Recensione Hates - House at the End of the Street

Incontri ad alta tensione per il premio Oscar Jennifer Lawrence

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Inevitabilmente, il titolo è di quelli che, almeno nella testa del cinefilo maggiormente propenso ai più esagerati spargimenti di frattaglie e liquido rosso su celluloide, non può fare a meno di rievocare certi violentissimi lungometraggi a basso costo appartenenti al crudo decennio degli anni Settanta, da L'ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven al meno conosciuto (almeno dalle nostre parti, dove non ha mai ottenuto una distribuzione neppure in home video) The last house on dead end street (1977) di Roger Watkins.
Ma, derivato da un breve racconto del Jonathan Mostow autore di Terminator 3 - Le macchine ribelli (2003) e Il mondo dei replicanti (2009), rientra, in realtà, in tutt'altra tipologia di spettacolo da schermo il secondo lungometraggio diretto da Mark Tonderai, regista di quel Panico (2008) che, proprio come il Breakdawn - La trappola (1997) diretto dal cineasta del Connecticut, vedeva un ragazzo alla ricerca della propria compagna misteriosamente scomparsa durante un viaggio in automobile.
Infatti, il produttore Aaron Ryder osserva: "Hates - House at the end of the street è complicato proprio come è complicata la maggior parte dei bei film, è un thriller hitchcockiano, indirizzato a un pubblico più giovane, con un grande cast di giovani attori. La sceneggiatura è fantastica, nel senso che fa veramente paura".

Jennifer... da paura!

Quindi, la Jennifer Lawrence vincitrice del premio Oscar come attrice protagonista per Il lato positivo (2012) veste i panni della teenager Elissa, la quale, trasferitasi insieme alla madre divorziata Sarah alias Elisabeth"Via da Las Vegas"Shue in un quartiere esclusivo al fine di cominciare una vita migliore, viene a conoscenza del fatto che girano voci sul bosco vicino, dove pare che viva un omicida.
Inoltre, mentre la donna trova un buon lavoro e incontra un bell'uomo, sua figlia inizia la scuola ed è attratta dal vicino di casa Ryan, ovvero il Max Thierot di Disconnect (2012), spirito affine, incompreso e appassionato che, però, la comunità tiene alla larga da quando, anni prima, la pazza sorella Carrie Anne assassinò i loro genitori in un inspiegabile attacco di follia.

La casa alla fine della strada

E, senza perdere tempo, l'insieme parte proprio dalla sequenza del massacro, per poi spostare l'ambientazione a quattro anni dopo e favorire la progressiva entrata in scena dei diversi personaggi; perché è principalmente su loro che viene privilegiata la costruzione della storia, come continua anche a spiegare il succitato Ryder: "Una delle cose che mi piacciono di questo film e di questi personaggi è che nessuno è stereotipato. Non c'è un rapporto madre-figlia stereotipato. E anzi, Elissa è un po' più responsabile di Sarah. Ryan è cupo e misterioso, ma anche molto vulnerabile e bellissimo. E' facile capire come una ragazza possa esserne attratta".
A lungo andare, però, il tentativo di generare nello spettatore il desiderio di sapere cosa si nasconda veramente dietro la tragica vicenda soltanto attraverso i dialoghi non tende altro che a rendere incredibilmente fiacco e noioso il tutto; tanto che la tensione latita non poco e non risulta affatto difficile intuire che, anziché trovarci dinanzi a un horror vero e proprio, abbiamo davanti ai nostri occhi un dramma a sfondo familiare caratterizzato da un retrogusto thriller.
Con il movimento e la suspense relegati all'ultima mezz'ora dei circa cento minuti di visione, ma senza riuscire a riservare alcuna particolare sorpresa neppure quando si approda allo scioglimento della matassa; intuibile fin dall'incipit di un'operazione piuttosto banale e che, con ogni probabilità, farebbe un figurone se trasmessa all'interno di uno di quei cicli televisivi estivi propensi a sfruttare facili brividi da calda serata chiusi in casa (con finestre aperte, però).

Hates - House at the End of the Street La pellicola in patria è stata lanciata nel 2012, ma, con ogni probabilità, Eagle Pictures ha deciso di promuoverla nelle sale cinematografiche italiane soltanto dopo che la talentuosa protagonista Jennifer Lawrence si è aggiudicata il premio Oscar come attrice non protagonista per Il lato positivo, realizzato successivamente. Con un titolo che richiama inevitabilmente alla memoria il filone delle dimore maledette, la pellicola di Mark Tonderai - già autore del thriller on the road Panico - prende il via da un racconto scritto dal Jonathan Mostow regista di Breakdown - La trappola per inscenare cento minuti di visione che, in realtà, rientrano più nel dramma a tinte thriller che nell'horror puro. Ma la tensione risulta grande assente e perfino nel corso dell’ultima parte, ovvero quella maggiormente volta a regalare spaventi allo spettatore, la noia finisce per regnare sovrana, man mano che ci si avvicina ad un epilogo decisamente prevedibile.

5

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