvenuto nel 1995 e durato circa tre mesi, poi ancora nel 1996 finito in poche ore, nel 1998 si è arrivati a sei mesi di stop, mentre nel 2011 addirittura a otto. Un tema "di nicchia" che ha catturato l'attenzione di Steven Soderbergh, regista di High Flying Bird, lungometraggio girato interamente con degli iPhone appena arrivato su Netflix.

Un passo indietro

Il cinema americano è certamente famoso per i suoi blockbuster, i suoi effetti speciali e l'azione smodata, esiste però anche un'industria underground e indipendente che lavora "di fino", andando all'essenza delle cose. Un modo di girare che spesso Steven Soderbergh ha fatto suo, dopo la Palma d'Oro vinta a 26 anni con Sesso, Bugie e Videotape; un linguaggio che torna prepotentemente anche in High Flying Bird, giocato quasi interamente sui dialoghi.
Si parla molto, nel film, si ricorre a pochissima musica, bisogna dunque essere pronti e preparati prima di affrontare la visione. Si parla inoltre di un mondo alquanto lontano da noi europei, a meno che non si sia grandi appassionati di NBA; si ha a che fare con procuratori, agenti, avvocati, meccaniche finanziarie non sempre semplici da capire, bisogna infatti entrare nel mood prima di comprendere a fondo l'opera. Bisogna superare lo scoglio della prima mezz'ora e comprendere a pieno ciò di cui si parla, e dove Soderbergh vuole colpire con la sua messa in scena asciutta, senza fronzoli.
Per capirci un po' meglio, siamo a grandi linee nel territorio di J.C. Chandor e di Margin Call, film finanziario estremamente dialogato che possiede però una potente tensione di fondo. Soderbergh sostituisce quest'ultima con sentimenti umani, di protesta, di reazione, avvicinando il suo obiettivo alle matricole dell'NBA di colore, spesso tramutate in carne da macello dai funzionari in collo di camicia che determinano la vita o la morte del basket, pur senza mai affacciarsi su di un campo da gioco.
È in questo, e in un finale poetico e reazionario che per ovvi motivi non vi anticipiamo, che High Flying Bird esce dai confini americani per diventare un'amara storia dei nostri tempi. Nonostante questo, Soderbergh se ne sta sempre un passo indietro rispetto ai suoi protagonisti, evitando così facili morali di sorta e lasciando al pubblico pagante (l'abbonamento di Netflix, s'intende) l'onere e l'onore di ricostruire il quadro generale della situazione e di trarre le dovute considerazioni.

Dietro il carrozzone

Allo stesso modo, sul piano contenutistico, faremo noi, limitandoci a consigliare la visione a chiunque voglia scoprire qualcosa di più su ciò che sta dietro al basket americano e sulle sue dinamiche umane e finanziarie, assicurandovi che una volta compreso il meccanismo e il tema cardine, sarà difficile staccarsi dalle parole e dai volti dei protagonisti. Fra questi ritroviamo André Holland, già nel cast del premio Oscar Moonlight, il giovane Melvin Gregg, la dolce ma combattiva Zazie Beetz, che abbiamo già apprezzato in Deadpool 2, e due veterani come Zachary Quinto e Kyle MacLachlan - fra gli altri. La recitazione dell'intero cast si può definire misurata, attenta, fedele al reale, poiché la scena di Soderbergh lascia davvero poco spazio all'immaginazione o alla fantasia.
Le immagini sono rese ancor più "quotidiane" dall'uso sapiente degli iPhone di Apple, tecnica che il regista ha già usato di recente con Unsane. Grazie a una color correction fatta a dovere, le immagini restituite dagli smartphone sono alquanto pulite e ben calibrate, chi non ha un occhio allenato o non è esperto di fotografia difficilmente si accorgerà della differenza con altre produzioni.
I piccoli dispositivi consentono al regista di mantenere una mobilità estrema per tutta la durata, assistiamo dunque di continuo a movimenti all'indietro, in avanti, panoramiche, camminate e chi più ne ha più ne metta, chiaramente però gli iPhone (iPhone 8, per la precisione) non possono certo competere con macchine più avanzate in termini di gamma dinamica, dettaglio e sfocatura. Gli smartphone infatti si tradiscono quando hanno a che fare con scene che devono conciliare ombre marcate e forti luci nello stesso momento, con le seconde che ovviamente si perdono nel bianco.

O ancora: l'intero progetto è praticamente girato in "iperfocale", con tutti i piani a fuoco e la sfocatura assente per motivi pratici, mentre nelle scene in movimento con luce dinamica ci si accorge perfettamente di come l'iPhone non riesca ad adattare con naturalezza l'otturatore elettronico, restituendo diversi "scatti" nel girato.
Tutti dettagli tecnici che in realtà hanno poco a che fare con l'idea che sta dietro ad High Flying Bird, che per l'appunto mira a restituire un'atmosfera "quotidiana", di assoluta normalità, lontana dallo sfarzo dei campi da gioco e vicina ai ristoranti, alle strade, alle palestre di quartiere, in quei luoghi dove si prepara - a suon di ricatti, menzogne, strategie - lo spettacolo finale della NBA, apprezzato in tutto il mondo.

High Flying Bird Steven Soderbergh si affida a continui dialoghi, a sentimenti e volti umani contrapposti a fredde figure in collo di camicia per raccontare l'oscuro mondo dietro le quinte dell'NBA americana, in pieno periodo di Lockout (sciopero a oltranza che nega l'inizio regolare di un campionato di basket). Ricatti, inganni, strategie, silenzi prendono vita grazie a una messa in scena di taglio "quotidiano", senza eccessi, anche grazie alle immagini piatte degli iPhone utilizzati per le riprese. Un'opera delicata e indipendente che pone i riflettori sulle matricole di colore che si avvicinano al delirante mondo professionistico, tentando - da un approccio estremamente locale - di diventare universale.

6.5

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