Ghiaccio Recensione: l'esordio al cinema di Fabrizio Moro

Fabrizio Moro racconta una storia dei sobborghi di Roma, tra pugilato e debiti morali e con la malavita: una storia che alla fine strazia e commuove

Ghiaccio Recensione: l'esordio al cinema di Fabrizio Moro
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Fabrizio Moro esordisce sul grande schermo dopo aver co-diretto con Alessio De Leonardis il video musicale Ligabue: Sogni di rock'n'roll. Lo fa di nuovo proprio con De Leonardis, che arriva dal documentario Sarò Franco - Una vita un po' porno e dalla miniserie tv documentario Noi due, e gli altri. Nel campo della fiction, insomma, sono due debuttanti che decidono di raccontare una storia che viene sceneggiata da loro stessi, nonché ideata, con Moro che oltre alla regia cura anche la colonna sonora, tra cui il pezzo che ha deciso di portare all'ultima edizione del Festival della Canzone Italiana e che ha vinto il premio come Miglior Testo a Sanremo 2022. Arrivano al cinema, quindi, con Ghiaccio, distribuito per appena tre giorni - dal 7 al 9 febbraio tra i film in sala febbraio 2022 - per raccontare una vicenda tipicamente da sobborghi romani, fatta di sport e di un periodo nostalgico, la fine degli anni Novanta, lontani dall'euro, lontani dall'Europa.

Di ritorno nella borgata povera

Roma, 1999, nel pieno del Quarticciolo, già a suo tempo scenario di Nessuno mi può giudicare, film del 2011 di Massimiliano Bruno con Raoul Bova, Paola Cortellesi e Rocco Papaleo. Tematiche diverse, obiettivi diametralmente opposti, perché stavolta nel quartiere di borgata c'è da raccontare una storia di sacrificio e di pugni: c'è la boxe. Il protagonista è Giorgio, interpretato da Giacomo Ferrara, giovane promessa del pugilato locale, con velleità di entrare a far parte dei grandi professionisti e competere per il campionato nazionale, se non per quello mondiale.

Vive con la madre nel degrado della periferia, orfano di padre, assassinato anni prima, freddato con dei colpi di pistola mentre usciva dall'auto appena parcheggiata. Oltre al dolore, alla famiglia ha lasciato un debito con la malavita locale, che costringe sia Giorgio che sua madre a vivere braccati e legati. Ad aiutare il giovane ci pensa Massimo (Vinicio Marchioni), pugile mancato che vede nel ragazzo il grande campione che lui non è stato in grado di diventare: nel ruolo di mentore, nonché di padre putativo, deciderà di dargli una mano negli allenamenti, nella vita e nelle relazioni, sperando di poterlo condurre a una redenzione, a un'esistenza lontano da ciò che il padre gli ha lasciato.

La storia di Giorgio si basa sui forti cliché del cinema di riscatto, su quei topoi che inseguono la voglia di mostrare e indicare la strada ai più giovani, fornire loro un monito. Giorgio è, nella prima metà del film, il ragazzo da non imitare e col quale non empatizzare: svogliato, sempre in ritardo agli allenamenti e agli appuntamenti, dalla vita disordinata e incapace a impegnarsi in qualcosa. Non appartiene al romanzo picaresco, ma solo perché di fare danni non gli interessa: gli basta essere passivo. Nella seconda metà, invece, grazie all'intervento del mentore e di una figura che sembra quasi voler emulare il rapporto tra il Maestro Miyagi e Daniel LaRusso (scoprite qui l'affascinante storia di Karate Kid), soprattutto nella scena in cui i due ritinteggiano la stanza ammuffita dei figli di Massimo, tutto cambia. Con Giorgio si può empatizzare, si deve fare il tifo per lui, si finisce per lottare al suo fianco, per aiutarlo a emergere dalla melma nella quale è sprofondato e porgergli il braccio per farlo risalire.

Tanti stereotipi, poche sorprese

L'intera storia di Ghiaccio prende spunto da una forte vicenda popolare, da quegli ambienti di borgata che non possono sottrarsi a determinati stereotipi: l'ambiente è ai margini del mondo, si concedono eventi che appartengono ancora alla legge della giungla, a rapporti clientelari e di malavita che accadono alla luce del giorno dinanzi a imprenditori che fanno affari sfruttando il disagio del quartiere.

Tutti i dialoghi e la storia in sé finiscono per essere prevedibili, si finisce per capire già quale sarà lo sfogo finale della vicenda, di quel riscatto che Moro e De Leonardis vogliono raccontarci. Come si suol dire in queste situazioni, però, conta più come racconti una vicenda, piuttosto che cosa racconti. Se quindi la retorica pedante del sacrificio che conduce a diventare un grande atleta, la voglia di sfondare i limiti imposti dall'ambiente, le difficoltà in famiglia e il riscatto ci portano a guardare con occhio disincantato i coatti protagonisti del film di Moro, sono alcune scelte sul finale del film che ci lasciano sorpresi e affascinati. Accade nell'unico match di boxe che vediamo sul ring, in un tiratissimo evento ben girato e raccontato, del quale non sembra esserci un risultato scontato, ma accade anche sulla scena finale, in grado di sorprenderti, di far sbocciare il fiore che in sceneggiatura Moro semina nella seconda metà del film, lasciandoci di sasso.

Per quanto, quindi, l'intenzione sia quella di provare a emulare Non essere cattivo, nel costruire personaggi che vivono solo di onore, nel perdere il gancio con la verità, Ghiaccio riesce a donarci attimi di sparuta empatia. Per il resto, però, è un film che sbaglia, nel suo voler rischiare. Sbaglia in alcune ricostruzioni, perché l'ambientazione sul finire degli anni Novanta, questo volersi aggrappare all'esistenza della lira e non dell'euro, cozza con il momento in cui un personaggio dice all'altro "parti, bro". Non nel 1999.

Tra qualche leggerezza di montaggio e una regia molto scolastica, la coppia messa in piedi da Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni ha buona chimica ed è funzionale a ciò che ci viene raccontato, riuscendo a mettere in scena il buon rapporto del padre putativo con il proprio figlioccio. Nel suo voler emulare troppo i grandi classici del genere, nel volerci raccontare una storia che conosciamo e che potrebbe iniziare a essere stancante, Moro dimostra comunque voglia di provarci e di crescita, con la speranza che questo suo primo tentativo possa andare a supportarlo nei futuri.

Ghiaccio L'esordio alla regia di Fabrizio Moro è un pretesto per onorare alcuni classici del cinema internazionale, ma finisce per ripercorrere in maniera più leggera le orme di tanti altri film che ci hanno già saputo raccontare la borgata romana o la povertà in generale. L'incespicare su vicende che oramai sono trite e ritrite condiziona il cantante, che anche nella colonna sonora avrebbe potuto esprimersi di più. Molto apprezzati alcuni momenti della seconda metà del film, come il già citato finale e il match sul ring, ma per il resto, soprattutto nella prima metà, lo scenario e la contestualizzazione che Moro ci propone e ci offre finisce per essere stucchevole e già troppe volte rivista, spesso anche in modo migliore. Da qualche parte, in ogni caso, bisogna iniziare e Moro sicuramente quel punto di partenza l'ha trovato.

5.5

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