Harry Potter e il Principe Mezzosangue, la recensione: la battaglia continua

Il duello contro Lord Voldemort continua in Harry Potter e il Principe Mezzosangue, la recensione.

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Uno dei più grandi difetti della saga cinematografica di Harry Potter è la sua mancanza d' omogeneità stilistica nella direzione. Sono stati ben quattro, infatti, i registi che si sono avvicendati in cabina di regia: Chris Columbus (HP e La Pietra Filosofale, HP e La Camera dei Segreti), Alfonso Cuaron (HP e Il Prigioniero di Azkaban), Mike Newell (HP e Il Calice di Fuoco) e, infine, David Yates (HP e L'Ordine della Fenice, HP e Il Principe Mezzo Sangue). In parte questa scelta appare del tutto logica: per quanto, indubbiamente, la regia di un tale franchise possa portare a degli indubbi benefici di carattere professionale ed economico, è difficile che un regista possa legarsi per un arco di tempo di circa dieci anni a una produzione di tale portata senza sentirsi eccessivamente vincolato. Un conto è creare un pantheon di propria mano come ha fatto George Lucas e dedicargli una vita intera, un altro è dover seguire quella che, alla fine della fiera, è farina del sacco di J.K. Rowling.
Ed è per questo che, a parte un'eccezione e mezzo (chiariremo poi il senso di questo "mezzo"), i film di Harry Potter, pur garantendo sempre un intrattenimento di Serie A, non sono mai riusciti a trasportare sullo schermo la vera magia della saga della bravissima (e ricchissima) scrittrice, ovvero sia quel bagaglio di emozioni, paure che accompagnano i personaggi nei sette anni passati fra mille peripezie ad Hogwarts. Che vi piaccia o meno, l'epopea libresca di Harry Potter rappresenta una delle più importanti epopee di formazione degli ultimi anni. La bravura della scrittrice inglese risiede non tanto nella creazione di un contesto magico integrato a quello "babbano" perfettamente credibile, concreto, palpabile, quanto nell'aver saputo raccontare i traumi del passaggio dall'infanzia all'adolescenza senza ipocrisie di sorta, tessendo un intreccio di relazioni plausibile e tipico delle situazioni scolastiche (amori, rivalità, amicizia e tradimenti). Le vere sfide cui vengono posti d'innanzi i personaggi sono più che altro di ordine morale: non è un caso che ne "Il Calice di Fuoco" Albus Silente metta in guardia Harry Potter dicendo "momenti bui e difficili ci aspettano. presto dovremo operare una scelta fra ciò che è giusto e ciò che è facile. Ma ricorda. Tu hai degli amici qui. Non sei solo". Dover scegliere il giusto piuttosto che il facile è una posizione che si rivelerà spesso dolorosa per i personaggi del libro. Ed è proprio questo lacerarsi interiore che manca da sempre ai film tratti dai libri del maghetto. Ad eccezione del terzo film, diretto da uno dei migliori registi attualmente in circolazione, quell'Alfonso Cuaron responsabile della bellissima trasposizione cinematografica del romanzo di Phyllis Dorothy James "I Figli degli Uomini", allo sfarzo innegabile delle pellicole, non ha mai fatto da contraltare un decisivo scavo nelle psicologie dei personaggi.
David Yates, regista televisivo britannico, al suo esordio cinematografico, si è trovato il non facile compito di dover gestire un colosso del genere e, a onor del vero, considerata la complessità e la lunghezza de L'Ordine della Fenice, non se l'è cavata malissimo. Malgrado alcune incertezze dovute all'inesperienza, è riuscito anche a compiere un piccolo miracolo nel segmento finale del film (ecco il "mezzo" di cui parlavamo prima da aggiungere al film di Cuaron): lo scontro con Lord Voldemort nel Ministero della Magia, diviene anche più possente e pregno che nel libro, con Harry Potter preso nelle spire della diabolica possessione mentale di Voldemort che fa quasi sembrare una passeggiata di salute il duello finale de "Il Ritorno dello Jedi". Una sequenza che da sola varrebe la promozione di tutto il film.
Yates ha ora il non facile compito di traghettare il pubblico verso la fine di questa importantissima epopea.
Non ci resta altro che da scoprire se sarà in grado di produrre magie della durata superiore ai cinque minuti.

La guerra.

Lord Voldemort è tornato. La minaccia è enorme tanto per il mondo magico, quanto per il quello babbano dato che l'Oscuro Signore, spalleggiato dai Mangiamorte, è intenzionato a seminare morte e distruzione ovunque. Anche la vita all'interno delle accoglienti mura di Hogwarts non è più quella di un tempo e le insidie si fanno sempre più palpabili. Albus Silente (Michael Gambon) è intenzionato a preparare al meglio Harry Potter (Daniel Radcliffe) per la battaglia finale, ma, per fare ciò, i due devono ripercorrere alcune memorie del giovane Tom Riddle/Lord Voldemort (Hero-Fiennes Tiffin) e convincere il Professore Horace Lumacorno (Jim Broadbent) a tornare presso la scuola di magia come professore di pozioni, dato che il Professor Piton (Alan Rickman) ha finalmente potuto coronare il suo sogno di divenire titolare della cattedra di Difesa contro le Arti Oscure. Lumacorno, latore di un segreto di vitale importanza, è molto sensibile agli argomenti pecuniari e a tutto quanto in grado di elevare il proprio prestigio, e si lascia condizionare più che altro per la possibilità di avere fra le fila dei suoi allievi il celeberrimo sopravvissuto Harry Potter. Potter, grazie all'uso di un vecchio libro di pozioni pieno di appunti appartenuto ad un misterioso "Principe Mezzosangue", si rivelerà inoltre un provetto preparatori d'intrugli magici, apparendo in una luce ancor più fulgida agli occhi di Lumacorno.
Nel mentre, i piani del malvagio mago Voldemort, sembrano coinvolgere in qualche modo anche Draco Malfoy (Tom Felton). Sua madre Narcissa Malfoy (Helen Mc Crory), preoccupata per la cosa, stringe un Voto Infrangibile, stipulato in presenza di sua sorella Bellatrix Lestrange (Helena Bonham-Carter), proprio con l'ambiguo Piton affinché questi s'impegni a vegliare sul suo ragazzo. Nel frattempo, fra partite di Quidditch e lezioni, i giovani scolari del sesto anno, devono anche cominciare a fare i conti con i turbamenti amorosi dell'adolescenza.

Felix Felicis.

Parlando di David Yates, la prima cosa che viene da chiedersi è come sia finito al timone di comando di una delle più importanti saghe cinematografiche di tutti i tempi riuscendo a confezionare un film d'esordio, L'Ordine della Fenice, sicuramente più riuscito del suo predecessore, Il Calice di Fuoco, diretto dal ben più navigato Mike Newell, uno che, tanto per citare un paio di nomi, aveva già lavorato con gente del calibro di Al Pacino, Johnny Depp e Hugh Grant. Senza contare il fatto che ogni libro della Rowling è pieno di sottotrame e che con le sue 800 pagine L'Ordine della Fenice costituiva un impiccio ben maggiore da risolvere rispetto al classico sassolino nella scarpa. Pur con le sue imperfezioni (al neofita veniva inevitabilmente il dubbio sul perché intitolare il film in quel modo, quando dell'Ordine si parlava si e no per 2 minuti lungo tutto l'arco della pellicola), era un buon compromesso, con tanto di colpo d'ala finale come abbiamo già avuto modo d'esporre.
Il Principe Mezzosangue, seppur più breve, possiede delle difficoltà intrinseche anche più ostiche rispetto al suo predecessore: è un libro di raccordo, dato che il continuum cronologico che lega i tre ultimi libri dell'eptalogia è mettamente più marcato che nei precedenti, in cui inoltre l'azione sembra latitare e tutti gli enigmi, al posto di ricevere una soluzione, vengono amplificati in attesa del gran finale de I Doni della Morte.
David Yates e lo sceneggiatore Steve Kloves (responsabile di tutti gli script della serie, ad eccezione del quinto) hanno optato per una divisione della narrazione forse un po' troppo scolastica, ma utile allo scopo. Ex abrupto, dopo l'apparizione del logo di Warner Bros e del titolo, un gruppetto di Mangiamorte semina morte e distruzione tanto nel mondo babbano con un attentato al Millennium Bridge, quanto in quello magico demolendo buona parte di Diagon Alley. Gli esiti visivi dell'attacco al ponte non hanno la giusta dose d'imponenza scenografica e la prima cosa che passa per la testa è un malinconico "Beh, se questa è la premessa, mi domando cosa verrà poi". Tuttavia, a questo necessario, anche se poco potente cappello introduttivo, segue una lunga parte espositiva, descrittiva capace di fare quello che in tutti i film di Harry Potter (ad eccezione del terzo) manca del tutto: la focalizzazione sui personaggi. I tre protagonisti vengono descritti in tutta la loro fragilità di adolescenti nella quale il dolore causato da una delusione d'amore diviene quasi più lacerante di tutto il parapiglia che sta attanagliando il mondo magico ormai in guerra. Dopo l'overflow d'accadimenti del quinto episodio (filmico, ma soprattutto cartaceo) il Principe Mezzosangue gioca sull'attesa di un climax che verrà in parte disilluso e disatteso, quindi il soffermarsi sui patimenti sentimentali dei personaggi, diviene l'humus nel quale piantare il seme dei travagli che li attendono ne I Doni della Morte. Impossibile non guardare in prospettiva il Principe Mezzosangue.
Il parallelo fra la giovinezza di Tom Ridde e Harry Potter, chiave di lettura principale del sesto tomo ed elemento di precipua importanza, nonostante la necessaria sintesi, è ben reso. Yates e Kloves hanno optato per soli due viaggi nelle memorie di Ridde, interpretato dal giovanissimo nipote di Ralph Fiennes con la giusta dose d'antipatia e spietatezza, ma la scelta è ricaduta proprio su quelli atti a trasmettere con maggior forza la specularità delle esistenze di Potter e Voldemort, due personaggi dall'infanzia segnata da varie, simili tragedie, ma che diventeranno quello che sono in virtù non tanto di una effettiva forza o manovra del destino, quanto piuttosto a seguito del loro agire personale determinato dalla loro razionalità. Sono le scelte a fare di noi quello che siamo, non una chissà quale mano invisibile. Il rapporto che lega il giovane mago e il suo mentore Silente, è affrontato col giusto piglio per la prima volta, fino ad arrivare alla struggente scena della Caverna degli Inferi dove Radcliff e Gambon ci regalano una sequenza durante la quale non sarà possibile non commuoversi.
La seconda parte del film difatti, fa da contrappeso alla descrittività della prima, con un aumento della spettacolarità e una brillante orchestrazione del senso di spettacolo che mai ci saremmo aspettati da un "novizio" come Yates. Non vi leveremo il gusto di scoprire da soli quello cui facciamo riferimento, ma la maestosità con cui il regista dirige certi frangenti topici del film sono davvero da applausi a scena aperta (e chi vi parla aveva più di un dubbio in tal senso) e rende davvero giustizia all'opera della Rowling.
Un film esente da difetti? Tutt'altro. A conti fatti non stiamo parlando di Peter Jackson e quindi alcune dolenti note si fanno comunque sentire. Dal punto di vista prettamente tecnico, Yates conferma quanto di buono aveva fatto vedere nel finale dell'Ordine grazie ad una eccellente direzione, magniloquente nei momenti in cui deve esserlo, tuttavia parte della sua inesperienza si fa ancora sentire con delle ellissi di montaggio piuttosto dozzinali (e che, probabilmente, passeranno del tutto inosservate all'occhio del pubblico, chiaramente meno attento a certe questioni) e poco coerenti. Il senso di minaccia costante che serpeggiava nelle pagine del libro, viene del tutto oscurato dai patimenti amorosi dei personaggi, un po' troppo stucchevoli in alcuni passaggi (quelli con Lavanda Brown su tutti), mentre forse avrebbe necessitato una trattazione leggermente più marcata e meno episodica. "L'imponente esercito" di Mangiamorte al servizio di Voldemort, sembra composto dai soli Bellatrix Lestrange e dal lupo mannaro Fenrir Greyback, piuttosto che da una pletora di spietati maghi e aberranti creature magiche, con la conseguenza che chi non abbia mai letto il libro potrebbe domandarsi dove risiedano tutte le difficoltà della situazione se gli unici due sgherri di Voldemort da debellare sono un licantropo e una strega.
Apparirà del tutto immotivata ed oscura a chi non ha mai aperto un libro della Rowling, la tranche di film che vede Silente e Potter recarsi nella Caverna degli Inferi, dato che non viene conferita alcuna spiegazione sul come e sul perché quel luogo ricoprisse un ruolo così importante per Lord Voldemort (i più attenti noteranno giusto un piccolo, debole rimando fotografico). Ma questa è soltanto la più macroscopica delle illogicità, dato che le altre verranno carpite più che altro dagli affezionati alla saga cartacea, capaci d'afferrare anche quei cambiamenti che, con tutta probabilità, andranno ad inficiare, non si sa se in positivo o in negativo, lo svolgimento dei due capitoli in cui sarà suddivisa la versione cinematografica de "I Doni della Morte".

Sectumsempra.

Il giovane terzetto di attori composto da Daniel Radcliff, Rupert Grint ed Emma Watson conferma quanto di positivo è stato scritto fin ora su di loro nel corso degli anni. L'affiatamento fra i tre è palpabile, con un Ronald Waesley buffo e sordo alle attenzioni che gli vengono dedicate da una sempre più graziosa Hermione Granger. Daniel Radcliffe dal canto suo, ci offre forse il miglior Potter che si sia mai visto durante la sua carriera: le sue doti d'attore stanno crescendo a dispetto della statura e in una circostanza ben precisa, rivelerà anche delle inaspettate attitudini da comedian. Evanna Lynch si riconferma come la miglior Luna Lovegood possibile ed immaginabile, mentre Tom Felton impersona un tormentato Draco Malfoy piuttosto di maniera. Ma il ragazzo è giovane e ci sono comunque degli ampi margini di miglioramento.
Nelle fila dei professori storici di Hogwarts, solo il Preside Silente (Michael Gambon) e Severus Piton (Alan Rickman) ricevono le giuste attenzioni dallo script: ora, tessere le lodi di due attori premiati più volte ai BAFTA, agli Emmy Award e ai Golden Globe risulterebbe un'attività piuttosto superflua e non c'è bisogno di descrivere la loro capacità di donare la giusta impronta drammatica ad una scena solamente muovendo le sopracciglia. Fa piacere notare come la sceneggiatura abbia dato un corretto corso al loro rapporto con il sopravvissuto Harry Potter. Fra le conferme, troviamo anche Helena-Bonham Carter: nonostante le fugaci apparizioni definirla "perfettamente aderente" al personaggio di Bellatrix Lestrange sarebbe riduttivo, tanto che la malvagia e spiritata strega si meriterebbe un improbabile spin-off dedicato alle sue nefandezze. Sarebbe di certo molto più interessante di un qualsisiasi X-Men: Le Origini, questo è fuori discussione.
Con la new entry Jim Broadbent-Horace Lumacorno, potremmo ripetere quanto sentenziato riguardo Gambon e Rickman; va detto che il personaggio del vanitoso professore viene reso ancor più umano e, se vogliamo, patetico da Broadbent, una maschera afflitta e allo stesso tempo terrorizzata dall'aver inconsapevolmente contribuito ad aiutare Tom Ridde a divenire il più temibile mago Oscuro di sempre.
Tecnicamente, il film presenta degli effetti speciali notevolmente migliorati rispetto a quelli finora visti nella saga. Molto duttile alle necessità narrative la fotografia di Bruno Delbonnel (Il Favoloso mondo di Amelie), al suo esordio potteriano, capace di passare da toni più accesi, saturi e melliflui ad altri più scuri e freddi, donando un dinamismo alle immagini assente nelle altre pellicole dell'epopea.
Piuttosto anonimo lo score musicale di Nicholas Hopper che ripete la mediocre performance de L'Ordine della Fenice, facendo rimpiangere ancora una volta il maestro John Williams.

Harry Potter e il Principe Mezzo Sangue David Yates negli ultimi minuti de L’Ordine della Fenice aveva confezionato del grande cinema a dispetto della sua sostanziale inesperienza in materia di lungometraggi cinematografici e blockbuster. Tuttavia, 300 secondi di film non erano abbastanza per sperare che un parvenue riuscisse a nobilitare una saga come quella di Harry Potter che, a dispetto degli incassi stratosferici, non ha mai goduto di un buon lavoro d’adattamento, ad esclusione del capitolo diretto da Alfonso Cuaron. Con Il Principe Mezzosangue invece, Yates riesce a stupire e mantenere le promesse fatte dagli imponenti trailer che si sono susseguiti nel corso di questi mesi, confezionando un film magari troppo marcatamente suddiviso in due tronconi ben distinti l’uno dall’altro, ma comunque capace di soffermarsi tanto sui personaggi, quanto sulle necessità spettacolari richieste da un’opera del genere. Nonostante l’osticità del materiale cartaceo di riferimento, tutti i temi principali vengono trattati in maniera adeguata, in un mosaico nel quale i tasselli che compongono le relazioni fra personaggi, il dualismo speculare Potter-Voldemort, i turbamenti adolescenziali trovano tutti il loro posto. Un film non esente da difetti, sia detto: fra esitazioni di regia, elisione di alcuni elementi che renderanno obbligatori dei “rimpasti” nell’adattamento dell’ultimo libro ed eventi non del tutto giustificati agli occhi di chi non ha mai letto neanche una pagina scritta dalla Rowling, le lacune ci sono, eccome. Su tutte poi, si staglia la mancata inclusione di un evento particolarmente toccante che chiude il Principe Mezzosangue, del tutto depennato dal film. Ma questo non toglie nulla al fatto che Yates sia riuscito a guadagnarsi la seconda posizione nella classifica dei Potter-film, giusto alle spalle di Cuaron. Questa volta le premesse per un gran finale si fanno sentire in maniera molto più intensa di prima.

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