Game of the Year, recensione: il mondo del gaming italiano in un docufilm

Alessandro Redaelli firma un documentario che racconta tutto il mondo del gaming italiano, con genuina dolcezza e tantissimo cuore.

Game of the Year, recensione: il mondo del gaming italiano in un docufilm
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Quando iniziamo a martellare i tasti del joypad spesso non pensiamo troppo. Almeno, non a tutto il mondo che c'è dietro. Ci lasciamo trasportare dal flusso di byte dentro universi infiniti senza renderci conto che quella sequenza di 0 e 1 ha una forma, un colore, è tangibile perché è stata creata, giocata e raccontata. Ed è proprio questo che fa Game of the Year di Alessandro Redaelli: racconta i videogiochi, e un po' tutti noi. Il documentario del giovane regista milanese, presentato al Biografilm Festival e disponibile su MyMovies, apre una porticina di un mondo che proprio ora sta diventando tale, affermandosi come una delle realtà più importanti della nostra contemporaneità.
E una volta entrati nelle inquadrature dimesse, sobrie, che osservano da dentro senza però mai invadere, allora ecco che Game of the Year ci fa sedere lì con loro, con persone che ancora sognano e si battono per qualcosa, per l'arte, per un rapporto continuo con un pubblico spesso adorante, forse l'unico per il quale vogliono ancora combattere. Ma sotto sotto anche un po' per loro stessi.

Game of the Year

Qualsiasi storia è fatta di persone. Tanti micromondi che ne formano uno gigante, un patchwork di volti e idee, voci e dita. Game of the Year parte proprio dalle persone, da chi mastica videogiochi tutto il giorno, provando a crearli, commentandoli, vivendoli in streaming su Twitch o nei tornei mondiali.
Il documentario riesce soprattutto a far entrare tutti dall'uscita di servizio, per respirare una realtà che spesso è nell'ombra. Dal neofita al fan accanito, chiunque può cominciare a bagnarsi i piedi nel mondo del gaming italiano, perché l'opera di Alessandro Redaelli non richiede alcuna conoscenza pregressa.
Certo, ovvio che per chi conosce già i volti ripresi è tutto più semplice, ma una persona totalmente digiuna di questo mondo inizia lentamente a impararne i tratti, le vite, le passioni e come la loro esistenza sia così strettamente legata ai videogiochi. Ci riesce proprio grazie alla regia, totalmente al servizio della storia.

Una mosca sulla parete

Alessandro Redaelli sceglie un format molto preciso per Game of the Year. Decide infatti di non irrompere nelle vite dei suoi "protagonisti" ma le racconta di sbieco, restando presente nella loro quotidianità come un osservatore amichevole.
Ci ritroviamo a pranzare e fare colazione con loro, finiamo dentro momenti intimi e privati, che da un istante all'altro si collegano ai videogiochi, come se fossero sempre stati lì.

La forza di Game of the Year sta proprio nel raccontare tutto quello che c'è dietro, gli sforzi e le fatiche di tutti i giorni, la parte umana che spesso non traspare oltre la tastiera.
Ecco perché ci sentiamo così vicini a persone che magari stiamo scoprendo ora per la prima volta, quasi come se li spiassimo in piena vista.

I volti del gaming

E quindi quali vite racconta il documentario? Esistenze che si intrecciano fra pad e tastiera, fra programmazione e dirette.
C'è il gaming professionista di Reynor, giovanissimo campione di Starcraft e stella nascente nel panorama degli e-sports. E c'è anche Riccardo Romiti, che prima di essere Reynor si confronta con i genitori sulle scelte della propria vita.
In Game of the Year vediamo la sana adorazione per Sabaku no Maiku, cioè Michele Poggi, youtuber e streamer che ha ormai guadagnato uno status di culto per i contenuti profondi e filosofici che porta legati ai videogame.
Ma Alessandro Redaelli ci fa intrufolare anche dietro le quinte, dove conosciamo chi lotta ogni giorno per crearli quei videogiochi. Come i Morbidware, cioè Diego Sacchetti e Matteo Corradini, che regala anche la sua parte musicale sul palco come Christian The Seeker assieme a Pippo Sowlo, nella loro hit underground Condorello.
Game of the Year si concentra poi su altri progetti come quelli dei Kibou e degli Yonder, tutti accomunati da questa sana fame di esprimere la propria arte attraverso la creazione di un videogioco. Con tutte le difficoltà che qualsiasi artista affronta per potercela finalmente fare.

E poi c'è lo streaming di Twitch, con Attrix e CiaoMia, perché i videogame si raccontano anche così, in un continuo rapporto tra gioco, giocatore e pubblico, come una poesia letta ad alta voce davanti a una platea.
E fra capitoli che gli appassionati riconosceranno subito Game of the Year trova il modo di insinuarsi, proprio nella sua voluta e genuina semplicità, come quando da piccoli accendevamo la console per far esplodere la nostra fantasia, senza mai lasciare la cameretta.

Game of the Year The Movie Come si può raccontare un pezzo di mondo del gaming italiano facendolo arrivare a tutti? Nascondendosi in piena vista, come fa Game of the Year, il documentario di Alessandro Redaelli. Un film che ci fa entrare in una realtà che per molti tratti è ancora nuova, in divenire, ma con un sottobosco di fan stoici e appassionatissimi. Il regista riesce a intrufolarsi nelle vite dei suoi "protagonisti", tutti volti del gaming italiano, da programmatori a streamer, da campioni di e-sports a youtuber. Lo fa con una naturalezza intima, la stessa che i volti che noi vediamo hanno giorno dopo giorno per trasformare il proprio sogno in qualcosa di concreto, confermando ancora una volta quanto i videogiochi siano arte. E quanto facciano stringere assieme le persone, come mai avremmo potuto pensare.

7.5

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