Hereditary, la recensione: il caos e la follia secondo Ari Aster

Il debutto di Ari Aster su grande schermo è imponente, geniale e sregolato al punto giusto. Un horror d'autore da vedere nel buio della sala.

recensione Hereditary, la recensione: il caos e la follia secondo Ari Aster
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Chi ha letto Anna Karenina del maestro russo Tolstoj, difficilmente ha dimenticato il suo iconico incipit, che recita: "Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo". In una semplice frase si nasconde una verità assoluta dell'umanità, che vede l'infelicità come un essere deforme e cangiante, unico di famiglia in famiglia.
Lo ha imparato sulla propria pelle Ari Aster, regista esordiente dietro la macchina da presa, partito dalla sua storia personale per scrivere e dirigere Hereditary. Il giovane autore ha passato tre anni recenti della sua vita come schiavo di una maledizione, con sfortune e difficoltà che si sono abbattute senza sosta sul suo nucleo familiare, fra violenze e tragedie domestiche.
Come se un vento gelido e oscuro avesse iniziato, di colpo, a soffiare su di lui e i suoi parenti, mettendoli a dura prova. Questa assurda e delicata storyline è anche lo scheletro di uno degli horror più attesi di questo 2018, acclamato oltreoceano con pieno merito.

Siamo tutti uguali e tutti differenti

Se fumetti e cinecomic ci raccontano di personaggi fantastici, irraggiungibili, dotati di forza bruta e super poteri, giocando con i nostri desideri, la potenza del genere horror deriva dal concetto opposto: dal mettere sulla scena persone comuni, esattamente come lo spettatore seduto in sala.
Annie, Steve, Peter e Charlie Graham rappresentano una famiglia media americana, benestante ma senza eccessi, che vive in una grande casa sperduta fra la vegetazione e possiede un'innata indole creativa - che caratterizza soprattuto le donne.
La piccola Charlie infatti ama disegnare su quaderni scuri, mamma Annie invece ha trasformato la sua passione per le bambole in una professione vera e propria, creando Dolls House di rara bellezza che vengono esposte in tutto il Paese. Estremamente più introversi e fedeli alla realtà papà Steve e l'adolescente Peter, alle prese con i fisiologici problemi legati alla sua dinamica età.
Come la stessa, visionaria regia di Aster ci lascia subito intendere, i quattro protagonisti della storia si muovono come marionette all'interno di una gigantesca casa delle bambole, come smossi da qualcosa più grande di loro - sta a voi decidere se chiamarlo destino, fede o caos.
Un burattinaio che perde la bussola nel momento in cui l'anziana Ellen, madre di Annie, viene a mancare, un evento che risveglia una sorta di maledizione sopita che aleggia su tutta la famiglia Graham.

Cinema con la C maiuscola

Senza scendere in dettagli spoilerosi, la trama di base di Hereditary può non colpire immediatamente, può non sembrare di grande impatto, soprattuto per quegli appassionati dell'orrore che da La Notte dei Morti Viventi (1968) ne hanno viste di ogni su piccoli e grandi schermi.
Non a caso viviamo un'epoca in cui il "come" è diventato molto più importante del "cosa", ovvero le modalità del racconto hanno guadagnato più valore degli eventi narrati. Il primo lungometraggio di Ari Aster porta questo concetto all'estremo, costruendo attorno a una trama non eccessivamente originale un impianto scenico ed estetico da premio. Il regista e sceneggiatore americano ha ben pensato di strappare stile e linguaggi al cinema d'autore più classico per metterli al servizio del terrore, elevando il cinema di genere a qualcosa di superiore (ne sarebbero felici i Manetti Bros., che sognano la caduta dell'etichetta B-movie per prodotti di un certo tipo).
Hereditary non ha nulla di Serie B, al contrario riesce a spiazzare in continuazione grazie a immagini potenti e interpretazioni di primo livello. Nessuna inquadratura è generata dal caso, ogni quadro è pensato nei minimi particolari, persino l'uso della camera a mano cara al genere (utile solitamente ad aumentare l'immersione dello spettatore, con la sua sporcizia e frenesia) decade clamorosamente, in favore di una macchina da presa che fluttua nell'aria con estrema grazia, come spinta da un vento leggero.
Gli eventi vengono così raccontati da grandi panoramiche, zoomate lente e silenziose, con i dialoghi ridotti spesso all'osso, inquadrature ambigue che giocano con i piani, i colori e i significati - per la felicità dei feticisti dell'estetica.

Oltre la superficie

Hereditary però non è soltanto apparenza: la solida regia, che fa sembrare Aster più maturo della sua età (classe 1986), funziona da supporto a una sceneggiatura che cresce di minuto in minuto. Pur coinvolgendo pian piano tutta la famiglia Graham, la "maledizione" del film colpisce soprattuto Annie, personaggio cui ci avviciniamo maggiormente.
Da spettatori, viviamo gli eventi in base alla sua instabilità mentale, che si abbandona al caos con il procedere della storia. L'escalation di follia ha ovviamente origine dalla perdita della madre, persona chiave nella sua vita ma anche figura ambigua, che non solo ha portato dei segreti nella tomba, ha anche lasciato degli oggetti "fisici" avvolti dal mistero, all'interno di alcuni polverosi scatoloni.

L'insicurezza di Annie spinge parenti e conoscenti in una valle di sofferenza, un incubo tinteggiato di sovrannaturale, di malattie vere o presunte, di fede e di malvagità. Elementi che prendono vita sullo schermo grazie a una Toni Collette eccezionale, alle prese con un personaggio impazzito (letteralmente) con cui è difficile confrontarsi con lucidità.
Questo fattore rende il pubblico parte attiva del film, che può schierarsi a rotazione con i diversi protagonisti sulla scena: dal momento in cui supportare Annie è un obbligo morale a quello in cui, invece, parteggiare per il marito Steve (un Gabriel Byrne realista fino all'ultimo) diventa una necessità vitale.

Perfezione/Imperfezione

La narrazione a spirale lascia dunque lo spettatore senza fiato, avvolgendolo in una morsa da cui si vorrebbe scappare alla prima occasione buona. La perfezione, però, non esiste, ed Hereditary inciampa probabilmente nel momento più delicato e difficile: il finale.
Se durante tutto il film si ha l'impressione di assistere alla rappresentazione pura e cruda della follia, che ci fa gridare più volte al miracolo, l'epilogo incanala tutto in una soluzione che lascia poco spazio di manovra, più "materiale" del previsto.

Non un errore obiettivo, assolutamente, solo una chiave di lettura imprevista che in parte cozza con l'impianto sviluppato in precedenza - almeno secondo il nostro gusto. Avremmo preferito una chiusura meno netta, più intima, meno fantastica, più realistica. Qualcosa legato a doppio filo con "la vita comune" di cui parlavamo sopra, che ci facesse sentire vulnerabili all'estremo - invece abbiamo sentito diversi nodi spezzarsi.
Eppure, dopo giorni e settimane dalla visione, un discreto senso di angoscia legato a Hereditary ce lo portiamo ancora dentro, finale compreso, segno che parliamo di un'opera di carattere, potente e imponente, da vedere assolutamente nel buio della sala.

Hereditary Il cinema horror di Ari Aster ha certamente sfumature d'autore, nel linguaggio formale come nella soffocante sceneggiatura a spirale, che avvolge personaggi e spettatori. Un incubo che aumenta la pressione con il passare dei minuti, un labirinto mentale che fa vacillare la nostra stessa capacità di giudizio - facendoci parteggiare per i vari personaggi a rotazione. Un'opera che forse avrebbe meritato una soluzione finale più complessa, ma che comunque lascia un profondo senso di incertezza e inquietudine, da vedere assolutamente nel buio della sala - senza vie di fuga.

8

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