Grosso guaio a Chinatown, la recensione del cult di John Carpenter

Il camionista Jack Burton si ritrova ad affrontare poteri al di là della sua immaginazione in Grosso guaio a Chinatown, cult anni '80 di John Carpenter.

recensione Grosso guaio a Chinatown, la recensione del cult di John Carpenter
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"Qui è Jack Burton, del pork-chop express, che parla a chiunque sia in ascolto.": dopo il breve prologo, voluto dai produttori, è il mitico discorso di Jack Burton ad aprire le danze di uno dei titoli cult degli anni '80, un film troppo avanti per i tempi e ovviamente incompreso all'uscita da critica e pubblico, con un vero e proprio fallimento al box-office. E il 1986 e il cinema avventuroso di matrice fantastica non sarà mai più lo stesso grazie a John Carpenter e al suo Grosso guaio a Chinatown, intelligente commistione tra cinema occidentale e orientale, vero e proprio parco-giochi spettacolare in equilibrio tra i due mondi. E non è un caso che sia proprio il microcosmo sociale cinese di San Francisco a far da sfondo alla vicenda, microcosmo in cui il camionista Jack si trova in compagnia dell'amico Wang Chi, prossimo a sposarsi con una sua connazionale in arrivo dalla madre patria. Peccato che all'aeroporto la ragazza venga rapita catapultando i due uomini in un'ardua missione di salvataggio dove, con l'aiuto della bella avvocatessa Gracie Law, di una giornalista, del mago Egg Shen e di altri membri della comunità, dovranno affrontare il perfido Lo Pan, entità millenaria dotata di incredibili poteri magici.

"Sei pronto? - Sono nato pronto!"

Un vero e proprio caleidoscopio di invenzioni e gag che omaggia con divertita intelligenza i topoi del cinema di Hong Kong in una narrazione senza freni il cui ridondante caos acquista progressivamente forza con lo scorrere dei minuti, con i protagonisti costretti ad affrontare situazioni e nemici sempre più imprevedibili e legati ad una concezione fantastica memore del folklore cinese. Carpenter realizza un puro concentrato di ironica adrenalina in cui esaltanti coreografie marziali, non prive di un rispettoso sguardo satirico, si inanellano frequentemente nel tassellare i passaggi chiave del racconto, con la seconda metà in cui l'azione e la comicità si ibridano magnificamente dando vita ad una creatura filmica avvincente e originale che non lascia un attimo di fiato. Grosso guaio a Chinatown viaggia ad una velocità esasperata fin dall'introduzione dei numerosi personaggi, con il gruppo dei buoni che infoltisce le proprie fila trovando adeguato contraltare nell'altrettanto copioso ed eterogeneo numero di scagnozzi del villain. Il tutto all'interno di una costruzione ambientale e scenografica da scatole cinesi dove i buoni si perdono a più riprese tra i vari piani della fortezza urbana del misterioso villain Lo Pan, dando vita a soventi scontri a mani nude, all'arma bianca o con pallottole, che cercano sempre un'originalità capace di unire il classico percorso dell'action-hero hollywoodiano al più corporale e raffinato kung-fu, con molte sequenze in cui viene omaggiato il wuxiapian in evoluzioni aeree oltre i limiti umani. Un'irresistibile baraonda di puro e magnetico intrattenimento, popolata da figure principali e secondarie ricche di spunti dietro le loro abbozzate caratterizzazioni e creature mostruose che sembrano provenire dal mondo dei cartoon. Da notare a tal riguardo anche la scelta, non subito palese, di rendere Jack Burton (Kurt Russell) una sorta di imbranata spalla dalla battuta sempre pronta del più eroico personaggio di Wang Chi (interpretato da Dennis Dun), impegnato a più riprese nei lunghi ed acrobatici scontri decisivi. E la chiave fantasy, con la magia a giocare un ruolo predominante ai fini della vicenda, è messa in scena con convincenti effetti speciali ed una lucida follia magnetizzante che strania e conquista in egual misura.

Grosso guaio a Chinatown "E' così che tutto inizia sempre, dal molto piccolo": le parole pronunciate in chiusura del prologo dal personaggio di Egg Shen racchiudono bene il significato filmico di un'opera immortale degli eighties, un film che nella sua solo apparente ingenuità citazionista ha conquistato diverse generazioni di pubblico (ma non quello allora contemporaneo, visti i scarsi risultati al botteghino). Grosso guaio a Chinatown è un'esaltante avventura di derivazione fantastica che guarda con ispirazione al cinema di Hong Kong, declinandolo in un'irresistibile verve comica dove gli elementi magici e sovrannaturali trovano adeguata compensazione nelle veloci ma incisive caratterizzazioni dei personaggi, con un un'appagante componente d'azione che, tra mosse di kung-fu e rimandi al wuxiapian ed istinti satirici sugli action-hero hollywoodiani (con un Kurt Russell perfettamente in parte, così come l'intero resto del cast), garantisce novanta minuti di esaltante e divertente intrattenimento per tutte le età.

9

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