Recensione Fuga di Cervelli

L'esordio registico di Paolo Ruffini, contornato da noti youtuber

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Inizialmente, pare che il livornese classe 1978 Paolo Ruffini - visto, tra l'altro, in Natale a New York di Neri Parenti e Un'estate ai Caraibi di Carlo Vanzina - fosse stato contattato dalla casa di produzione Colorado Film soltanto per interpretare il remake tricolore dello spagnolo Fuga de cerebros diretto nel 2009 da Fernando González Molina, non per esserne il regista.
Fuga di cervelli, quindi, nel quale interpreta il non vedente Alfredo, migliore amico del protagonista Emilio alias Luca Peracino, ha finito per trasformarsi nel suo debutto dietro la macchina da presa, al cui interno sono coinvolti tutti giovani volti piuttosto noti ai seguaci di YouTube (come lo stesso Peracino).
Infatti, al fianco di Emilio, intento a inseguire fino a Oxford Nadia, ragazza di cui è stato da sempre innamorato con le fattezze della Olga Kent di Vacanze di Natale a Cortina che ha appena vinto una borsa di studio, oltre ad Alfredo abbiamo l'intellettuale e gay non dichiarato Franco, ovvero Frank Matano, Alonso, malato compulsivo di sesso e tecniche di difesa personale costretto su una sedia a rotelle interpretato da Andrea Pisani, e l'hacker provetto e venditore di granite e marijuana Lebowsky, cui concede anima e corpo il Guglielmo Scilla di 10 regole per fare innamorare.

Ragazzi di... Chiesa

Tutti provvisti di documenti e diplomi falsi per ottenere l'iscrizione presso la prestigiosa università inglese, quindi, li troviamo impegnati in un viaggio su celluloide all'insegna della demenza e degli imprevisti che trova coinvolti anche i veterani Marco Messeri, Biagio Izzo, Michela Andreozzi, Rosalia Porcaro e, addirittura, il Daniel McVicar della popolare soap Beautiful.
Ma, mentre si avvicenda il consueto miscuglio di dialetti tipico delle commedie nostrane, sebbene i tentativi attuati da Alfredo e Alonso per nascondere i propri handicap possano richiamare alla memoria la comicità scorretta dei fratelli Farrelly (quelli di Tutti pazzi per Mary, per intenderci) non si impiega molto tempo a intuire il livello decisamente basso su cui si mantiene l'intera operazione, che vede tra gli sceneggiatori perfino Guido Chiesa (regista de Il partigiano Johnny).
Perché, sorvolando su una non sempre convincente recitazione, in mezzo a peti, rutti e Romeo e troietta, se la battuta (se così vogliamo definirla) riguardante Winnie the Pooh non può fare a meno di risultare come una delle più idiote della storia dell'umanità, al secondo "'sto cazzo" (che, tra l'altro, ci perseguita fino ai titoli di coda) l'unico probabile desiderio dello spettatore è quello di abbandonare la visione.
E non occorre neppure essere provvisti di gusto per il cinema trash, perché è proprio una certa incapacità di sfruttare nella giusta maniera gli elementi che fanno la fortuna delle "commedie scorreggione" a emergere nel corso dell'ora e quaranta di visione; tanto più che, con le risate grandi assenti, qui ci si ripiega pure sulla banalissima morale che vuole nessuno veramente sfigato se accanto ha degli amici.

Fuga di Cervelli “Dove c’è cultura c’è sempre tanto fumo” è una delle “memorabili” frasi sfoderate nell’esordio registico dell’attore Paolo Ruffini, qui alle prese davanti e dietro la macchina da presa con il rifacimento della commedia iberica Fuga de cerebros (2009) di Fernando González Molina. In realtà, però, anche nel film, che della cultura non sembra interessarsi molto, di fumo ne è presente non poco, in quanto la sceneggiatura altro non funge che da pretesto per poter inscenare la sequela di spesso volgari e tutt’altro che divertenti situazioni in cui si ritrova coinvolta la giovane combriccola di protagonisti, tutti provenienti dall’universo di YouTube. Di conseguenza, potrebbe conquistare il pubblico di coloro che li seguono sul web, ma continuiamo comunque a chiederci cosa possa aver spinto Maurizio Totti - produttore di fiducia di Gabriele Salvatores - a imbarcarsi in un progetto così distante da quelli che solitamente finanzia.

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