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Hellboy, su Netflix il cinecomic cult di Guillermo del Toro

Il demone Hellboy si trova a opporsi alle mire del crudele Rasputin, intenzionato ad aprire un portale per scatenare l'inferno sulla Terra.

recensione Hellboy, su Netflix il cinecomic cult di Guillermo del Toro
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Nel 1944, durante le fasi cruciali della seconda guerra mondiale, in una piccola isola scozzese i servizi segreti tedeschi stanno conducendo un esperimento per condurre sulla Terra le forze dell'aldilà. I nazisti collaborano con il mistico di origini russe Rasputin, anche amante della bella ufficiale Ilsa, il quale è misteriosamente sopravvissuto all'assassinio di trent'anni prima in patria ed è dotato di incredibili poteri.
Proprio nelle fasi clou del rituale, i teutonici sono interrotti dall'intervento di un commando alleato guidato dal professore Trevor "Broom" Bruttenholm: durante il violento conflitto a fuoco, Rasputin viene trascinato nel portale interdimensionale da poco apertosi e i soldati di Hitler sono definitivamente sconfitti.
Broom è convinto che da quel collegamento tra mondi qualcosa sia entrato nel nostro e infatti nelle rovine circostanti trova, poco dopo, un buffo esserino dalle sembianze diavolesche e dalla pelle di color rosso. Il cucciolo è inoffensivo e i membri del plotone decidono di adottarlo simbolicamente affibbiandogli il nome di Hellboy.

Ai giorni nostri John T. Myers, giovane agente dell'FBI, viene trasferito nel reparto speciale (la cui esistenza è nascosta all'opinione pubblica) gestito proprio da Broom, ormai anziano e gravemente malato. Il nuovo arrivato scopre che nella struttura sono celate creature di origine paranormale e al suo arrivo si imbatte prima nell'uomo anfibio Abe Sapiens e poco dopo nello stesso Hellboy, al quale dovrà fungere come assistente.
Il "ragazzo-diavolo" infatti viene utilizzato dal governo nelle missioni più pericolose, che vedono coinvolte entità sovrannaturali. Nel corso dell'ultimo incarico, il team capeggiato da Broom scopre che Rasputin è tornato e si rivela ancora una volta una pericolosa minaccia per il mondo intero.
Hellboy, Abe Sapiens e John dovranno così cercare indizi per scoprire dove si nasconda, trovando aiuto anche da parte della bella Liz Sherman, una piromante nonché ex-membro della squadra da tempo ricoverata in un ospedale psichiatrico per tenere a bada il suo distruttivo potenziale.

Il grande uomo diavolo

In un periodo d'oro per il filone dei cinecomic, dove il termine fa simultaneamente rima con successo, il flop al botteghino del reboot di Hellboy diretto da Neil Marshall fa un po' impressione al pubblico di appassionati. Le ragioni dietro al fallimento di un film onesto, che mette in campo tutto il sano mestiere di genere del regista di The Descent - Discesa nelle tenebre (2005), sono anche da ricercare nel fatto che i tanti fan dell'iconico personaggio creato da Mike Mignola attendevano da anni un terzo, conclusivo, capitolo firmato da Guillermo del Toro, autore dei primi due, amatissimi, adattamenti sul grande schermo.
Il primo di questi risale al 2004 ma i quindici anni trascorsi dalla sua uscita non si sentono minimamente, l'ispirata messa in scena operata dal cineasta messicano non è invecchiata di un giorno, risultando ancora fresca e appagante in un contesto cinematografico in cui i supereroi sono, piaccia o meno, una solida costante del cinema moderno.

Basata parzialmente sulla miniserie Hellboy: Seed of Destruction, la pellicola spicca per il suo animo gotico che si unisce a trovate pop, un meltin'pot ancor oggi insuperato che si spreca in citazioni più o meno evidenti ad altri classici di celluloide, come il prologo che sembra una sorta di rivisitazione fantastica del finale di Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta (1981).

Luce e oscurità

Dopo essere stato dietro la macchina da presa del riuscitissimo secondo episodio di Blade, del Toro è ormai avvezzo alle regole e sa come gestire al meglio i diversi substrati narrativi, cogliendo anche in quest'occasione un sottotesto horror che emerge in una manciata di sequenze cupe sia dal punto di vista degli eventi che delle emozioni trasmesse, con una vibrante suspense che trova adeguato contraltare nelle copiose dosi di (auto)ironia che caratterizzano il massiccio protagonista, interpretato sotto quintali di make-up da un Ron Perlman perfettamente a suo agio nel ruolo, col sigaro sempre acceso in bocca, amante dei gattini e dedito a improvvisi scatti di rabbia e scenate di gelosia (come nel pedinamento notturno a zonzo tra i tetti degli edifici).

Il regista, anche autore dell'ispirata sceneggiatura, riesce a trovare un mirabile mix tra i toni e le atmosfere e sa sempre come gestire l'impatto scenografico, con un'oculata e logistica scelta delle inquadrature nelle numerose sequenze d'azione che vedono coinvolti i membri del team.
E se il design di Abe Sapien, il comprimario indubbiamente più riuscito (per quanto "dimenticato" nella resa dei conti finale), è una sorta di prototipo per quanto realizzato anni più tardi nel pluripremiato La forma dell'acqua (2017), il disturbante look di alcuni avversari, su tutti il "non-morto" Kroenen, è una sorta di orrorifico antipasto delle creature de Il labirinto del fauno (2006).

Fino alla fine del mondo

Come in altre produzioni epigone (basti pensare, su tutte, al recente Logan, dove questa scelta diventa elemento nostalgico e incisivo) si gioca con la fonte di partenza, tanto che il fumetto esiste anche all'interno del contesto filmico, lo stesso Hellboy è una sorta di entità misteriosa che compare nei vari siti e trasmissioni dedicati ai misteri insondabili che ancora oggi invadono la rete con le loro spesso strampalate teorie. L'orchestrazione delle dinamiche tra i vari personaggi si muove in maniera organica e questo permette allo slancio emozionale un ulteriore sprint, in quanto si finisce per affezionarvisi, rendendo il surplus tensivo un ennesimo punto di forza delle due ore di visione.
I convincenti effetti speciali, con mostri di dimensioni via via sempre più gargantuesche, preparano il campo all'efficace e intenso epilogo, con tanto di visione apocalittica sul futuro nel caso gli eventi prendano una piega sbagliata, mentre l'avvincente colonna sonora si dimostra ideale accompagnamento all'epos della vicenda, sempre più caricato di sfumature col procedere dei minuti.

La ricchezza di soluzioni visive, con situazioni sempre in grado di viaggiare su un'atmosfera giocosa e dark al contempo e una notevole attenzione anche per i dettagli di contorno (come il "cadavere" resuscitato e portato in spalla, sullo schermo per breve tempo ma assai centrato), rendono Hellboy (disponibile ora nel catalogo di Netflix) un intrattenimento a tema di prima grandezza, migliorato se possibile nell'ancor più apprezzato sequel Hellboy II: The Golden Army (2008).

Hellboy "In assenza di luce, l'oscurità prevale": in questa battuta fondamentale pronunciata all'interno del film si rispecchia anche l'approccio utilizzato da Guillermo del Toro nell'adattare, in veste di sceneggiatore e regista, il fumetto di culto di Mike Mignola. Il suo Hellboy, prima incursione su grande schermo del personaggio diavolesco, accompagna infatti all'atmosfera gotica che caratterizza le fasi salienti della vicenda una ragionata vis comica e autoironica, capace di far convivere leggerezza e toni più dark nel corso delle due ore di visione. Un cinecomic che sa intrattenere, oltre che per il suo mix di toni e influenze, anche per la raffinata messa in scena, sempre ripresa attraverso inquadrature lucide e oculate che rendono le sequenze d'azione chiare e facilmente leggibili, e per la raffinata caratterizzazione delle numerose figure coinvolte, protagonista in primis. Un intrattenimento maturo che non cede al proprio lato oscuro (altra similitudine condivisa con lo stesso "ragazzo-diavolo") ma si offre con la giusta ed equilibrata spacconeria di genere, alternando modi e tempi con mirabile equilibrio e affida agli ottimi effetti speciali e all'altrettanto convincente make-up, sorretto dalle notevoli performance dell'eterogeneo cast, il compito di catalizzare l'attenzione del pubblico fino al sopraggiungere dei titoli di coda.

8

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