Funny Face, recensione del thriller con Jonny Lee Miller: maschere e realtà

Tra revenge movie e art house, Funny Face ci smaschera tutti, mettendoci di fronte alla gelida banalità della vita reale.

recensione Funny Face, recensione del thriller con Jonny Lee Miller: maschere e realtà
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Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di indossare una maschera e salvare il mondo. E se è successo da bambini magari bastava soltanto sconfiggere il drago che minacciava le nostre quattro mura, e sarebbe andata bene così. Funny Face ci passa sopra gli occhi dipingendoci un sorriso di plastica sul volto, affilato, che per quanto vorremmo togliercelo è sempre lì, anche se siamo girati dall'altra parte.
Presentato al 38esimo Torino Film Festival (senza ancora una data di uscita italiana) assieme a perle come il trip psichedelico Fried Barry o l'horror The Dark and the Wicked, il film di Tim Sutton prende indie e mainstream e li fa ballare assieme, colorati da luci variopinte in un abbraccio gelido, come fossimo seduti sull'asfalto, a guardare il resto della nostra vita.
C'è una cura maniacale nella naturalezza delle inquadrature, mentre una maschera scivola sui nostri occhi, scoprendo i protagonisti di un gioiello devastante nella sua semplicità. Quella della vita di tutti i giorni.

Come un supereroe

Saul (un lancinante Cosmo Jarvis, già visto al festival in The Evening Hour) è un'anima sola, rallentata, che sta per perdere la casa di Coney Island in favore di un parcheggio. Zama (Dela Meskienyar) è come lui, schiacciata dalla sua religione e in fuga dalla famiglia. In mezzo cade una maschera, apparente dono dal cielo che si posa sulla vita di Saul.
Ma questo non è Death Note, non ci sono Dei della morte. È la vita vera. E non serve a nulla scrivere il nome del magnate interpretato da Jonny Lee Miller: perché non ce l'ha, neanche nei credits del film.
Funny Face ti appoggia un cappotto ghiacciato addosso mentre tremi dal freddo, rimestando nella cara vecchia banalità del male, gelida e inevitabile.
Ma Saul indossa quella maschera perché vuole essere un supereroe, vuole salvare il quartiere, i Knicks, un mondo di legno mangiato dalla salsedine. Ecco perché il nuovo volto che indossa gli dà forza, lo completa, come fosse una S sul petto o uno scudo di vibranio. Con quello tutto è possibile, anche trovare una sofferenza affine coperta dall'hijab.

Indie e mainstream

Ma allora come si può portare l'umana voglia di essere "super" in un film che abbracci tutte le sue anime? Basta solo darlo nelle mani di Tim Sutton, potenti e delicate.
Il regista e sceneggiatore riesce a mescolare inquadrature squisitamente indie a sequenze da grande cinema mainstream di genere, con movimenti di macchina che scivolano sicuri come pennarelli sul metallo, indelebili.
Ogni dettaglio della composizione scenica è calcolato al millimetro, mentre corpi e ambiente si fondono tra luci naturali e colori stroboscopici, in un ballo lento e ineffabile nella sua tragica dolcezza.

Il mondo in rovina di Funny Face si rinnova calpestandosi, lasciando macerie coperte dal cemento come polvere sotto al tappeto.
E in tutto questo erutta Cosmo Jarvis, bimbo adulto che rappresenta noi, la scintilla di ribellione che vorremmo veder esplodere. Però, a conti fatti, questa è la vita vera, forse non basta una maschera per abbattere il drago. Dopotutto, ve lo ricordate Guy Fawkes?

Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi

Il sentimento che si fa largo tra le crepe di Saul e Zama è genuino, puro, ancora vergine dalla sporcizia del mondo. Due persone che tentano di rialzarsi a vicenda, stringendo i propri difetti come piccoli gioielli sbeccati.
Ma si possono sconfiggere i fantasmi? Funny Face deborda la sua realtà oltre il ghigno della maschera, mettendoci di fronte al fatto compiuto con lucida grandezza: il male è essenza della vita, e in quanto tale cola il proprio cemento ovunque.
Ed è in questo scostamento lancinante tra il desiderio di rivalsa e il muro della realtà che Tim Sutton si insinua, dipingendo un mefistofelico Jonny Lee Miller con semplice ineluttabilità.
Il suo personaggio ci indossa tutti, guardandoci beffardo negli occhi, quasi prendendosi gioco dei nostri sogni, caduti dal cielo assieme a quella maschera.
E noi allora cosa possiamo fare? Vivere delle piccole cose, rubare le parole dolci di uno sconosciuto, arrabbiarci perché la nostra squadra perde e... ballare. Anche se non abbiamo un futuro.

Funny Face Si può diventare un "supereroe" indossando una maschera di plastica? Funny Face parte così, catapultandoci dall'alto nella realtà che viviamo tutti i giorni, a metà fra indie di nicchia e cinema mainstream. Presentato al 38esimo Torino Film Festival, il film di Tim Sutton sfrutta l'intima potenza delle sue immagini per raccontare il mondo, che da una piccola fetta lontana diventa anche il nostro, retto da una colonna sonora originale sottile e potente, sempre puntuale ma mai invasiva, tappeto ritmico di semplice perfezione. L'affetto sincero e profondo tra i due protagonisti si schianta contro il personaggio di Jonny Lee Miller, pronto ad asfaltare i sogni per costruirci un parcheggio. E anche se rimaniamo seduti per terra, possiamo ancora tirare su i cocci, proprio perché ci hanno rubato tutto, perfino la nostra maschera.

8.5

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