Go with Me, Anthony Hopkins e Ray Liotta in un thriller fiacco: la recensione

Go with Me, il film con Anthony Hopkins, arriva in sala: un thriller/western, con una narrazione stantìa e soluzioni stilistiche banali.

recensione Go with Me, Anthony Hopkins e Ray Liotta in un thriller fiacco: la recensione
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Go with me passò decisamente in sordina tra i film fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2015 e, dopo un anno, arriva nelle sale italiane. Anthony Hopkins, protagonista del thriller, oltre a vestire i panni dell'anziano taglialegna Lester, si è unito al cast anche in qualità di produttore; Julia Stiles, attrice statunitense apparsa nella saga di Jason Bourne, interpreta Lilian, giovane stalkerata da un misterioso sociopatico, tal Blackway, un sempre catalizzante Ray Liotta. La Stiles giunge in una minuscola cittadina americana in cui la nebbia regna sovrana; siamo in uno di quei villaggi costruiti apposta nel nulla tra i boschi per far sì che, se dovesse accadere qualcosa, la via di fuga si trasformi in una strada senza uscita. Alla coppia Stiles - Hopkins si unisce Nate (Alexander Ludwig), ragazzo silenzioso ed enigmatico: i tre partono per un'inquietante scampagnata, che a detta del regista avrebbe dovuto ricordare un western e che in realtà si tramuta in una caccia alla streghe stile Blair Witch Project mal riuscita.


L(i)otta di confine

I primi minuti di Go with Me risultano ingolfati e confusionari, dal momento che poco o nulla viene chiarito agli occhi di chi sta guardando, sicuramente nessun dettaglio che aiuti spettatori e personaggi ad entrare in un certo grado di confidenza. Poco male, perché in un battito di ciglia (e dopo qualche salto dalla sedia e un paio di scene vagamente palpitanti) il losco Blackway, spacciatore conosciuto nella zona ma a piede libero per motivi sconosciuti, è identificato come il cattivo da crocifiggere. I cittadini del villaggio tremano a sentirlo nominare, mancano solo i dissennatori all'appello. Assenza di sfumature e dubbi rendono il villain meno incisivo. Nonostante questo Ray Liotta conferisce volume al suo personaggio: lo sguardo sempre al limite della normalità e un certo fascino agghiacciante favoriscono alla fine lo scorrimento della narrazione.

Il potere del trio

La squadra capitanata da Hopkins, con Stiles e Ludwing al seguito, sembra buttata sullo schermo con superficiale casualità, non si chiariscono le relazioni tra loro e le dinamiche non presentano alcuna motivazione profonda; la sola vendetta personale, tanto per dirne una, rende poco credibile il fatto che un vecchietto solitario come Lester si unisca a una caccia all'uomo dal giorno alla notte. Neanche troppo ben assortiti, i tre sono trascinati dal Premio Oscar Hopkins che rimane un attore navigato e consapevole. Nota di demerito necessaria per la banale e insignificante colonna sonora e un finale sconclusionato, arraffazzonato. La regia di Daniel Alfredson (in una lontana memoria plaudito per gli ultimi due capitoli della Trilogia Millennium) è appena sufficiente.

Go with Me Go with me doveva essere quindi un western (e a detta del regista lo è) ma in un'ultima istanza risulta un thriller, al quale però mancano i punti cardine del thriller. Meglio ricordarlo come un film con Anthony Hopkins.

5

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