Gauguin: la recensione del biopic con Vincent Cassel

Vincent Cassel rende vivo il suo Gauguin, per un biopic estremamente classico che racconta la vita del pittore a Tahiti.

recensione Gauguin: la recensione del biopic con Vincent Cassel
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A volte bisogna sporcarsi un po' la vita per riempirla di colori. E il modo migliore per farlo è abbandonare tutto. Tornare indietro, perdersi nella fangosa bellezza della natura, lasciandosi alle spalle un mondo da cui è difficile scappare, ma non così impossibile. Paul Gauguin aveva deciso di farlo, abbracciando Tahiti e un'esistenza che gli permettesse di imbastire la sua tavolozza giorno dopo giorno lontano dal fascino discreto della borghesia. Ed è esattamente quello che racconta Gauguin, film francese di Edouard Deluc su un pezzo di vita del pittore.
Siamo a fine ‘800, Parigi è intrisa di rivoluzioni artistiche ma anche di conservatorismo radicale. L'unico modo per trovare una voce nuova è andare davvero dall'altra parte del mondo, scardinandosi da quelle certezze mondane che avvelenano l'arte. E, magari, riscoprire qualcosa di puro. Gauguin lo fa attraverso il ruvido volto di Vincent Cassel, perfetto in un biopic estremamente classico che, per quanto sia godibile, non affonda mai il pennello.

Primitivo, Paul Gauguin

Paul Gauguin con la sua arte "primitiva" ha riportato la religione alla natura, trasformando la Venere nelle donne tahitiane. Gauguin si concentra proprio su questo percorso di rinascita essenziale, descrivendo la nuova scoperta della natura a partire da uno scritto del pittore stesso, Noa-Noa, la profumata.
Qui Gauguin romanzava il suo incontro con l'isola e gli abitanti, cercando di fare mentalmente fronte alle avversità che, per forza di cose, venivano acuite dalla mancanza di denaro.
Il film prova quindi a imbastire un percorso molto lineare su questo fazzoletto di vita, seguendo l'artista nell'immersione con una cultura che tenta di fare sua, abbracciando anche una relazione con una ragazza del posto.
Anche da questo esplode una rinascita artistica: "Mi evolvo normalmente e non ho più vane preoccupazioni" scriveva Gauguin. Ma il tormento del pittore sobbolle, borbotta fino a tossire forte su tutto il suo piccolo mondo.

Vincent Cassel scavato nel ruolo

È inutile girarci attorno: Gauguin guadagna tutti i suoi punti grazie a Vincent Cassel.
L'interpretazione dell'attore francese è sofferta, scavata, ferina. Il suo Gauguin è storto, piegato da un'esistenza vuota che vorrebbe riempire.
Cassel si fa mangiare il volto dalla macchina da presa, tenendo gli occhi vigili e brillanti anche in mezzo alla tormenta creativa.
Il film vive della sua interpretazione, fagocitandola minuto dopo minuto, perché fuori da essa c'è ben poco da raccontare. Tutto nasce e ritorna a lui, classico artista tormentato che non riesce a ottenere esattamente quello che sta cercando.
Viene subito alla mente il Van Gogh di Willem Dafoe: a Gauguin manca lo sguardo artistico di un Julian Schnabel, che con Sulla soglia dell'eternità aveva puntato tutto in quella direzione.
Vincent Cassel fa quindi il possibile, sbranandosi il minutaggio con le sue storture espressive, tra un dipinto e una scultura, mentre il film cammina senza mettersi mai davvero a correre.

Cinema e pittori

Mentre Gauguin avanza tra quadri, boschi e il mare ci si rende conto che il biopic è davvero classico in ogni suo approccio al cinema.
Non ci sono guizzi registici o stilettate di sceneggiatura, tutto procede su binari già ben consolidati che portano a lidi familiari e vagamente svogliati, nonostante il tormento del protagonista sia palpabile.
La mente quindi viaggia a prodotti recenti più riusciti, come il già citato Van Gogh o il Final Portrait di Stanley Tucci, dove Geoffrey Rush ci regalava uno splendido Giacometti.

Manca una tensione emotiva forte oltre a quella del pittore: l'amore primitivo per Tehura tenta di farsi strada, ma la sua canonica evoluzione sedimenta negli occhi dello spettatore in poco tempo, perdendo forza e incisività.
Anche a livello visivo Gauguin rimane su terre conosciute e sicure, non tenta mai sortite improvvise fuori dai dogmi del classico biopic.
Non ci sono quadri che prendono vita sullo schermo, pennellate di pellicola come aveva magistralmente fatto Mike Leigh con il suo Turner.
Artisti diversi, ma Edouard Deluc non riesce ad accendere l'arte di Gauguin fino in fondo, concentrandosi tanto sulla parte umana e perdendo un po' della magia espositiva del grande artista francese.

Gauguin: Voyage to Tahiti Senza sbalzi o sussulti, Gauguin procede sui binari del canonico biopic. Il film viene però esaltato dalla splendida performance di Vincent Cassel, che umanizza il suo Gauguin scena dopo scena, artista spezzato che tenta di ritornare alla natura primigenia. Il regista Edouard Deluc concentra quasi tutte le sue inquadrature sul formidabile volto dell'attore francese, lasciando però un po' indietro proprio la parte ambientale del racconto, che non riesce a esplodere come nelle tele dello stesso pittore. Un film senza troppe pretese in grado comunque di farci adorare ancora una volta Cassel, protagonista assoluto quasi senza comprimari.

6

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