Gretel e Hansel, la recensione dell'horror con Sophia Lillis

Oz Perkins confeziona una rivisitazione di genere della fiaba dei fratelli Grimm psicologicamente inquietante e visivamente ricca di fascino.

recensione Gretel e Hansel, la recensione dell'horror con Sophia Lillis
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Quella di Hansel & Gretel è una delle fiabe più conosciute dei fratelli Grimm, ma la versione di Oz Perkins è qualcosa di completamente nuovo. Lontana dalla traiettoria action del film con Jeremy Renner e Gemma Arterton, diversa dai toni profondamente fiabeschi usati da Terry Gilliam nel suo L'incantevole strega, sovversiva e più eccentrica rispetto alla favola stessa. La trasposizione firmata dal regista di Sono la bella creatura che vive in questa casa è infatti sovversiva già a partire dal titolo, che lascia il posto da protagonista alla vera eroina della storia, Gretel.

L'ambientazione eterea ideata dai Grimm e riconducibile alla campagna o Foresta Nera tedesca lascia il posto a un'Inghilterra in piena carestia, dove Gretel e Hansel vivono di stenti insieme alla madre. Rinunciando a vendere il suo corpo per mantenere la famiglia, la ragazza viene cacciata dalla povera madre insieme al fratello, finendo per diventare girovaghi tra i boschi della zona. Andando sempre più in profondità nella fitta radura della foresta, Gretel comincia a percepire qualcosa di strano, a sviluppare una sorta di seconda vista che le fa vedere cose che potrebbero non esistere. L'arrivo presso un'inquietante casetta nera nel cuore del bosco e la calorosa accoglienza di un'anziana quanto angosciante signora, alla fine, cambieranno le vite dei due fratelli in una curiosa e inaspettata maniera.

L'estetica dell'orrore

La prima cosa che concettualmente salta subito all'occhio di Gretel e Hansel è il posizionamento della morale. La struttura delle fiabe, proprio per loro stessa natura e ideazione, è concepita come un racconto con un finale di tipo pedagogico, volto cioè all'insegnamento di un precetto edificante per vivere in modo quanto più puro e saggio possibile. È prima di tutto la morale a dare l'impalcatura alla storia, ma è soprattutto la storia a sviluppare infine la morale. Si parte dall'insegnamento in forma basilare, gli si crea il guscio del racconto intorno e alla fine lo si chiarifica all'interno della trama o direttamente in modo esplicito. La cosa essenziale è non tradire mai il senso stesso della fiaba e seguire un filo logico narrativo che conduca poi alla lezione di vita conclusiva.
Oz Perkins sceglie invece di essere anche in questo caso sovversivo e raccontarci la Fiaba della Bambina dal Cappello Rosa all'inizio, inserendola direttamente come prologo-monito d'apertura e rivelando la morale prima ancora dell'inizio della storia vera e propria.
Ci dice di "fare attenzione ai regali e a chi ce li offre e di fare anche attenzione a chi è troppo felice di riceverli". Estremamente interessante è però l'uso mutevole che l'autore fa di questo precetto, che cambia radicalmente con il procedere del film e diventa per lo spettatore uno strumento di valutazione diegetico del racconto, dato che mette in guardia non solo dalla villain dichiarata ma anche da tutto il resto, compresi i protagonisti.

Il film di Perkins guadagna così punti narrativi grazie a questa intrigante trovata della fiaba nella fiaba, mai accessoria ma segnante e centrale, che dà quel tocco di novità necessario a un susseguirsi di eventi che, per quanto ribaltati, rinnovati, riformualati, appaiono infine sempre gli stessi. Più che modificare al cuore Hansel e Gretel, "l'inversa trasposizione" prodotta dalla Orion Pictures tenta infatti di accentuare e valorizzare quelle vibrazioni orrorifiche che da sempre appartengono alla creazione dei Grimm, declinandole su di un piano più intimo e psicologico per i due protagonisti e decisamente tetro, tra l'onirico e l'agghiacciante, per quanto riguarda le ambientazioni.

L'autore riesce comunque a dare un tocco di personalità più spinta anche ai dialoghi, che in più di un'occasione riescono a nascondere molta più concretezza e originalità di quello che appare (la favola iniziale, il discorso sul veleno, il confronto con il sir o il cacciatore). Il film è comunque bilanciato per caratterizzare narrativamente bene anche i silenzi, dove sono gli sguardi curiosi o preoccupati della splendida e bravissima Sophia Lillis (IT, Sharp Object) o il vuoto, la sfida e le tenebre nei sorrisi e negli ammiccamenti della strega interpretata da un'irriconoscibile e fantastica Alice Krige a donare bellezza, senso e funzionalità alla scena.

Mancando a monte di originalità - visto il tema e i personaggi trattati -, il lavoro di Oz Perkins in questa occasione si può accostare più a quello di Ari Aster anziché al più sofisticato, laborioso e filologico esempio di Robert Eggers. L'autore di Gretel e Hansel punta soprattutto a un'estetica elaborata, pulita e affascinante, che dalla magnificenza dell'immagine e dell'inquadratura arriva anche alla scelta di un contrasto elettrico sensoriale tra vista e udito, dando persino in questo caso un tocco di vanità manieristica in più, anche se in un senso del tutto indipendente.

Straordinaria - forse più di ogni altra cosa - è infine la cura cinematografica di Galo Olivares, sia nelle inquadrature fisse che nella fotografia, dato un eccellente utilizzo delle luci, vario, ingegnoso e coerente con i toni del film, formalmente superlativo.
Gretel e Hansel è un titolo che si sofferma con intelligenza e contenuto sulle radici del male e l'ossessione per il potere, traducendo in modo maturo sul grande schermo un racconto per bambini già di per sé teso e intrigante. È un grande ed emblematico esempio della rilettura contemporanea del cinema horror indipendente, più autoriale, un po' sfarzesco, esteticamente opulento e apparentemente vacuo (anche se spesso lo è davvero). Nel caso specifico, Perkins evita di sana pianta i jump scare per puntare invece al brivido, il che significa che il nervosismo durante la visione è generato dall'intera costruzione cinematografica e non da escamotage legati a un aumento del volume delle musiche o agli angoli di ripresa. È insomma sempre la forma che troneggia sul contenuto, il che abbassa un po' l'attenzione dello spettatore sul secondo, catturato più da scorci magnifici e passaggi visivamente sensazionali piuttosto che dalla trasformazione intrinseca della morale. Il che è un peccato.

Gretel e Hansel Gretel e Hansel di Oz Perkins è un film a suo modo sovversivo già a partire dal titolo, che dà il posto che merita alla vera eroina della storia, la donna prima dell'uomo. Fa comunque un interessante lavoro concettuale anche nel modificare il posizionamento della morale e trasformarlo in itinere, lungo l'intera storia narrata, rendendo di fatto l'insegnamento virtuoso al contempo elemento diegetico del racconto e monito per lo spettatore. L'opera sa anche valorizzare quelle vibrazioni orrorifiche e quella tensione mai esplosiva che fa naturalmente parte della fiaba dei Grimm, lavorando tanto bene con i dialoghi quanto con i silenzi. Insieme alla straordinaria fotografia di Galo Olivares, l'autore confeziona infine un'estetica magniloquente e visivamente straordinaria, variopinta nella sua tetra concezione e ricca di sfumature sensoriali. Talmente energica e bella da prevaricare forse troppo sul buon contenuto, che passa drasticamente in secondo piano.

7

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