Guns Akimbo, recensione del film con Daniel Radcliffe: pistole nelle mani

Sopra le righe, irriverente, goliardico, citazionista: Guns Akimbo è l'action comedy politicamente scorretta di cui avevamo bisogno.

recensione Guns Akimbo, recensione del film con Daniel Radcliffe: pistole nelle mani
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Prendete il naso di Stephen Chow. Usatelo per sniffare le ceneri di Matthew Vaughn e catapultatele dentro il cervello stroboscopico di Mark Millar. Poi proiettate il tutto attraverso una pistola di John Wick contro un muro tarantiniano. Spruzzate di Edgar Wright a piacere. Ecco, ora avrete una vaga idea di quello che vi aspetta con Guns Akimbo, il film in cui Daniel Radcliffe ha due pistole imbullonate alle mani. Sì, esatto, imbullonate alle mani. E probabilmente questo elemento è una delle cose meno folli della pellicola.
Perché il regista e sceneggiatorie, Jason Lei Howden, sa esattamente cosa sta facendo. Non perde mai, neanche per un secondo, il turbinoso timone del trash. Infonde nel lungometraggio tutta la cultura pop contemporanea possibile, mescolando i generi, sperimentando, osando e divertendosi. Ma, soprattutto, facendo l'unica cosa giusta e cruciale per rendere Guns Akimbo un vero e proprio gioiello lisergico: non prendendosi mai sul serio.
Volando sopra le righe del cinema con precisa consapevolezza, per atterrare nei cuori degli spettatori, creare il casino più sanguinolento possibile e dislocare certezze. E sì, anche una buona dose di mandibole, perché il film è un continuo trip di gag, infilate una dietro l'altra come pallottole perforanti di un mitra a forma di unicorno. Venite con noi a scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio.

Lisergiche visioni e un risvolto di epistassi

Forse per apprezzare Guns Akimbo bisognerebbe tuffarsi nel suo tunnel psichedelico senza sapere nulla. Ma qualche coordinata può aiutare. Mike (Daniel Radcliffe) è un programmatore di videogiochi, apatico alla vita e a sé stesso, tranne quando si diletta nell'arte del trolling o del flame su internet. Protetto dal suo PC, nulla può toccarlo. Però se vai a stuzzicare un'associazione clandestina che ha creato un "gioco" (Skizm) dove chi partecipa, letteralmente, si ammazza in match 1vs1 in giro per la città mentre il mondo guarda in streaming, beh, potresti aver scelto il bersaglio sbagliato. Suona il campanello e la vita di Mike viene completamente divelta. A partire dalle sue mani.

Guns Akimbo, da questo momento in poi, si lancia in una corsa a perdifiato, un crescendo sinfonico di ragionatissima follia, una pista stroboscopica senza freni, abbattendo i muri, uno dopo l'altro. E perdendo fiotti di sangue da ogni orifizio possibile, spremendo il budget (nonostante tutto, risicato) fino all'ultima nitroglicerinica goccia, che accende una miccia pronta a mandare in cortocircuito il filo che lega occhi e cervello dello spettatore.

Niente mezze misure: o stai vicino o stai distante

"Se la fischi scende dal palco e ti spezza le gambe", avrebbero continuato gli Articolo 31. Guns Akimbo è proprio così: una bestia mutante. Il film te lo dice subito, in maniera cristallina: entra nel mio mondo e avrai novanta minuti di pura adrenalina cinematografica; respingimi e mi odierai. Non esiste neanche per un secondo il dubbio che possa esserci un giusto mezzo. Fortunatamente la pellicola non lo concepisce. Però Howden clicca un singolo pulsante nella sua ghiera: la coerenza. Tutto il comparto filmico punta allo stesso obbiettivo: esagerare consapevolmente senza mai perdere il sorriso, anche in mezzo al sangue che esplode. La regia di Howden è non a caso ipercinetica, svolazza su teste, tavoli, macchine e arti che si staccano. Ubriaca senza portare alla nausea, inframezza close-up a movimenti ampi, ariosi, per catturare tutta la violenza possibile.
Citazionista della contemporaneità (il gun-kata di Equilibrium, per fare un esempio), pienamente dentro il cinema odierno, con numi tutelari fumettistici e videoludici che le mettono una mano sulla spalla dicendo "vai, osa, non ti fermare mai".

Ecco che arriva il montaggio piroettante, diretta conseguenza della scelta registica, così come la fotografia acida, stroboscopica, dove luci fredde rimbalzano su pozzanghere imbevute di C4. Il tutto sorretto da una colonna sonora chirurgica nella sua follia (con l'uso di You Spin Me Round - Like a Record dei Dope che svetta, fulgida e brillante). Guns Akimbo rumina continuamente tutto l'action contemporaneo, risputandolo fuori in una nuova forma, adorabilmente trash.

La strada è un foglio bianco e queste gambe sono forbici

Le mani possono essere forbici oppure pistole. L'idea di un nerd sfigato a cui vengano fissate due bocche da fuoco alle mani è già di per sé geniale. Ma il film è appena cominciato. Così come le perle di sceneggiatura. Howden soddisfa ogni voglia dello spettatore, forzando Mike dentro situazioni di vita ordinaria: provate voi a vestirvi o andare in bagno con due glock imbullonate alle mani.
Anzi, provate a non ridere vedendo una persona che lo fa. Eccola la chiave di tutto il film: non si prende mai sul serio. Colma la brocca di comicità irriverente, sboccata, politicamente scorrettissima, dove ogni elemento è un gioco tirato all'estremo. Sì, ogni tanto qualcuno muore, ma stiamo sempre guardando una persona che tenta di mangiare un wurstel con le pistole nelle mani.

La pellicola scorre liscia, uno tsunami che non vuole essere un faro di critica sociale (perché c'è anche quella, ma di contorno), una piena dove tutto sta succedendo davvero: non ci sono buonismi, non c'è salvezza, non c'è Scott Pilgrim (nonostante il film ne sia profondamente debitore, e lo citi). Ci sono svolte di trama semplici ed efficaci, che nella loro (quasi) totale prevedibilità non precludono una visione con un sorriso a cinquantamila denti. Se qualcuno è d'argento, cariato o manca, beh, tanto meglio, perché sono tutte perle pulp che compongono una raggiera unica e stupendamente imitabile: quella dei cliché.

Guns Akimbo li prende tutti, crivellandoli con i suoi proiettili stroboscopici e psichedelici. Li destruttura, li sovverte, scavandoci sopra proprio un sorriso. Che gronda sangue citazionista ogni secondo, in un tornado di gioia che travolge tutto e tutti. Perché il film vuole divertire, e divertirsi facendolo. E ci riesce alla perfezione.

Terminiamo con un inchino al comparto dei personaggi, che disintegrano lo schermo nella loro follia dilagante. Dalla sosia strafatta di Hit-Girl, interpretata da una totalizzante Samara Weaving (la nipote di Hugo), fino al boss di Skizm e i suoi sobri tatuaggi. Ma il grande cucciolo è Daniel Radcliffe. Il bravo ragazzo a cui imbullonano le pistole nelle mani. Si potrebbe stare ore a guardarlo mentre fallisce ogni compito socialmente basico, perché il suo volto chiaro e pulito stride perfettamente con i due strumenti di morte fissati ai palmi.
Giunti poi alla fine del tutto, si può fare soltanto una cosa: prendere un respiro profondo e applaudire. Al Torino Film Festival, dopotutto, è andata proprio così. Occhio soltanto a non far partire un colpo ritinteggiando i sedili con i vicini di posto.

Guns Akimbo Guns Akimbo stravolgerà i vostri occhi, come un trip psichedelico pronto a mandarvi in tilt il cervello. Daniel Radcliffe ha due pistole fissate con dei bulloni alle mani, e già così la pellicola si inserisce in un comparto trash ragionato, capace di non prendersi mai sul serio, lanciato come una cometa stroboscopica contro il pianeta del buonsenso. Azione ipercinetica, sangue, violenza e gag, mescolati alla perfezione per un film che non lascia scampo: o lo si ama o lo si odia. Ma una volta entrati nel suo piccolo folle mondo si finisce col sorridere, senza scampo.

8

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