Godzilla, la recensione: Gareth Edwards riavvia il mito

Il ritorno del re dei mostri giganti nel nuovo film di Gareth Edwards, reboot di Godzilla.

recensione Godzilla, la recensione: Gareth Edwards riavvia il mito
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Da quel lontano 1954 in cui, sotto la regia di Ishiro Honda, lo abbiamo visto apparire per la prima volta sul grande schermo, troppe ne sono trascorse di avventure su celluloide in cui è passato più volte dall'essere temibile nemico dell'umanità al difenderla dall'attacco degli extraterrestri e di creature del calibro del drago spaziale tricefalo King Ghidorah, dell'astice Ebirah, dell'organismo alieno Hedorah, dello scarabeo Megalon, della rosa acquatica Biollante, provvista di linfa corrosiva, e della falena Mothra.
Fino al momento in cui, in occasione del cinquantennale della saga, in Godzilla: Final wars di Ryûhei Kitamura, del 2004, in mezzo all'incredibile riunione di mostri giganti impegnati a devastare ognuno una importante città del globo è stato possibile assistere addirittura ad uno scontro con Zilla, ovvero il suo corrispettivo digitale introdotto da Roland Emmerich nell'inaccettabile Godzilla a stelle e strisce datato 1998.
Godzilla a stelle e strisce cui, a sedici anni di distanza, va ad aggiungersi questa seconda rilettura americana del re dei kaiju eiga (film di mostri giapponesi), stavolta diretta dall'inglese Gareth Edwards che, autore nel 2010 dell'interessante invasione di alieni su pellicola Monsters, osserva: "Godzilla è il caposaldo dei film sui mostri; se si andasse a domandare in giro per il mondo del profilo di un dinosauro gigantesco che incombe su una città, tutti saprebbero di chi si tratta - non importa se abbiano visto il film di Godzilla o meno. Ma quello di cui molta gente non si rende conto sul film originale giapponese di Godzilla, è che si tratta di un film molto serio. Credo che questo sia il motivo per cui si sia così affermato nella cultura giapponese - perché non è soltanto un grande film di mostri, ma anche molto catartico per lo spettatore vedere quelle immagini portate in vita sul grande schermo in modo così viscerale e reale".

Gaos... calmo!

Una rilettura che apre nelle Filippine del 1999, dove il dottor Ishiro Serizawa e la collega Vivienne Graham, rispettivamente con le fattezze di Ken"L'ultimo samurai"Watanabe e Sally"Blue Jasmine"Hawkins, arrivano nella giungla per esaminare i resti fossilizzati altamente radioattivi di qualcosa tanto grande quanto antico svelati in seguito al collasso di una miniera locale.
Prima ancora di vedere alle prese con un incidente all'interno di un impianto nucleare dalle parti del distretto di Tokyo gli scienziati Sandra e Joe Brody, ovvero Bryan Cranston e Juliette Binoche, il cui figlio Ford, incarnato da CJ Adams, assume quindici anni dopo i connotati dell'Aaron Taylor-Johnson del franchise Kick-Ass, divenendo un ufficiale della Marina specializzato nel disarmare bombe.
Ufficiale della Marina che, in seguito alla dirompente entrata del lucertolone radioattivo più famoso della Settima arte nell'aeroporto di Honolulu, decide di unirsi ad una squadra militare in viaggio verso la terraferma, candidandosi volontariamente per quella che potrebbe rivelarsi una missione suicida e penetrare nel cuore di una San Francisco sotto assedio e salvare il figlioletto Sam e la moglie Elle, cui concedono anima e corpo Carson Bolde ed Elizabeth Olsen.
Anche se, in realtà, caratterizzato da un aggressivo look darkeggiante che arriva quasi a conferirgli una certa carica erotica, il nuovo Godzy non intende apparire qui come il vero malvagio avversario degli esseri umani, in quanto il suo compito sembra essere principalmente quello di fronteggiare un'altra pericolosissima creatura che, probabilmente ispirata alla succitata Mothra, non può fare a meno di ricordare l'enorme vampiro affrontato dalla tartaruga volante Gamera in Gamera contro il mostro Gaos.

Nel favoloso impero dei Monsters!

D'altra parte, Edwards - che ha anche progettato, girato e creato da solo tutti gli effetti visivi del film con il solo ausilio del suo computer portatile - prosegue: "Abbiamo dovuto scegliere come rivelare Godzilla al mondo in questo film; è stato difficile, ma aveva a che fare con la domanda se Godzilla fosse buono o cattivo. Io penso che rappresenti qualcosa di completamente diverso. È come chiedersi se un uragano sia buono o cattivo. Godzilla è una forza della natura, ma è più violento ed imprevedibile. Quello che combatte nel nostro film rappresenta veramente l'abuso della natura da parte nostra, così che quando Godzilla si scatena, lo fa per sistemare le cose".
Perché, come l'intento del capostipite fu quello di fornire per mezzo di un prodotto d'intrattenimento una riflessione relativa alle conseguenze dei bombardamenti nucleari, questo reboot in 3D parte dalla volontà di suggerire che l'arroganza dell'uomo è considerare la natura sotto il suo controllo e non l'esatto contrario.
E, considerando la genesi indipendente della precedente fatica del regista, Godzilla non sembra rappresentare altro che l'evoluzione di quel microcosmo che, a causa del basso budget avuto allora a disposizione, pur partendo dalla stessa prospettiva di un personaggio inserito nel mondo reale ed accompagnato da elementi di fantasia lo costrinse a lasciare all'immaginazione dello spettatore molto più di quanto non fosse stato in grado di realizzare.
Cosa che qui, ovviamente, non avviene, in quanto è proprio la progressiva rivelazione di dettagli fisici relativi ai preistorici colossi distruggi-tutto ad accompagnare le quasi due ore di visione; impreziosite da un serratissimo ritmo di narrazione reso tale dalla notevole capacità di riempire l'attesa nei confronti dell'emozionante scontro finale con non poche situazioni da disaster movie, in mezzo a metropolitane che deragliano, mastodontiche inondazioni e immancabili grattacieli che crollano.
Quindi, non si dorme davvero dinanzi all'alta spettacolarità di un elaborato di sicuro annoverabile tra i più riusciti kaiju eiga (pur non trattandosi di una produzione nipponica) di sempre e che può tranquillamente fare a meno della visione tridimensionale... in quanto è noto da quel memorabile 1954 (ma, se vogliamo, già dal 1933 del primo King Kong) che, anche senza inforcare i famigerati occhiali, il divertimento sullo schermo è garantito quando si hanno più o meno gommosi mostri giganti in scena.

Godzilla “I mostri hanno sempre rappresentato delle metafore per qualcos’altro. Rappresentano la parte oscura della nostra natura e le paure di ciò che non siamo in grado di controllare. In un certo senso, Godzilla impersona una specie di furia divina - non nel senso religioso, quanto piuttosto la punizione della natura per quanto abbiamo fatto al mondo. Nel nostro film, abbiamo insistito su quest’idea”. Regista della pellicola fantascientifica indipendente Monsters (2010), il britannico Gareth Edwards sintetizza così le intenzioni del suo reboot del mitico Godzilla (1954), che, anziché essere un rifacimento del super classico di Ishiro Honda, sembra volerne essere una continuazione in terra statunitense. Sebbene gli occhi a mandorla non risultino assenti e, pur essendo stati sostituiti i grotteschi modellini di Tokyo del passato con moderni ed elaborati effetti speciali, il respiro dell’operazione, in fin dei conti, non si discosta affatto da quello che caratterizzò i tanti kaiju eiga concepiti tra gli anni Sessanta e Novanta. Man mano che un ritmo incalzante appare quale ingrediente vincente della altamente spettacolare dell’insieme, che fa il paio con l’ottimo Pacific rim (2013) di Guillermo del Toro in fatto di riusciti omaggi miliardari a stelle e strisce agli eroi della cultura popolare del Sol Levante. Insomma, il Godzilla 1998 di Roland Emmerich rimane solo un brutto ricordo.

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