Gli anni più belli, la recensione del nuovo film di Gabriele Muccino

Il regista romano ci parla dell'Italia di oggi con una grande storia capace di raccontare un'intera generazione.

recensione Gli anni più belli, la recensione del nuovo film di Gabriele Muccino
Articolo a cura di

Avevamo lasciato Gabriele Muccino con la grande famiglia di A casa tutti bene, omaggio a Scola (La famiglia, appunto), dove tutto, o quasi, avveniva nella villa della coppia Sandrelli-Marescotti. Gli anni più belli, invece, nelle sale dal 13 febbraio, diventa anche un film sui legami familiari, ma in questo caso il regista romano torna a parlarci prima di tutto di amicizia (e, immancabilmente, d'amore). Come nel caso di L'estate addosso, i protagonisti sono quattro adolescenti, tre ragazzi e una ragazza. Questo, almeno il punto di partenza, perché la storia incomincia nel 1982 fino ad arrivare ai giorni nostri, quando Giulio (Favino), Paolo (Rossi Stuart), Riccardo (Santamaria) e Gemma (Ramazzotti), ormai cinquantenni, saranno costretti a fare un bilancio non solo della loro generazione, ma di quella dell'intero Paese. Nel mezzo, gioie e dolori del passaggio all'età adulta, i sogni e le aspirazioni, il lavoro, la carriera, i tradimenti, e poi uomini e donne che diventano marito e moglie, famiglie che nascono per poi disperdersi, i figli, i litigi e le rappacificazioni. C'è tutto l'universo mucciniano in questo (ottimo) lavoro corale, vitale e di ampio respiro, che non solo omaggia dichiaratamente e per l'ennesima volta Ettore Scola (C'eravamo tanto amati), ma che ha l'ambizione appassionata di aggiornare quel capolavoro ai tempi che stiamo vivendo, con la sorpresa di riuscirci in più di qualche passaggio.

Amicizia e amore: una prova di maturità

Sembra, quest'ultima fatica di Muccino, la sua opera più adulta. Nonostante le rincorse, la velocità d'azione dei personaggi e dei movimenti di macchina, i dialoghi sopra le righe e un generale gusto per il melò che rappresenta la cifra stilistica dell'autore romano, nonché la predilezione per il dramma anche quando alle prese con la commedia, Gli anni più belli lascia allo spettatore un'idea generale di compostezza e misura. Non tanto in ciò che si vede, dato che ci troviamo di fronte un film densissimo di fatti, momenti decisivi e acuti, situazioni e luoghi (anche grazie alla durata generosa di 129 minuti che permette di prendersi tutto il tempo e gli spazi necessari per descrivere un arco temporale di quarant'anni), quanto piuttosto a come i protagonisti reagiscono a ciò che gli accade. Se negli altri film del regista un rapporto familiare o amoroso, ma anche il senno e la propria dignità, si rompono spesso irrimediabilmente, qui si resiste al tempo e alle avversità, ribadendo con un inedito ottimismo la superiorità dell'amicizia e dell'amore rispetto alle forme sociali in cui tali sentimenti si concretizzano. Forse questo è il film in cui Gabriele Muccino ama di più i propri personaggi e si vede, perché ogni loro azione, anche quando dubbia o deprecabile, trova la propria ragion d'essere in una dimensione più complessa e umana del solito, trovando quindi una profonda comprensione che il regista sa mettere in scena con grande efficacia.

Una riflessione sull'Italia

Il salto in avanti rispetto alla cinematografia del regista è quello di voler toccare le corde collettive del Paese. Mentre Paolo e Gemma si prendono e si lasciano, Giulio si adegua al mondo del lavoro e Riccardo cerca di non cedere ai compromessi dalla vita, le televisioni nelle case dei personaggi mostrano la caduta del muro di Berlino, i processi di Mani Pulite, l'11 settembre, l'ascesa di Berlusconi e quella dei Cinque Stelle. Muccino ha l'urgenza di raccontare l'attualità italiana ma nel farlo, sceglie una strada curiosa: per mettere in guardia, forse, dalla trappola della nostalgia, inserisce negli anni Novanta i problemi di oggi ma che all'epoca non c'erano o apparivano comunque più raramente, come la difficoltà di diventare professori di ruolo o di trovare lavoro come giornalista cinematografico (Scola è sempre presente).

Manca, dunque, quella dimensione storico-sociale presente in C'eravamo tanto amati o in La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, incentrati sulle motivazioni politiche e di classe che muovevano la Storia, ma questo non è necessariamente un male: da una parte perché un approccio del genere non rientrerebbe nelle corde di Muccino, dall'altra perché l'autore romano intende, con molta libertà, concentrarsi su quale sia la reazione migliore, dal punto di vista puramente esistenziale, al cambiamento.

Non più ricchi contro poveri, borghesi contro operai, destra contro sinistra, ma giovani contro adulti, analogico contro digitale, famiglia tradizionale contro famiglia allargata, nuova e vecchia politica. Chi non si organizza ad affrontare le sfide personali come quelle collettive è perduto, sembra dirci Gli anni più belli, e in questo processo di adattamento vince chi riesce a crescere restando fedele alla propria natura, chi si ricorda da dove proviene senza farsi false illusioni e chi, ormai grande, brinda ancora alle cose in cui credeva a sedici anni.

Gli anni più belli Gabriele Muccino torna a omaggiare Ettore Scola con un film che ha l’ambizione di aggiornare, riuscendoci in più di qualche passaggio, C’eravamo tanto amati. Protagonisti tre uomini e una donna ritratti dall’adolescenza fino all’età adulta: come nel capolavoro di Scola, a intrecciarsi saranno l’amicizia, l’amore e la nascita, per ognuno, di un nuovo nucleo familiare. Ritroviamo un Muccino più sereno e ottimista, meno intenzionato a parlarci di cosa non funziona nei rapporti umani per concentrarsi, invece, sugli effetti positivi di una famiglia allargata, di sangue o di fatto, quando questa riesce a funzionare. I suoi personaggi, stavolta, sembrano meno propensi agli eccessi e all’enfasi cui siamo abituati. È il film in cui il regista romano si mostra più indulgente del solito con le azioni e le storie che racconta. Gli anni più belli, anche quando mette in scena gli anni Ottanta e Novanta, parla sempre e comunque del presente con una grande libertà che, se da una parte infrange il fedele resoconto storico-sociale, dall’altra intende soffermarsi sull’importanza di saper adattarsi al cambiamento, qualunque esso sia, combattendo la sfida di riuscire a crescere rimanendo fedeli a sé stessi.

7

Che voto dai a: Gli anni più belli

Media Voto Utenti
Voti: 2
8.5
nd