Recensione Full Metal Jacket

Riscopriamo insieme il capolavoro bellico / sociale di Stanley Kubrick che, tramite la guerra del Vietnam e l'addestramento militare, ci conduce nelle contraddizioni ideologiche di un intero Paese.

recensione Full Metal Jacket
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"Topolin, Topolin, viva Topolin! Assomigli a tutti noi, sei furbo e birichin e perciò noi gridiam, viva Topolin!" cantano i soldati in marcia nell'ormai iconica scena finale di Full Metal Jacket, capolavoro di Stanley Kubrick datato 1987. Tratto dal romanzo Nato per uccidere di Gustav Hasford, l'ex-marine che ha anche collaborato alla stesura dello script, il film è uscito nelle sale italiane con un controverso divieto ai minori di 18 anni, successivamente ritirato. Più che per la violenza mostrata (che comunque non latita nell'ultima parte), l'opera di Kubrick impatta infatti duramente l'istituzione dell'esercito americano, andando a colpire in seno ad uno dei punti fermi degli Stati Uniti, come avevano già fatto pellicole solo di poco precedenti (lo stesso Platoon di Oliver Stone risale all'anno prima), lambendo anche in questo caso la mai 'digerita' guerra del Vietnam.

Palle e animali

Un gruppo di giovani reclute è pronto ad arruolarsi nel corpo dei Marines, non prima però di aver sorpassato il duro periodo di addestramento agli ordini dell'integerrimo Sergente Hartman, uomo tutto d'un pezzo che sprona i suoi allievi con metodi anche brutali. A farne maggiormente le spese è l'imbranato Leonard, ragazzo sovrappeso che viene soprannominato dal suo superiore Palla di lardo e diventa vittima di angherie e atti di nonnismo da parte dei suoi stessi commilitoni. Proprio poco dopo il superamento del corso, accade una tragedia... Qualche settimana dopo ritroviamo Joker, il più meritevole del plotone di novelli soldati, come cronista di guerra in Vietnam. Qui, reduce da un periodo di relativo riposo, il giornalista militare si troverà proprio in mezzo alla violenza del conflitto insieme a dei nuovi compagni, tra i quali spicca l'infallibile macchina da guerra "Animal Man".


Guerra e pace

Kubrick, come a lui era dato fare, scardina il genere realizzando un'opera in costante bilico tra sottile ironia nera, pregna di critica sociale, e la crudezza tipica del genere bellico post-classico, trovando in un iperrealismo a tratti sfacciato ed esuberante il proprio asso nella manica. Perché se è vero che la guerra del Vietnam è sicuramente una parte incisiva nella narrazione, lo scopo del maestro non era quello di realizzare l'ennesimo titolo puramente intrecciato all'aspro conflitto, bensì un vero e proprio trattato d'accusa contro la rigidità dei dogmi militari e l'influenza dell'opinione pubblica sulla massa (non)pensante. Diviso nettamente in due parti, collegate solo di strascico tra loro, Full Metal Jacket racconta prima di tutto un orrore personale e intimo: i primi quarantacinque minuti, fino alla scena clou che vede assoluto protagonista il bravissimo Vincent d'Onofrio, mostrano infatti il durissimo addestramento a cui sono sottoposte le reclute. Che, tra discorsi al fulmicotone (strepitosa la perforance di Ronald Lee Ermey) urlati con rabbiosa durezza dal sergente Hartman e i classici motivetti motivazionali, ci conduce nel personale inferno di Palla di Lardo, anello debole del gruppo erto a vittima sacrificale sia dai compagni che dalla cecità di un sistema ideologicamente deviato. Il dramma di uno si trasforma poi in quello di una nazione, o meglio di due: se infatti è il Vietnam ad essere vittima sia del suo stesso popolo che degli invasori yankee, "soliti" portatori di un'invisibile libertà, allo stesso tempo l'America e i suoi figli sono schiavi di un indottrinamento politico e sociale che non lascia scampo. Le interviste raccolte sul campo, permeate da una sferzante ironia che fa paura perché poi non così dissimile dalla realtà, spaventano e fanno pensare al contempo. Figure come quella di Animal Man, soldato rambesco cui è facile uccidere, o dello stesso Joker, emblema ambivalente indeciso tra due ideali ben espressi dal suo stesso abbigliamento, che consta sia di una toppa col simbolo della pace che di un elmetto "ornato" con la terribile scritta "Born to Kill". Estremi che toccano alte vette metaforiche capaci di rispecchiarsi nell'incoscienza di un'ideologia pronta a (far) credere in quello che vuole. Secco e cruciale, il film arriva dritto al nocciolo con una semplicità disarmante e comprensibile anche al grande pubblico, avvantaggiato in questo da una messa in scena che nelle mani di Kubrick tocca come sempre livelli impeccabili.

Full Metal Jacket Attacco sfrontato e lucido che colpisce duro le ideologie militari americane, Full Metal Jacket è sì un film contro la guerra che scava però prima all'interno di un contesto sociale e propagandistico che ha condotto a fin troppi conflitti, giorno d'oggi incluso. In due parti distinte ma non distanti che scavano prima nell'inferno personale e in seguito in quello di una mentalità collettiva, Kubrick sguazza nella sarcastica e spaventosa narrazione con un guizzante black humour che, alleggerendone i passaggi più ostici, attira il grande pubblico ponendo al contempo interessanti spunti di riflessione. Un'opera importante non solo quindi per la sua qualità prettamente cinematografica, sugli alti livelli consoni al compianto maestro, ma anche per l'abilità nel toccare temi profondi con uno sguardo in magico equilibrio tra autorialità e spettacolo.

9

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