Gemini Man, la recensione: due Will Smith per Ang Lee

Il regista di Vita di Pi torna con un blockbuster sci-fi muscolare dal sapore anni '90, foriero di una grande innovazione tecnologica.

Gemini Man, la recensione: due Will Smith per Ang Lee
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Henry Brogan (Will Smith) è il miglior sicario sulla piazza. Non un assassino qualsiasi, in ogni caso: Henry lavora per i buoni, la DIA (Difense Intelligence Agency), sostanzialmente per il governo. Non accetta mai di eliminare un bersaglio senza prima aver letto il dossier che lo riguarda. Uccide perché è la sola cosa che sa fare ma ha tentato di incanalare questo suo talento in una missione per la difesa dell'America, adoperandosi essenzialmente per entrare in scena solo quando è l'ultima carta da giocare.
Uccide cattivi, Henry, e lo fa meglio di chiunque altro, in modo pulito, rapido, intelligente. Se quattro cecchini professionisti ("gente con le palle", dicono) falliscono allora un tiro da una collina a Liegi, in Belgio, destinato a un bersaglio a chilometri di distanza, su di un treno in corsa a più di 200km orari, lui ci riesce. Prende fiato, inumidisce il dito che premerà il grilletto, recepisce le informazioni su distanza e velocità e fa fuoco, centrando sempre la sua vittima.

Il problema è che Henry non riesce più a guardarsi allo specchio. Il conto degli omicidi su commissione è salito ormai a 72 e non riesce più a sostenere il suo riflesso. Dopo l'ultima missione, poi, decide che è arrivato il momento di ritirarsi, pensionamento che deve però attendere, poiché Henry entra in possesso di informazioni secretate su di un progetto biotecnologico guidato dal suo ex-comandante, Clay Verris (Clive Owen), che sguinzaglierà il suo soldato meglio addestrato per eliminare Brogan. Ma se Henry è il numero uno, chi può essergli superiore? La risposta è Henry Brogan Jr, un suo diretto clone.

Sostanzialmente superfluo...

Questa, semplicemente, la premessa di Gemini Man diretto da Ang Lee, un blockbuster action sci-fi che sembra non sapere proprio cosa farsene del dibattito etico sul tema della clonazione, più interessato all'introspezione emotiva delle due parti, dei due Smith: l'originale e il duplicato. Di produzioni dedicate alla clonazione ne esistono poi a decine, ma in termini di approfondimento diretto della tematica viene da accostare immediatamente il film con Will Smith a Il sesto giorno con Arnold Schwarzenegger, dove il titolo di Roger Spottiswoode resta concettualmente un gradino sopra a questo take più moderno sull'argomento scritto da Billy Ray (Overlord, Terminator: Destino Oscuro) e da David Benioff (Game of Thrones).
In termini di svolgimento, montaggio e sviluppo delle dinamiche esterne all'azione, a dire il vero, Gemini Man sembra direttamente uscito dalla fine degli anni '90 e i primi '10 (non a caso produce Jerry Bruckheimer), vicino per superficialità e modesta esplorazione del concept anche a The Island, dove persino la produzione di Michael Bay resta superiore per originalità. Questo perché il film di Ang Lee è interamente strutturato sul confronto sia omicida che caratteriale tra i due Brogan, senza aggiungere altro alla storia, che infatti va esattamente come deve andare, senza sorprese (forse una, ma non così inaspettata).

Lee è comunque un regista che è sempre stato legato al lato emotivo della trama e dei personaggi, e infatti questa sua pazienza nell'indugio passionale e sentimentale si avverte anche qui, il che è paradossale, per un blockbuster fantascientifico dal forte taglio action.
Si nota una cura particolare per i dialoghi, che sanno essere divertenti, anche profondi nella loro assoluta semplicità, capaci di intrattenere nelle fasi meno concitate e di stanca, che è poi quello che si richiede maggiormente a un titolo mainstream dedicato alle masse, eppure non c'è confronto o battuta che riesca a sanare una palpabile superficialità di fondo che un cineasta come Ang Lee avrebbe potuto evitare.

In questo senso, siamo più dalle parti di Billy Lynn - Un giorno da eroe che da quelle di Vita di Pi, il che rende Gemini Man un moderato procedere della carriera del regista in quel di Hollywood, luogo dove può manipolare l'innovazione tecnologica e confezionare prodotti avanguardisti senza per forza tradire la sua poetica, pur svuotandola continuamente di una certa sensibilità autoriale.

Guardando però al quadro generale del film, risulta chiaro l'intento di confezionare un titolo che sapesse incanalare al massimo della sua potenzialità le tecnologie più avanzate in campo cinematografico, che significa dare molto più spazio alla tecnica e alla ripresa che al contenuto. Oltre i problemi legati alla storia e al povero utilizzo di alcuni personaggi (pensiamo più a Bendict Wong e a Owen che a Mary Elizabeth Winstead), dunque, Gemini Man è un concentrato attivo di virtuosismi stilistici, punti ripresa, inquadrature, soggettive, esplosioni e CGI davvero magistrale.

... ma dannatamente spettacolare

La più grande novità è il 3D+ in HFR 120fps (fotogrammi per secondo, esattamente 60 per occhio). Il consiglio sarebbe quello di andare a vedere l'opera proprio in questo formato, ma noi come la distribuzione abbiamo forti dubbi su quanti cinema o multisala più piccoli possano aver deciso di comprare il software necessario per la proiezione così com'è stata pensata. La 20th Century Fox, Bruckheimer e Lee hanno però pensato a tutto, optando per un'uscita in tre formati differenti: 48fps (come quelli de Lo Hobbit, per intenderci), 60fps e 120fps, senza contare la possibilità di scegliere una versione in 2D o 3D+.
Questo significa che, al netto di un cambio di fluidità su schermo, la visione non dovrebbe essere completamente intaccata o modificata, perché già a 48fps luminosità e dinamicità dell'azione sono diverse da quelle di una frequenza cinematografica più comune. Al contempo, i 120fps misti al 3D+ (più immersivo, con cromature decise e pulite e un effetto ottico davvero preciso) sono assolutamente allineati al discorso action imbastito dal regista e dalla produzione, tanto che ci sentiamo di spingervi a ricercare - se possibile - una sala che lo proietti proprio in questo formato, per godere di un'esperienza tendenzialmente molto valida (al netto delle solite scene dialogate, campo e controcampo o camera fissa dove risulta fisiologicamente inutile).

Arriviamo allora a parlare dell'azione vera e propria, che pur sembrando il fulcro dell'opera purtroppo non lo è così come pensavamo o ci era stata presentata. Intendiamoci: l'inseguimento a Cartagena, lo scontro corpo a corpo Smith contro Smith e la risoluzione finale sono alcune delle migliori sequenze action viste quest'anno sullo schermo.

Sono lunghe, entusiasmanti, dirette in modo incredibile e ragionato da Lee, che sfrutta piani sequenza, steady cam e un montaggio iper-cinetico per trascinarci all'interno delle scene e lasciarcele vivere in modo quasi diretto, eppure si tratta di una parte di minutaggio estremamente ridotta rispetto al resto. Sono praticamente tre scene madri che danno senso di genere a Gemini Man, il film più bayiano di Ang Lee, mentre sul piano sci-fi l'elemento più importante è certamente Junior, che ricordiamo non essere stato creato con tecniche di de-aging ma sovrapponendo la motion capture dell'attore a un modello completamente originale del giovane volto di Smith costruito in CGI, partendo ovviamente dal viso conosciuto.

Il risultato è impressionante e si fatica a riconoscere il minuzioso lavoro di cesellamento di pori, ferite, labbra e tutta una serie di sottigliezze che danno vitalità a una faccia che possa dirsi reale.

È davvero come vedere Will Smith ventitreenne recitare nel film. Solo nella sequenza finale si avverte un calo di qualità del rendering, ma forse a causa dell'ambiente in cui è stato inserito, motivo che ci rende dubbiosi sulla riuscita (meno costosa, meno avanzata) del de-aging di Robert De Niro e compagni in The Irishman di Martin Scorsese: un mob drama senza elementi fantastici o momenti di eleborata CGI della durata di tre ore e mezza (ma questa è un'altra storia).
Ci sono momenti, in Gemini Man, che sembrano appartenere a un videogioco, mentre altri a un cinema diverso di cui non sa bene cosa farsene. E al netto di una trama stiracchiata inserita in un contesto movimentato, esplosivo e avvincente, il problema più grande del film è rintracciabile proprio in questo: in un'anima cinematografica spartita in due corpi, incapace di decidere se essere più drammatica e approfondita o cafona, esagerata e dirompente. Un titolo praticamente eterozigote con caratteristiche mal assortite che merita comunque una visione in sala, sullo schermo più grande che trovate, nel formato migliore possibile.

Gemini Man Ang Lee torna in sala con un blockbuster action sci-fi dal forte sapore retrò. Gemini Man è un titolo assolutamente spettacolare e tecnologicamente innovativo, avanzato e magistrale, per quanto concerne l'azione e il dinamismo di inquadrature, virtuosismi e movimenti di macchina. Lee entra a gamba tesa nel genere e si dà da fare per confezionare le migliori sequenze di inseguimenti o combattimenti corpo a corpo, ma il suo cinema è anche emozione e confronto, ed è qui che Gemini Man risulta spaccato. I dialoghi sono validi e sanno divertire e intrattenere, ma è la storia a risultare fin troppo superflua, arrangiata e senza nulla da aggiungere sul tema etico della clonazione, accostabile facilmente a titoli come The Island o Il Sesto Giorno. Anche il cast di contorno non è sfruttato al meglio (tranne Mary Elizabeth Winstead) e tutto sembra andare troppo veloce, tranne le tre scene madri d'azione. Un film eterozigote con caratteristiche non sempre ben assortite che vi consigliamo comunque di vedere sullo schermo più grande che trovata, se possibile in 3D+ HFR 120fps.

7

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