Gundala, la recensione del cinecomic indonesiano

Al Far East Film Festival il live-action di un popolare fumetto indonesiano, un'avvincente origin story ricca di azione marziale.

recensione Gundala, la recensione del cinecomic indonesiano
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Sancaka è solo un bambino quando assiste alle proteste degli operai nei confronti di padroni corrotti, che non esitano a usare la forza per continuare a sfruttare la manodopera in condizioni disumane. Durante una di queste, il padre rimane ucciso e qualche tempo dopo anche la madre lo abbandona: Sancaka è ora solo al mondo e deve imparare a vivere nelle strade prima che sia troppo tardi. Allenato da un ragazzino poco più grande di lui, il piccolo diventa esperto nelle arti marziali e riesce ad arrivare indenne a quell'età adulta - in un'ambientazione sospesa ma simil contemporanea - che lo vedrà protagonista per la maggior parte della visione.
Una volta cresciuto viene a patti con il proprio, atavico, terrore per i fulmini e acquisisce tramite esso straordinari poteri. Decide così di mettere le sue incredibili abilità a difesa dei più deboli, all'interno di una società corrotta nella quale il crudele gangster Pengkor soggioga la popolazione.

Un nuovo inizio

Attiva sin dalla metà degli anni '50, la casa editrice Bumilangit può essere considerata - con le dovute proporzioni - come l'equivalente della Marvel per ciò che concerne il mercato autoctono indonesiano. E non è un caso che dopo la realizzazione di Gundala, seguendo l'esempio del MCU, si sia già cominciato a parlare di un potenziale BCU nel quale esplorare i vari personaggi creati nel corso del tempo.
Se il buongiorno si vede dal mattino, si prospetta un futuro roseo per questa nuova ipotetica serie di cinecomic, qui appunto rappresentati dal primo esponente, incentrato su una delle figure più rappresentative dell'etichetta.

Questo nuovo live-action di Gundala - già al centro di una trasposizione su grande schermo nel 1981 - sfrutta la new-wave action del cinema indonesiano inaugurata all'inizio del decennio dal primo capitolo di The Raid (2011) e lima in questo modo i limiti di effetti speciali discreti ma come prevedibile non all'altezza delle omologhe produzioni hollywoodiane.

Un eroe classico

Nelle due ore di visione domina infatti la fisicità delle arti marziali, con lunghe sequenze di combattimento nelle quali il tosto protagonista si trova ad affrontare avversari sempre più particolari, marchiati da diversi stili, armi o look, al fine di garantire una piacevole varietà coreografica. Più canoniche, invece, ma a ogni modo avvincenti, le diverse scene di massa dove l'eroe sfida decine di cosiddette "mezze tacche".
Il merito dell'operazione è stato quello di rendere un contesto credibile sia nella gestione dell'origin-story - che può riportare alla mente caratteristiche affini a Batman - che nel dar vita a un'ambientazione pulsante, con numerose scene di massa, notiziari ed eventi sempre più catastrofici come epidemie e crisi economiche che stanno mandando il Paese allo sbando.
Gundala diventa così una figura da prendere a esempio per gli oppressi in un mondo dominato da violenza e corruzione, nella miglior tradizione del genere, e si ammanta di riflessioni critiche sul contemporaneo.
Il tutto in un equilibrato mix tra epica, dramma e ironia che, pur al netto di alcune ingenuità, svolge il proprio compito con efficacia, permettendosi anche citazioni d'eccellenza - Highlander e la saga di John Wick su tutti.
Il regista Joko Anwar, che solo due anni prima aveva fatto fuoco e fiamme - conquistando pubblico e critica - con il remake horror Satan's Slaves (2017), dimostra si saper gestire tempi, modi e atmosfere, anche dal lato narrativo e nelle doppie vesti di sceneggiatore fa collimare perfettamente flashback del passato ed epiloghi aperti (con un sequel pressoché scontato).

Gundala Quando la società è dominata dalla corruzione e dalla crudeltà, un eroe è destinato a sorgere dai bassifondi per mettere fine ai soprusi e riportare la giustizia. Un plot tipico di molte origin-story supereroistiche che si adatta anche a questo cinecomic indonesiano, primo esponente di un potenziale nuovo universo fumettistico/cinematografico indigeno. Gundala, sorta di Batman proletario, rivive su grande schermo - dopo una prima apparizione negli anni '80 - grazie alle mani del regista e sceneggiatore Joko Anwar, abile nel giostrare una messa in scena in cui le arti marziali giocano un ruolo determinante nelle dinamiche action, anche per non dare troppo peso a effetti speciali appena discreti. Il risultato è un sano intrattenimento di genere ricco di potenzialità e intelligentemente contestualizzato a un'epoca senza tempo ma aperta a sguazzi critici contro l'odierna politica nazionale del Paese asiatico. Un film popolare nel senso più sano del termine, che tra epica e ironia ci riconsegna all'essenza più pura del significato di (super)eroe.

7

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