Happy family, la recensione: la famiglia felice secondo Gabriele Salvatores

Recensione della diciassettesima fatica registica di Gabriele Salvatores, Happy Family con Fabio De Luigi.

recensione Happy family, la recensione: la famiglia felice secondo Gabriele Salvatores
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"Tutti i personaggi di questo film hanno paura di qualcosa... in genere paura di vivere, paura degli altri, paura di soffrire, ma anche di provare piacere. E, come se non bastasse, sono solo i personaggi di un film, quello che stiamo vedendo, scritto da uno sceneggiatore che preferisce scrivere una storia d'amore invece che innamorarsi".
Con un curriculum artistico che spazia dalla commedia (Marrakech express, Turnè) al dramma familiare (Io non ho paura, Come Dio comanda), passando per la fantascienza (Nirvana) e il noir (Quo vadis, baby?), il regista di origini napoletane Gabriele Salvatores - vincitore del premio Oscar per Mediterraneo - parla così della sua diciassettesima fatica dietro la macchina da presa, tratta da uno spettacolo teatrale e la cui sceneggiatura, firmata insieme all'esordiente Alessandro Genovesi, è stata finalista all'edizione 2008 del premio Franco Solinas.
Diciassettesima fatica che, prodotta come di consueto da Maurizio Totti della Colorado Film, sembra prendere le mosse dalla frase di Groucho Marx "Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere... nella vita non c'è una trama".

Dal press-book del film

Happy family è una confessione camuffata, un diario mascherato, una commedia che parla della paura di essere felici, di cambiare la nostra vita per qualcos’altro che non conosciamo. E’ un esorcismo scritto nella Milano d’estate. Quando non si muove una foglia e dal silenzio può uscir fuori quello che di solito sta muto. Tutti i desideri e tutte le paure. Di essere troppo, di non essere nessuno. Sorrisi, scontri e incontri esaltanti. Brutture e imperfezioni guardate con ironia. Difetti che diventano poesia. E così si scaccia per un po’ il terrore quotidiano di vivere a metà, di essere scontati.

Autore in cerca di personaggi...

Infatti, ricordando molto il personaggio dello scrittore perennemente single Luigi Coppia interpretato nel 2007 in Natale in crociera di Neri Parenti, Fabio De Luigi apre la pellicola presentandosi: "Mi chiamo Ezio Colanzi, ho trentotto anni e non ho mai fatto niente in vita mia".
Un giovane che, impegnato a scrivere un film durante una calda estate milanese, finisce per un banale incidente stradale con il ritrovarsi catapultato nel microcosmo della storia che sta elaborando.
Un microcosmo in cui troviamo Fabrizio Bentivoglio (Ricordati di me) nei panni dell'avvocato penalista Vincenzo Agosti, marito di Anna Notarbartolo, con le fattezze di Margherita Buy (Manuale d'amore), padre di Caterina Agosti, interpretata da Valeria Bilello (Il papà di Giovanna), e patrigno del sedicenne Filippo Verri alias l'esordiente Gianmaria Biancuzzi, il quale ha deciso di sposarsi con la coetanea Marta Combi incarnata da Alice Croci, anch'ella alla sua prima esperienza d'attrice. Ma in cui troviamo anche i genitori di quest'ultima, incarnati da Carla Signoris (La bruttina stagionata) e da un Diego Abatantuono (Gli amici del bar Margherita) perennemente propenso a fumare marijuana, e la nonna del suo fidanzatino, cui concede anima e corpo una irriconoscibile Corinna Augustoni (Puerto Escondido), frequentatrice abituale dei set di Salvatores.

...o personaggi in cerca d’autore?

"La famiglia siamo noi, tutti noi che stiamo facendo insieme questo viaggio in questi anni, su questo pianeta", prosegue il regista, "La felicità è qualcosa a cui avremmo diritto e che, a volte, noi stessi ci neghiamo. Questo film cerca di guardare la vita con un sorriso, e gli altri - i nostri compagni di viaggio - con un po' di disponibilità e tenerezza. Perché sarebbe bello che questa FAMILY diventasse un po' più HAPPY".
Ed è sulle note di Simon & Gartfurkel - presenti con ben quattro brani all'interno della bella colonna sonora - che apre la pellicola, accompagnata ovviamente dalla voce narrante di Ezio Colanzi che, in questo caso, avvicina l'insieme più all'universo del fumetto che a quello della fiaba.
Ma, dal momento in cui entrano in scena i vari componenti delle due famiglie, l'impressione generale è di accostarsi addirittura al mondo dei cartoon (qualcuno ha visto nel personaggio del padre di Marta una rilettura in carne e ossa di Homer Simpson), complici anche le curate scenografie di Rita Rabassini (Amnèsia) e la bellissima fotografia ad opera del mai disprezzabile Italo Petriccione (Generazione mille euro), il cui connubio garantisce all'insieme una colorata atmosfera che tanto sembra rimandare agli anni Sessanta.
Colorata atmosfera al cui interno si gioca in continuazione sul rapporto tra i personaggi e il loro autore, il quale finisce a sua volta per diventare uno di essi (esemplare la battuta "Ehi ragazzi, è tornato Pirandello"), in mezzo a genitori saggi ma più sballati dei figli, madri nevrotiche e coraggiose, nonne svampite e cani cocciuti e innamorati; mentre, tra un'apparizione di Sandra Milo e un'altra dell'immancabile Ugo Conti, all'interno dell'ottimo cast spicca non poco l'interpretazione di Bentivoglio, capace di lasciarci tranquillamente intuire che le diverse risate regalateci durante la circa ora e mezza di visione sono merito anche suo, non solo dei - come al solito - divertenti Abatantuono e De Luigi, quest'ultimo sempre più erede degli esponenti dell'odierna comicità a stelle e strisce (forse più di Steve Carell che di Ben Stiller, però).
Il tutto, con un tocco autoriale ulteriormente conferito dalla bella sequenza in bianco e nero che, commentata dal Notturno no. 20 di Fryderyk Chopin, sembra rimandare in maniera surreale ai vecchi noir americani, per una commedia che racconta la vita come se fosse un film, o, se preferite, un film che racconta la vita come se fosse una commedia.
Una commedia che, impreziosita dal veloce, eccellente montaggio ad opera di Massimo Fiocchi (La tigre e la neve), presenta un taglio generale decisamente internazionale, come un po' tutti i lavori del regista di Sud, qui alla sua prova migliore dai tempi del bellissimo e già citato Io non ho paura, del 2003.
Tanto che non sfigurerebbe affatto posta accanto a prodotti analoghi sfornati dai colleghi d'oltreoceano, concedendosi non solo una frecciatina alla differenza tra il gusto cinematografico del pubblico e quello della critica, ma anche un risvolto sentimentale proto-favoletta; fino a toccare il cuore dello spettatore, finalmente soddisfatto di vedere scorrere sullo schermo, nello stantìo panorama di celluloide tricolore d'inizio XXI secolo, un film capace di coinvolgere, divertire e, soprattutto, emozionare filtrando intelligentemente il genere attraverso i meccanismi più altolocati della letteratura.

Happy family A partire dal titolo, che ricorda molto lo storico hit dei Ramones We’re a happy family, qualcosa ci lascia pensare che Alessandro Genovesi e Gabriele Salvatores siano stati influenzati più o meno involontariamente dallo stile musicale tipico del gruppo di Joey Ramone. Proprio come i pezzi della punk-band newyorkese, infatti, il loro film è di breve durata (siamo sui novanta minuti circa) e, pur guardando a un classico stratagemma narrativo pirandelliano, racconta in maniera quasi fumettistica di personaggi ed argomentazioni appartenenti alla cultura popolare, immergendo il tutto in una colorata atmosfera che fa molto anni Sessanta. Con la risultante di un coinvolgente e originale prodotto che rientra a pieno titolo tra le più felici prove del regista di origini napoletane.

7

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