Recensione Frozen

Rapiti dal gelo, a trenta metri d'altezza

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Certe volte basta poco a fare un buon film, molte altre basta poco a rovinarlo. Poi ci sono le vie di mezzo, quelli da purgatorio, dove gli artefici hanno da scontare quello che non hanno fatto.
Frozen, opera regista Adam Green (Hatchet), si presenta come una fucina di ottime idee, un film a basso budget parte di uno dei filoni narrativi più apprezzati degli ultimi anni.
Le sceneggiature più originali e concise ormai avanzano come un'inarrestabile armata all'interno delle sale cinematografiche, niente da dire a riguardo, sembra passare in secondo piano però la funzione che le immagini e più in genere la regia possono avere all'interno della narrazione.
Pensiamo quindi a Open Water, al più recente Buried e a decine di altre pellicole che basano la loro forza su fondamenta semplici ed angoscianti, un terrore alla portata di tutti.
Tre attori, qualche comparsa, un'idea semplice e il gelo dello Utah.
Sono quelle premesse che lasciano gridare al gioiello ancor prima di vedere il trailer, ora però bando alle ciance e vediamo come Adam Green e soci se la sono cavata stando appesi a un filo.

Lynch e Dan sono amici di vecchissima data, ragazzi normali senza particolari aspirazioni, appassionati di sport ad alta quota e di calcio. Da quando Dan si è fidanzato i due amici non riescono più a passare del tempo assieme e, per ovviare al problema, si propongono di passare un fine settimane sulle innevate cime dello Utah. Lynch è al settimo cielo ma, giusto in tempo per rovinare l'idillio, si aggiunge all'allegra combriccola anche Parker, la petulante ragazza di Dan, totale profana dello snowboard, e tutt'altro che affine al carattere dinamico di Lynch.
Costretti a rallentare le tanto ambite discese per star dietro alla ragazza, i due decidono di recuperare con un'ultima discesa, al limite dell'orario di chiusura. Anche in questa occasione Parker non riesce a farsi a parte e accompagna i due amici sulla funivia ormai vuota. A causa di un banale malinteso però, i tre si trovano bloccati alle dieci di sera e a trenta metri d'altezza sulla seggiovia, del tutto isolata dal resto del mondo. A luci spente e con l'impianto chiuso, i tre devono trovare un modo per superare il gelo della notte senza attendere la riapertura dello stabilimento, chiuso fino alla settimana successiva. Rapidamente l'avventura si trasforma in una spirale di terrore.

E' interessante notare come il cinema abbia mantenuto il concetto di barricata (il terrore dell'esterno) mutandone però i connotati: se gli zombi di Romero arrivavano dal parcheggio e cercavano di entrare nel supermercato oggi i malcapitati nel parcheggio ci sono già, in certi casi addirittura vorrebbero esserci. Questo è un esempio che non resta circoscritto all'horror, si riflette in tutti gli ambiti della comunicazione. In effetti, se l'angoscia di un male che tenta di invadere i nostri spazi può risultare agghiacciate, l'assunto che il nostro destino possa essere appeso a un filo e che lo zombi di turno non stia tentando di entrare, ma semplicemente aspetti una nostra mossa sbagliata, può fare anche di più.
Le idee come quella di Frozen sono terrificanti perché sono alla portata di tutti, chiunque può restare lì appeso come un altro può lanciarsi da una barca di alto mare dimenticandosi di buttare giù la scaletta: cose che potrebbero succedere, errori la cui reazione è decisamente sproporzionata alle colpe dell'azione.
Ed è forse proprio questo il punto: i nostri sono anni di stasi, nessuno ha il coraggio di agire, la vera paura è di subire le conseguenze del caso senza avere nessuna colpa. E' un processo fuori controllo, ed è proprio per questo che lo temiamo.
Messa comunque da parte questa parentesi critica è forse il caso di passare al film in questione in senso più stretto: Frozen è un buon film in sostanza, la sua grande debolezza però, sta nei modi accomodanti che concede allo spettatore, partendo da un'introduzione classica, una presentazione dei personaggi che non ha nulla di scorretto, ma che ruba originalità allo svolgimento. La regia non osa in alcun modo, si tiene costantemente sui personaggi, non approfondisce bene la loro umanità, ma solo le loro paure (Buried ci ha insegnato che novanta minuti in una bara possono raccontare un mondo) ed è lì che fallisce. Il potenziale della storia non è sorretto da immagini altrettanto originali e forti, se non in alcuni brevissimi frangenti, e sebbene i tre attori sappiano recitare bene la propria parte resta il fatto che questa non è stata ben pensata. Pecca, quindi, per ciò che non è stato, ma che avrebbe potuto essere, un gioiello con degli splendidi picchi di originalità.
Qualcuno starà pensando "ma quindi vale la pena di sceglierlo al multisala?" la risposta sicuramente è si, anche se ha rischiato per poco il "peccato, magari meglio aspettare il dvd".

Frozen Frozen ha una buona sceneggiatura, un ottima idea di fondo ma una regia piuttosto anonima, Adam Green sfrutta davvero poco del potenziale che il racconto offre, uno spreco se pensiamo alle pellicole che negli ultimi anni hanno fatto di storie simili e di una regia originale la propria arma vincente.

6.5

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