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Freaks Out Recensione: la meravigliosa follia di Gabriele Mainetti

Il regista di Jeeg Robot firma una favola oscura e divertente, un mix citazionistico ad alto impatto visivo e di anarchica fantasia.

Freaks Out Recensione: la meravigliosa follia di Gabriele Mainetti
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Finalmente, dopo tante attese, voci, smentite e rinvii, arriva sul grande schermo l'ultima fatica di uno dei cineasti più atipici, audaci e pulp del cinema italiano. Gabriele Mainetti ci mostra al Lido di Venezia Freaks Out, il suo secondo film, dopo il grandissimo successo di quello che è già cult generazionale (sapete già di cosa stiamo parlando e potete approfondirlo nella nostra recensione di Lo Chiamavano Jeeg Robot): un film indicato da tutti come il risveglio della sopita anima del cinema di genere in Italia.

Freaks Out invece è un titolo che farà discutere, dividerà il pubblico e la critica, come del resto era facile prevedere, data la natura audace e creativa di Mainetti, il suo cercare di condensare il meglio dell'anima della pop culture internazionale, dei topoi della narrazione mainstream, con l'aria più casereccia e dissacrante del cinema italiano. Il risultato non è perfetto, ma in compenso si fa amare, emoziona, stupisce e dimostra che il nostro cinema ha molte potenzialità da esprimere, se si stacca dal consueto.

Quattro mutanti persi nell'Italia occupata

Dura ed errante la vita del Circo Mezzo Piotta, guidato dall'esperto e sornione Israel (Giorgio Tirabassi), che con il suo carrozzone e tendone gira per tutta l'Italia portando in mezzo al pubblico i suoi "fenomeni", mostri ed esseri magici.

Perché magici e non del tutto normali i suoi componenti lo sono sul serio, a cominciare da Cencio (Pietro Castellitto) che ha la capacità di comandare gli insetti, mentre Mario (Giancarlo Martini) lo fa con i metalli. Diverso invece Fulvio (Claudio Santamaria), che appare come un caso disperato di irsutismo, ma è anche dotato di una forza prodigiosa. Poi c'è Matilde (Aurora Giovinazzo), la più timida e fragile, legata all'energia elettrica in modi misteriosi e che neppure lei comprende. Le cose andrebbero benissimo per il circo, se non ci si mettesse di mezzo la guerra. È infatti il 1943, l'invasione Alleata sospinge verso la capitale i nazisti, assieme a profughi e disperati d'ogni sorta. Siamo nel pieno dell'occupazione tedesca, la Caput Mundi è un regno di terrore e morte, e i nazisti di lì a poco rastrelleranno il Ghetto. In mezzo a tutto questo, un solitario e folle ufficiale, Franz (Franz Rogowski), dotato di poteri profetici e telepatici, si metterà di traverso con le esistenze dei componenti del Circo, mentre attorno infuria la tragedia.

L'impasto narrativo di Freaks Out è davvero denso a causa di un gran numero di personaggi e sviluppi condensati in 2 ore e 20 di durata: un minutaggio imponente, sorretto però da un montaggio che non fa sentire il peso di una produzione considerevole. Il risultato finale? Un gustoso cocktail che in sé riunisce storia vera, fantasy e azione, declinati con un'estetica gradevolissima (anche grazie alla fotografia di Michele D'Attanasio). Una messinscena che si unisce ad un ritmo tutt'altro che lento rende Freaks Out un film molto vicino al cinecomic, al war movie dissacrante alla Castellari e Tarantino.

Per quanto concerne l'apparato visivo il merito è soprattutto dei grandiosi effetti speciali e visivi, curati da Maurizio Corridori e Stefano Leoni.

Un film di genere diverso da tutti gli altri

Freaks Out si nutre del nostro immaginario, recupera e riutilizza il meglio del cinema, delle graphic novel, della pop culture di massa degli ultimi quarant'anni. Nessuna novità, visto che Mainetti lo aveva già fatto con Jeeg Robot. Eppure Freaks Out va oltre, perché il regista ha l'audacia di unire le gesta di una sorta di X-Men ante litteram con una cornice storica ben definita che diventa co-protagonista del racconto: il dramma dell'occupazione tedesca, del genocidio degli ebrei consumatosi nella Roma appena piegata dall'Operazione Alarico.

Si parla dell'orrore della guerra, connettendolo al tema del razzismo, dell'esclusione dei diversi, che ha in particolare nel personaggio di Santamaria il simbolo più forte. L'inizio è folgorante, si collega allo sceneggiato della RAI dei bei tempi, alla commedia dell'arte, per poi assalirci con l'impatto devastante di un Paese dilaniato dal conflitto. Un quadro oscuro, accentuato dal dramma del personaggio di Matilde, a cui la Giovinazzo dona fragilità e mistero in modo molto efficace. Ma al tempo stesso Mainetti trova modo persino di smorzare la cruda realtà storica, decostruendola in un battibaleno grazie ai siparietti comici di Castellitto. Un film di genere quindi? Sì, ma in un modo nuovo, spiazzante, che omaggia i grandi maestri che furono, come Martino, il già citato Castellari e poi Fulci, Lenzi, Margheriti. Ma è solo un attimo: con l'ingresso in scena del mefistofelico villain, il Franz di Rogowski, ci si trova a contatto con la dimensione propria di un Wolfenstein, come anche in un cult horror quale è stato Overlord (per approfondire vi lasciamo, ovviamente, alla nostra recensione di Overlord).

Questa è una storia di mostri e deformi, ribelli contro la normalità di un mondo impazzito, ma è soprattutto una grande avventura, dentro una Roma e un'Italia in cui vi è la componente della fiaba oscura, dell'orrore connesso all'interiorità dell'uomo.Se leggete la nostra recensione di Il Labirinto del Fauno questo Freaks Out ve lo ricorderà, con il suo voler unire orrore e stupore, con l'impossibile e la memoria storica.

Tra citazionismo, omaggio e un po' di narcisismo

Dal punto di vista visivo, in particolare nelle scene di combattimento, Freaks Out è grandioso e recupera la magniloquenza del fumetto supereroistico americano Marvel o DC, o ancora tenta di citare la regia esagerata e sopra le righe degli anime e manga battle shonen. Vi è però anche spazio per Tim Burton, per la sua dimensione di oscurità affascinante e gotica, per l'ironia mista al dramma, mentre Rogowski ci mostra un cattivo che è un mix tra un Mad Doctor alla Frankenstein e il Joker che rese immortale Nicholson.

Freaks Out è quindi anche un omaggio di Mainetti ai suoi registi di culto, a Burton e ai pionieri di genere già citati, ma poi anche a Leone, Tarantino e Lynch. Forse troppa carne al fuoco? Ecco il vero difetto di questo film, che ha molta energia e audacia, ma anche tantissime anime, stili, svolte narrative, finali, con il rischio di sentirsi esausti.

Un problema che gli si perdona volentieri, vista la sua unicità nel panorama cinematografico italiano recente, la sua volontà di staccarsi dalla nostra tradizione, di unire più generi in modo armonioso e affrontare una realtà storica durissima con sorriso e fantasia. Certo, forse il risultato finale poteva essere alleggerito di alcune lungaggini, o della comprensibile vanità con cui Mainetti un po' si specchia nella sua creatura, che talvolta pare perdere colpi per il troppo affanno, per la cura estetica che sommerge senza tregua. Ma nonostante questo, Freaks Out è un film coerente che merita di essere visto, da cui bisogna per necessità di cose farsi guidare verso l'ignoto come i suoi personaggi, persi dentro un'avventura che porta tanta novità nel nostro cinema.

Freaks Out Freaks Out di Gabriele Mainetti è un film anarchico, fantasioso, barocco, visivamente accattivante, connesso in modo perfetto alla volontà di sperimentare quanto più possibile. Al netto di un eccesso di elementi, di un sovraccarico narrativo (e talvolta anche estetico) è un'opera coinvolgente, originalissima, piena di sentimento e che si pone come omaggio a tanti autori e registi amati dal pubblico. Allo stesso tempo, recupera la tradizione del film di genere italiano, la sua sprezzante volontà di stupire e di attingere alla sperimentazione, alla cultura pop, confrontandosi anche con un tema scottante come l'Olocausto.

8

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